Italia commercio domenica

Commercio: Italia prima per numero di esercizi commerciali al dettaglio

Nel 2016, con 606.224 imprese attive, l’Italia è al primo posto tra i principali Paesi dell’Unione Europea per numero di esercizi commerciali al dettaglio. Poi ecco la Francia (507 mila) e la Spagna (487 mila). Il settore vede impiegati 1,9 milioni di addetti, mentre in Francia siamo a 2 milioni e in Spagna a 1,7 milioni. Le imprese dedite al commercio al dettaglio rappresentano il 16,3% delle unità economiche attive nei settori industria e servizi che rientrano nella categoria business sector. La percentuale si avvicina a quella francese ed è di poco inferiore alla Spagna (oltre il 18%). La Germania si ferma invece al 13,5%.

Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2016, Germania e Francia hanno avuto una grossa espansione per numero di imprese (+2,5% e +20%) e per numero di addetti (+7% e +3,1%). In Italia, invece, dobbiamo registrare un calo per numero di aziende (-6%) e di personale (-1,6%). A fronte di un fatturato stazionario, l’Italia ha avuto un aumento del valore aggiunto (+4,1%). In Francia entrambi gli indicatori sono in crescita, in Germania c’è stata un’espansione rilevante del fatturato e, ancora di più, del valore aggiunto.

Ogni impresa di commercio al dettaglio italiana ha una media di 3,1 addetti per azienda, in Spagna siamo a 3,6, in Francia a 3,9. In Germania passiamo a 10,7. Però, poi, facciamo meglio della Spagna a livello medio di produttività apparente del lavoro (28 mila ad addetto contro 24,7). La Germania arriva a 30,3, in Francia si va addirittura a 40 mila. In Italia, Francia e Spagna, è rilevante il ruolo degli esercizi commerciali di minore dimensione economica (da 0 a 9 addetti) per numero (la quota dei tre Paesi è del 97,5% circa). Da noi, è sensibilmente più alto sia per addetti (60%) sia per fatturato (40,7%). Nel periodo 2010 – 2016, però, l’incidenza degli esercizi commerciali più piccoli è calata in Italia e in Germania (-2,5 e -1,8 punti percentuali). Il calo di fatturato più consistente vede ancora una volta presente l’Italia (-7,5%) e la Spagna (-6,9% rispetto al fatturato complessivo del settore).

Grande distribuzione meglio della piccola

Entriamo maggiormente ‘dentro’ l’analisi. La grande distribuzione incrementa di 4,3 punti percentuali nel periodo 2010- 2015 il suo contributo al fatturato totale del commercio fisso al dettaglio in Italia, raggiungendo nel 2015 una quota prossima al 50%. In particolare, è la grande distribuzione alimentare a registrare l’incremento più significativo passando dal 25,3% nel 2010 al 31,3% nel 2015, con un aumento di 6 punti percentuali. Le imprese operanti su piccole superfici ridimensionano la loro quota di mercato al 50,8% (dal 55,1%), con una flessione più ampia per gli esercizi commerciali che vendono prodotti non alimentari (39,2% nel 2015, con una flessione di 5,8 punti percentuali). Nonostante questo ridimensionamento della piccola distribuzione, il suo peso nel commercio rimane ancora rilevante per il mercato in termini sia di capacità di vendita che di occupazione assorbita. Nel 2015, le aziende del commercio al dettaglio con un solo addetto sono il 55% del totale, assorbono il 17,09% dell’occupazione, ma hanno impatto limitato sia per fatturato (8,5%) sia per valore aggiunto (6,8%). La produttività media è inferiore del 60% a quella media del settore. Le aziende con 2-9 addetti (43% del totale) hanno il numero più elevato di personale (43%) e contribuiscono per un terzo a fatturato e a valore aggiunto, come per le grandi imprese, che hanno più di 250 addetti.

Dal punto di vista congiunturale, la grande distribuzione fa registrare una crescita nei numeri indice delle vendite di 2,8 punti tra il primo semestre 2016 e lo stesso periodo del 2018, la piccola distribuzione decresce di 1,7 punti. Forte la crescita di fatturato di chi commercializza prodotti al dettaglio, esclusivamente o prevalentemente con l’e-commerce (+23 punti percentuali).

Note molto positive arrivano dall’occupazione nel settore. Superato il livello pre-crisi, da poco più di un milione e 50 mila (secondo trimestre 2008) le posizioni lavorative dipendenti sono arrivate a 1,2 milioni nel secondo trimestre del 2018. Soprattutto da metà 2015, c’è stata la ripresa (+4,7% nel primo trimestre del 2016 il picco, poi +4%, +3,2%, +2,8% e +1,6% rispettivamente nel terzo e quarto 2017, nel primo e nel secondo 2018). Grande e piccola distribuzione, con 1.074 posizioni lavorative dipendenti, pesano per più del 91% sull’occupazione del settore. Se nel 2010 e nel 2011 entrambi hanno fatto archiviare una forte ripresa, poi hanno risentito della recessione nel 2012-2013, per tornare a crescere negli ultimi 4 anni. Le differenze però ci sono, eccome. La piccola distribuzione ha iniziato prima e ha risentito più a lungo della recessione.

