Mai contro cuore – Alessia Refolo, i limiti sono fatti per essere superati

La chiamano Barbie Climber. Lunghi capelli biondi, fisico esile ma indescrivibilmente forte, un tocco di fucsia sulle labbra: non è difficile immaginare perché le sia stato dato questo soprannome. Ha negli occhi la luce di chi si approccia alla vita con delicatezza. E il grande sorriso di chi è consapevole che, per quanto siano alti gli ostacoli da superare, su ogni situazione c’è la possibilità di trionfare.
Alessia Refolo, 28 anni, è di Ivrea: è campionessa mondiale di arrampicata, risultato che le è valso il soprannome, appunto, di Barbie Climber. Una scelta sportiva che non è stata immediata, «perché mi sanguinavano le mani, mi facevano molto male i piedi, avevo le gambe piene di lividi. Ho dovuto, almeno inizialmente, sacrificare la mia femminilità e la mia cura per il corpo: ma ne è valsa la pena».
Una scelta non facile soprattutto perché è difficile immaginare come si possa essere così incredibilmente forti quando si è ciechi.
La ragazza nasce l’11 luglio del 1990; a poco più di un anno le viene diagnosticato un Neuroblastoma Pediatrico (un tumore che le si focalizza nella zona addominale), per il quale le somministrano dei farmaci che le causano una grave perdita della vista. «Una cecità parziale – spiega Alessia -, che mi permetteva, con la giusta luce, di riconoscere almeno alcune forme, qualche dettaglio e i colori».
Nonostante la gravità delle conseguenze, in famiglia ogni anno che passa si festeggia: «Solo un bambino su cinque sopravvive a questa malattia, quindi posso anche dirmi fortunata. Dissero ai miei genitori che c’era la possibilità che la malattia si ripresentasse entro i cinque anni successivi: facevamo il conto alla rovescia e ogni compleanno era un peso in meno».
Fin da bambina Alessia si dimostra caparbia e determinata: «Poco lontano dalla casa in cui abitavamo, c’era una struttura al cui interno vivevano dei cavalli. Il mio sogno era quello di montarli e con l’aiuto di mio padre, che mi è sempre stato di sostegno nei miei desideri a volte un po’ audaci, ci riuscii. Iniziai così a fare equitazione, prima di continuare con tutti gli altri sport che casualmente sono arrivati nella mia vita e dei quali mi sono innamorata».
Tra questi c’è, dicevamo, l’arrampicata: “Se vuoi, puoi” è il suo motto e non si fa fatica a credere che riesca a renderlo realtà, interpretando magistralmente la coerenza di chi sa cosa vuole e sa che può ottenerlo. L’atleta ha vinto il Campionato Italiano, il Campionato Europeo in Francia e il Mondiale in Spagna: «Se decido di intraprendere una nuova avventura è per dare il massimo, è per raggiungere il massimo. Non mi approccio nemmeno a situazioni in cui so di non poter ottenere ciò che voglio. Sono una persona ambiziosa, perfezionista e competitiva: caratteristiche, queste, che devo sentire soddisfatte in quello che faccio». Allo stesso modo vive il suo amore per lo sci nautico, altro sport che Alessia pratica regolarmente insieme al campione Daniele Cassioli.
Ma Alessia non è solo sport. È curiosità a trecentosessanta gradi. È vita pura. Perché di interessi ne ha diversi e numerosi. Tra questi, la moda e l’estetica che condivide con sua sorella: «Il suo parere per me è fondamentale. Non sono una persona facilmente influenzabile, ma la sua parola è importante nelle mie scelte». E, accanto, le amiche: «Molto selezionate, perché voglio accanto a me solo persone fidate e con le quali mi sento veramente felice di stare. Negli anni ho imparato a smussare gli angoli del mio carattere e a diventare meno intransigente ma voler bene a se stessi significa anche rispettare il proprio modo di essere e mai trasformarsi per accontentare le aspettative altrui».
Oggi Alessia vive da sola in un appartamento che cura in ogni minimo dettaglio e lavora in banca; cinque anni fa la sua cecità da parziale è diventata totale: «Tutto è successo molto gradualmente ed era difficile essere creduta quando dicevo che iniziavo a percepire il cambiamento. Sostenevano tutti fosse una questione di luce o di stanchezza. Soprattutto perché non c’era la possibilità che peggiorasse, dato che è stato un danno provocato da un farmaco. È stato difficile accettarlo ma mi sono rialzata. Perché nella vita ho lo stesso obiettivo che mi muove nello sport: quello di vincere, sempre e comunque».

 

di Sabrina Falanga

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