Un allenatore nel canestro: Marco Crespi

Nato il 2 giugno 1962 a Varese, Marco Crespi ha avuto sempre un sogno: fare l’allenatore di pallacanestro. Nella sua lunga carriera, le squadre da lui allenate hanno avuto e conquistato riconoscimenti notevoli. Con occhi sempre aggiornati e alla ricerca del metodo migliore per allenare, ora si occupa della Nazionale femminile di basket, che si sta preparando per le qualificazioni agli Europei.

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1) Quando inizia la sua avventura nel mondo del basket?
I primi anni del liceo, penso nel biennio, io ho fatto lo scientifico, scrissi in un tema il cui titolo era ‘fanatismi della nostra epoca’, ovviamente voleva essere riferito a qualcosa di storico. Io parlai del fatto che fanatismo può essere visto in senso positivo, cioè ognuno ha bisogno di questo e lo tradussi da fanatismo a passione, perché io già quando avevo 15 anni da grande sognavo di fare l’allenatore di basket. Poi capitò che quando ne avevo 16 mi ruppi il legamento crociato del ginocchio, giocavo a livello di campionati giovanili ed ero scarso. Lì decisi e pensai che era il segnale per incominciare ad allenare e quandi feci il primo corso allenatori e a 17 anni ho iniziato ad allenare. È facile per tutti sognare di diventare calciatori, per sognare di diventare giocatori professionisti di basket, bisogna avere non solo requisiti di talento ma anche requisiti fisici, quindi diciamo che le persone che possono sognare quello si restringono: io non ero tra quelle. Però sognavo di fare l’allenatore, infatti nel tema scrissi che ‘il basket è un microcosmo in cui non manca nulla per essere felici’, mi ricordo proprio questa frase e l’idea era di vivere dentro la vita di un gruppo. Guidare un gruppo in un percorso, un percorso avvolto da emozioni.

2) Quanto è cambiato il mondo del basket da quando ha iniziato ad allenare finora?
Non so rispondere a queste domande e non ci voglio neanche perdere del tempo, nel senso che il mondo del basket non si può generalizzare, ci sono singole persone, singole percorsi. È facile dire ‘non voglio essere il nostalgico che dice ah prima era bello, adesso è brutto’. Penso che il mondo del basket viaggia ad una velocità, partendo dal campo, dallo sviluppo tecnico, di cambiamento elevatissima, se, come sicuramente posso pensare che c’è qualcuno o un sistema che non ama la velocità, non voglio utilizzarlo mai come alibi, cerco di fare il mio percorso e di coinvolgere le persone che lavorano con me. Non mi interessa dire quanto è cambiato, non serve, non è utile. È distrazione e distrazione tante volte è alibi, non mi piace quelli che usano il ma, ma prima, ma dopo. Non serve, è utile fare anziché dire ‘ma’.
3) Quale è stata l’esperienza che le ha dato di più e che più le è rimasta allenando le maschili?
Sono rimaste tante situazioni dentro, però se devo sceglierne una, scelgo sicuramente la stagione di Siena. Ci ho scritto anche un libro, perché era una storia che vivevo, sentivo e meritava di essere raccontata come una bella storia umana, non solo come storia di sport. Sono stato fortunato ad essere uno dei protagonisti.

4) La Nazionale femminile: punti di forza e difficoltà.
Nazionale Femminile, parto dalla telefonata che mi ha fatto il presidente Petrucci una domenica dello scorso anno, del 2017, quando ero al mare a Varigotti dove passo parte delle mie vacanze estive. Quando mi è arrivata questa telefonata totalmente inaspettata proponendomi questo tipo di incarico, io sentivo che sarebbe stato bello e l’abbinamento tra questa sensazione di istinto, di pancia, davanti ad una cosa così inaspettata è stata la spinta ad accettare l’incarico. Pur essendomi occupato sempre di basket maschile, per mia curiosità voglio conoscere tutto e quindi ho accettato. Quella bella sensazione durante quella telefonata è diventata il piacere di conoscere un mondo che ha molta bellezza dentro, è una bellezza che ogni tanto si perde perché viene ricoperta da polvere e togliere la polvere è la mia missione, che va al di là di un incarico professionale. La mia missione è assolutamente non fare cadere più polvere sulla bellezza, soprattutto sulla bellezza di dedizione e di possibilità delle ragazze del nostro basket.