Tra il secondo trimestre del 2010 e il secondo trimestre del 2018, hanno avuto un aumento di dipendenti tutte e due: la piccola distribuzione è passata da 526 mila a 553 mila assunzioni, la grande da 438 mila a 521 mila. Negli ultimi mesi, però, ci sono segnali di indebolimento della ripresa: nel secondo trimestre del 2018, la piccola distribuzione – dopo 11 trimestri in crescita – ha avuto un calo (-0,3%), la grande distribuzione continua a macinare numeri, ma più contenuti (+1,2%). L’incidenza occupazionaria di quest’ultima, dunque, aumenta: dal 45,4% del secondo trimestre del 2010 al 48,5% del secondo 2018.

Molto elevata l’incidenza del lavoro a tempo parziale nel commercio al dettaglio. Tra secondo trimestre 2010 e secondo 2018, +12,6% (51,5% il totale). Il part time è stato utilizzato prevalentemente nella piccola distribuzione (incidenza dal 38,7 al 56,9%), nella grande distribuzione siamo passati dal 38,3 al 45,8%. L’e-commerce, pur rappresentando solo lo 0,8% del commercio al dettaglio, tra il secondo trimestre 2016 e il secondo 2018 ha avuto un incremento occupazionale del 34,6%.

Dove si compra

Sono il supermercato e l’ipermercato i luoghi più usati dalle famiglie italiane per acquistare beni alimentari (59,6% delle compere, in lieve crescita rispetto al 58,3% dell’anno prima), poi ecco i negozi tradizionali (21,7%) e gli hard discount (11%). Nel Sud e nelle Isole si usano ancora maggiormente i negozi e le botteghe (33,9%), al Centro e al Nord si va nei supermercati e negli ipermercati (due terzi delle famiglie rispetto a meno di una su due al Sud e nelle Isole). Come nel 2014 e nel 2015, nelle Isole registriamo la percentuale più elevata di acquisti fatti negli hard discount (15,7% nel 2016), anche se in calo rispetto a dodici mesi prima.

Il lavoro domenicale

Nel 2017, i lavoratori indipendenti del settore del commercio erano 1 milione e 238 mila (37,6% degli occupati in questo comparto, nel 2008 erano il 40,8%), in diminuzione del 12,1% rispetto al 2008 (-170 mila occupati). I lavoratori autonomi che lavorano la domenica sono il 23,5% del totale, valore nettamente sotto la media europea (34,3%). In Francia sono il 39,3%, in Germania il 35%. Diverso il dato per i lavoratori dipendenti che lavorano la domenica e che rappresentano il 20,6% dell’occupazione alle dipendenze (dati 2017), quota solo leggermente inferiore a quella Ue (22,5%), ma superiore alla Francia (20,1%), alla Spagna (19,8%) e alla Germania (18,4%).

Nel settore del commercio, gli autonomi che lavorano la domenica sono il 21,1% (erano il 20,3% nel 2008). Lavorano più spesso la domenica i giovani tra i 15 e i 34 anni (26,1%), le donne (22,9%) e nel Sud (23% contro il 18,6% del Nord). I dipendenti sono invece di più rispetto al complesso dell’economia. Su 2 milioni stimati nel settore, 628 mila (30,6%) hanno lavorato di domenica almeno una volta nel mese precedente alla rilevazione; tra questi, il 20,2% almeno due volte nello stesso mese. Il peso relativo degli occupati dipendenti che hanno lavorato almeno una volta al mese di domenica è andato aumentando ininterrottamente negli ultimi dieci anni, passando dal 19,6% del 2008 al 30,6% del 2017.

Da quando è stato fatto il decreto salva Italia, tra il 2011 e il 2012, il numero di lavoratori impiegati di domenica è salito di 98 mila, +24,2%. Nel 2017, chi ha lavorato di domenica, lo ha fatto nel 66% dei casi più di una volta al mese. Come per gli autonomi, anche per i dipendenti sono le donne a lavorare maggiormente la domenica (61,1% del contingente domenicale). Il 42,9% ha meno di 35 anni. Il lavoro domenicale coinvolge in particolare chi ha un titolo di studio secondario superiore (58,5%). Prevale il ricorso a contratti a tempo indeterminato (78,4%) e a tempo pieno (64,4%), ma per i dipendenti l’incidenza domenicale con contratto a tempo determinato è più elevata rispetto alla media del settore (21,6% rispetto al 16,2% nel commercio) o part time (35,6% rispetto al 27,9%). I lavoratori della domenica lo fanno abitualmente per 20 – 29 ore settimanali (24,7% contro una media del settore del 18,8%).

Chi compra la domenica

Un quarto delle persone di 15 anni e più (24,2%) nel 2014 ha fatto acquisti la domenica, quota più bassa rispetto agli altri giorni della settimana. Il sabato è il giorno con più afflusso (51,9%), negli altri giorni feriali siamo al 43%. Ma tra il 2003 e il 2014, la domenica è l’unica giornata che ha fatto registrare un aumento (di soli due punti percentuali, concentrata nel periodo 2003 -2009). Chi è residente nel Centro Italia (25,6%) fa maggior uso della domenica come di una giornata per fare shopping. Al Sud scendiamo al 23,1%. Nelle aree metropolitane (25,6%) si acquista di più che nei comuni fino a 2 mila abitanti (21,6%).

La domenica fa acquisti prevalentemente chi è occupato (27%), prevalgono gli uomini (28,4%). Il sabato siamo al 51%, con prevalenza femminile (58,9%). Il tempo dedicato mediamente agli acquisti domenicali è di un’ora e sette minuti, di dieci minuti inferiore circa al sabato (un’ora e 18 minuti). Nel 2003, si spendevano circa 47′ per comprare di domenica.

di Alessandro Pignatelli

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