Pensieri in 16:9 – L’arte in uno sguardo perduto

Visages, Villages di Agnes Varda: quando il cinema dà voce a mondi dimenticati

In un mondo patinato, attento a ogni minimo dettaglio estetico come quello di Hollywood, vi sono ancora dei baluardi della semplicità; uomini e donni forgiati dal sacro fuoco dell’arte, intenti a portare avanti il proprio discorso autoriale e per questo quasi completamente disinteressati del tempo che avanza, dei difetti che si evidenziano, e degli acciacchi che si accumulano. In un mondo di bellezze apparentemente perfette, e di lussi ostentati, c’è ancora chi custodisce barlumi di umanità e una gioia di vivere tipicamente fanciullesca. Una joie de vivre nascosta dietro occhi stanchi – ma ancora sognatori – e un volto solcato da rughe che sanno di esperienza, conoscenza e saggezza. In un mondo come Hollywood, c’è ancora chi combatte la frivolezza e la superficialità a suon di cinepresa, talento e creatività. A Hollywood c’è chi esiste e resiste. E poi c’è chi resterà in eterno, proprio come Agnes Varda.
Dici Agnes Varda ed ecco che ti appare subito il piccolo folletto della Nouvelle Vague. Una donna piccola ma piena di entusiasmo e voglia di fare. Un concentrato di alacrità e idee, capace di passare dal drammatico al comico in maniera netta, proprio come netto è il cambio bicromatico dei suoi capelli, dal rosso passione al bianco purezza. Dalla Nouvelle Vague a oggi il suo cinema si destruttura e rinasce come un’araba fenice. È un cinema che si ammanta di poesia, di memoria, che abbraccia il suo corpo e i suoi pensieri. Un work in progress costante, che sembra farsi durante la sua visione. È un cinema empatico, che ha bisogno della gente, del calore umano, dei volti. Ed è proprio della stessa sostanza di cui sono fatti gli sguardi che è nato il progetto di Visages, Villages. In questo universo vivo, colorato, dinamico, amalgamatosi all’obiettivo di una macchina fotografica, la regista non si limita a svolgere il mero compito di scrutatrice della realtà, ma si lascia cullare dal suo aspetto più ludico e infantile. Ponendosi di fronte alla propria cinepresa, la cineasta racconta uno spaccato di Francia capace di animare, con un solo fugace sguardo, la propria attenzione e immaginazione. E se Visages, Villages è un gioco, per divertirsi Agnes Varda ha bisogno di un amico con cui condividere la propria esperienza. Poteva scegliere chiunque come suo compagno di viaggio, eppure la regista ha lasciato che fosse ancora una volta il caso – da sempre suo perfetto assistente alla regia, e fedele consigliere nel momento della creazione – ad eleggere per lei lo street artist JR.
Sembrano due personaggi dei fumetti la Varda e JR; lei con i capelli bicolori, e lui con gli occhiali da sole e il cappello sempre in testa. I due si prendono in giro, si provocano, ma tanta è la sintonia che scorre e li unisce.
Girata la chiave, ingranata la prima, messo a posto il volante, ecco che i due partono per un viaggio emozionale, dove il clic della macchina fotografica su paesaggi immensi e sublimi, lascia spazio ad abbracci e gigantografie immortalanti visi e occhi, specchi di tante anime rotte o scheggiate. È un viaggio attraverso la Francia a bordo di un camion che è un po’ occhio che guarda, e un po’ macchina fotografica con le ruote (il veicolo sviluppa infatti gigantografie da una fessura sul fianco). “Ogni volto racconta una storia” afferma Agnes Varda commossa, ed è sulla potenza di queste parole – benzina artistica che accende e spinge i due a viaggiare e perlustrare la Francia di provincia – che la regista e il giovane artista incontrano persone, facendosi testimoni di realtà limitrofe che non godono spesso della meritata attenzione. Sono operai, pensionati, allevatori, artigiani, o intere famiglie che con coraggio hanno deciso di ripopolare villaggi col tempo abbandonati. Sono uomini, donne, bambini tutti vicini all’ideale di persone vere che la Varda vuole celebrare, proprio come ha celebrato in passato i volti meravigliosi di Anna Karina, Corinne Marchand, Jane Birkin e Sandrine Bonnaire. Un confessionale in “sedici-noni”, durante il quale anche gli stessi JR e Agnes Varda si lasciano andare in conversazioni private. Vengono così a galla le rispettive esperienze e speranze, i ricordi dei propri cari e le tanto temute paure. Lui le presenta l’anziana nonna, mentre lei ricorda l’amatissimo marito Jacques Demy e il fotografo Guy Bordin. Passo dopo passo, come flâneur alla ricerca del bello e del dignitoso dietro l’umile e l’ordinario, Varda e JR rivestono di immaginazione e riflessioni le terre battute e i paesini visitati. Come Ulisse guidato dal vento, così i due si lasciano trasportare dal caso, toccando incidentalmente le varie destinazioni. Gli episodi diventano quadri impressionisti abbozzati non più con macchie di colore, bensì con inquadrature in dettaglio su rughe e smorfie. I migliori attori francesi e le star internazionali che abitavano i fotogrammi di Cento e una notte, nascondono ora la propria aura portentosa per lasciare spazio a un trionfo dell’umanità nel suo ambiente più semplice e modesto. L’insofferenza alle regole tipica della Nouvelle Vague si infievolisce a favore di una ripresa frontale e mobile; un’inquadratura ad altezza d’uomo atta a scrutare ogni viso dal profondo, carpendone segreti e storie lì nascoste. Con Visages, Villages, quell’istinto voyeuristico, così atavico e sublime, viene surclassato con eleganza dal più puro amore per l’essere umano. Una celebrazione che raggiunge il proprio climax emotivo con la realizzazione di bellissimi murales attraverso cui JR abbellisce case o posti di lavoro degli emozionati intervistati.
La leggerezza e l’allegria con cui Agnes Varda fa cinema, e la memoria poetica con cui JR infarcisce i propri scatti, sono atomi perfetti pronti a congiungersi in un’esplosione artistica e umana. “Sono sempre pronta a partire se si va verso villaggi, paesaggi semplici, visi” e il viaggio sentimentale a bordo del caravan errante di JR è forse il più bel testamento sentimentale che la Varda poteva lasciare ai posteri. Un atto d’amore artistico dove il cinema ritorna a valorizzare il mondo reale senza fronzoli o abbellimenti, ma solo attraverso il pulsante “rec” in azione.

di Elisa Torsiello

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