5) Cosa si aspetta da questa nazionale femminile?
Per il momento abbiamo due partite decisive, due partite contro Croazia e Svezia che incuriosiscono e da giocare non pensando alle partite precedenti: una sconfitta in affanno in casa contro la Croazia ed una tesa vittoria contro la Svezia, ma proprio perché saranno nuove partite, l’attenzione ed ogni tipo di proiezione a livello di risultato sono legate alle partite di Novembre. Poi più in generale se devo sintetizzare due messaggi che, non sono messaggi solo miei personali ma credo che con forza possano diventare punti di riferimento della squadra Nazionale A, sono uno che si è tramutato anche in un progetto cioè “ Ragazze in Tiro”, cioè il piacere di tirare, perché manca proprio facendo una statistica questo piacere e seconda cosa, la dimostrazione anche gli ultimi Mondiali, che non vogliamo tirare solo negli ultimi otto secondi di un’azione. Alcune volte c’è questo polveroso luogo comune che manca atletismo e allora c’è più gioco di passaggi ma invece il basket femminile è qualcosa che per far vedere la sua bellezza deve andare all’alta velocità che è richiesta dal basket attuale e quindi non è un gioco di passaggi ma un gioco per piacere di tirare e fare canestro.

6) Quanta differenza c’è tra allenare ragazze e ragazzi?
Allora, la mia scelta per semplificare, ma non per fare una scelta semplicistica, è quello che non esiste nessuna differenza, perché anche a livello, non esiste una differenza di genere, ma differenza che se alleno dodici persone maschi alleno dodici persone differenti, se alleno dodici persone femmine alleno dodici persone differenti, non si può fare differenza di genere perché ogni persona è diversa e la capacitò dell’allenatore è quella di trovare la comunicazione umana e tecnica con giocatrici diverse. Se utilizzo lo stesso metodo, lo stesso approccio per persone diverse non sto facendo bene il mio mestiere di allenatore.

7) Quale è il compito più difficile di un allenatore? E la parte più bella?
Una mia preoccupazione, nel senso positivo di miglioramento professionale, è non dire mai una cosa retorica. Una mia paura è quella di dire qualcosa ad un giocatore o giocatrice che si è già sentito dire tante volte, che direbbe l’uomo della strada, quello che sfoglia i titoli della Gazzetta, che ci sono tanti, troppi, inutili luoghi comuni nello sport. Facendo un esempio, quando ho allenato Siena per una stagione, nel quarto di finale playoff, eravamo arrivati secondi che era un risultato storico per quella Siena con Milano, che ci aveva comprato tutti i giocatori di punta che avevamo noi lì. Era una società dichiarata fallita a gennaio con il presidente agli arresti domiciliari e arrivò seconda in stagione regolare, di cui ho un ricordo meraviglioso. Quarto di finale contro Reggio Emilia, vantaggio del fattore campo: giochiamo in casa, mentre camminavo dalla panchina verso lo spogliatoio pensando a come (dopo 48 h si giocava di nuovo) dare un segnale, trovare le parole giuste, pensavo che dire qualcosa di scontato, fare vedere gli errori: abbiamo difeso male, non siamo stati noi stessi, questa è la partita dove dobbiamo mettere tutto sul campo, tutte queste cose qua, pensavo che non sarebbero arrivate, perché sono cose scontate, e allora non utilizzai parole ma una immagine di Michael Jackson. Michael giovane senza nessuno trattamento di chirurgia plastica e lo scrissi in inglese perché ovviamente la squadra aveva molti elementi in inglese con “ Come vuoi essere ricordato?” e penso che aver trovato quella frase mi ha tolto innanzitutto l’ansia e la paura di dire qualche cosa di scontato e di retorico in un momento in cui forse trovare un’immagine ed un messaggio poteva essere importante e vivi anche le facce dei giocatori. Se un allenatore in certi momenti riesce a sorprendere i giocatori con i messaggi e le parole, penso che li raggiunga, li faccia sentire appartenenti ad un gruppo. Il momento più difficile è pensare di non dire la frase retorica. Pensare di non pensare di vivere in un ambiente dove si vive di luoghi comuni. Il momento più bello è quando anche, nel lavoro individuale, quando aiuto molto nel rapporto allenatore – giocatrice, per far capire che io sono al loro servizio e siamo tutti e due appartenenti ad un prodotto che sarà il nostro modo di giocare e quindi guardo con gli occhio di una giocatrice che si interrogano, si fanno domande su cosa possono essere i proprio miglioramenti a livello individuale. Ecco, quella è una sensazione di un piacere pazzesco, forse perché mi sento anche molto formatore, allora in quel momento lì sono un mediatore, cioè quello che è tra la persona e la sua azione. Mi sento molto mediatore, molto coinvolto perché vedo, non tanto la cosa tecnica ma il coinvolgimento della giocatrice e credo che questo poi sia importantissimo quando si va sul campo per giocare di squadra.

di Deborah Villarboito

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