Il Premio Nobel per la Pace 2018 insegna che “la giustizia è un affare di tutti”

Diversamente Uguali

Lui uomo, lei donna; 63 anni lui, 25 lei; lui congolese, lei irachena appartenente alla minoranza yazida.
Il Premio Nobel per la Pace 2018 è andato a queste due persone apparentemente così diverse ma che invece hanno tanto in comune: entrambi, infatti, si sono prodigati nel porre fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati.

Fra i 331 candidati, a Oslo sono stati premiati Nadia Murad e Denis Mukwege: lei ha provato sulla sua pelle il dramma degli stupri e altri abusi da parte dei miliziani dell’Isis; lui, ginecologo, conosciuto come “l’homme qui repare le femmes”, ha ridato speranza a vittime di stupro in un contesto di conflitti violenti nella Repubblica Democratica del Congo.

Entrambi sono grandi esempi di umanità e soprattutto determinazione, quella che non si piega, né si spegne dinanzi a nulla, neppure davanti all’Isis, quella caparbia che insegna a tutti che ingoiare bocconi amari in silenzio non aiuta la giustizia che invece è, come dice lo stesso Mukwege, “affare di tutti”.

Nadia Murad aveva solo 21 anni quando venne catturata dall’Isis. Prima di lei, erano già stati rapiti, massacrati e uccisi, fra le migliaia di altre vittime, i suoi 6 fratelli e la sua mamma.
Insieme ad altre 150 ragazze, Nadia venne rinchiusa in veri e propri centri di distribuzione, dove venivano costrette a vivere come schiave sessuali dai miliziani dell’Isis.

Lei riuscì a scappare e, grazie al sostegno di un’Associazione, è emigrata in Germania.
Nel dicembre 2015 ha portato coraggiosamente all’attenzione della Comunità Internazionale prima, e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU poi, i crimini commessi dall’Isis contro la minoranza yazida (ritenuta politeista, infedele e persino adoratrice del diavolo da parte dell’Islam) ed è riuscita a sensibilizzare la comunità e i media su quello che ora è ritenuto un vero e proprio “genocidio” ai danni di un popolo.
Quello della violenza sessuale è una vera e propria strategia di guerra, che non distrugge solo le donne e il loro corpo ma l’intera società: semina terrore tra la popolazioni, disgrega famiglie, distrugge comunità e ovviamente ha un impatto grave e devastante sulle vittime, sia fisicamente che psicologicamente, tanto che i suoi effetti si protraggono anche dopo la fine del conflitto.
È qui che agisce la grande missione del dottor Denis Mukwege, che ha dedicato la sua vita a difendere queste vittime, curandole.
Nel 2014 era già stato insignito del Premio Sakharov per la libertà di pensiero da parte del Parlamento Europeo.
Valido medico ma soprattutto esemplare attivista, nel 1998 aveva fondato il Panzi Hospital, punto di riferimento a livello mondiale per tutte le vittime di danni fisici causati da stupro.
“Per porre fine a quanto sta avvenendo in Congo occorrerebbe innanzitutto che i colpevoli venissero puniti. Poi ci vorrebbe una ferma volontà di fermare il saccheggio dei minerali, perché solo così cesserebbero i conflitti che stanno dilaniando il nostro Paese”: sono severi i toni del medico congolese sia contro il suo governo, sia verso gli altri in giro per il mondo.
Non c’è che da inchinarsi, dunque, dinanzi a queste forti personalità, che seppur sotto forme diverse, hanno contribuito a dare visibilità alla violenza sessuale in tempo di guerra.

di Antonella Lenge

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