La forza di Luca? Dare senso al dolore

“Perché proprio a me?”
Ci sono domande che è umanamente comprensibile porsi. Specialmente se hai tredici anni e ciò che ti piomba addosso è difficilmente accettabile. Perché ci sono montagne che impediscono la visuale ma sembrano impossibili da scalare. E poi ci sono i dolori. Quelli che segnano, che cambiano.

Le reazioni a quello che la vita ti chiede di affrontare possono essere delle più diverse: da chi erige muri, a chi mette un freno alla sensibilità, a chi decide di aprirsi al mondo e fa delle sue sofferenze una strada per il miglioramento. Luca ha scelto di non farsi abbattere dagli ostacoli che la vita ha deciso di mettergli davanti ad appena tredici anni. Ha deciso di rimanere se stesso, nonostante fosse appena diventato un ragazzino a cui fu diagnosticato un tumore al cervello.
Luca Cavallo, 29 anni, ricorda ogni attimo di quei lunghi anni, ma ora può dirlo: sta finalmente bene.

Non passa molto tempo da quando Luca inizia ad avere i primi sintomi al momento in cui il medico dà l’esito definitivo. “Provavo dei forti mal di testa, così intensi – racconta oggi – da avere fatica a stare in piedi. Necessitavo solo di stare in una stanza buia, ad occhi chiusi. Inizialmente gli specialisti ci dissero che ero semplicemente soggetto a questi dolori, qualcosa di genetico”. Dopo gli esami arriva effettivamente un periodo in cui il vercellese non viene colpito da questi mali, al punto da non avere più preoccupazioni. Fino a che un giorno, mentre si trova a scuola, viene colpito da una crisi epilettica.

È un giorno di primavera. Luca e la sua mamma stanno tornando a Vercelli con un treno da Torino: sono appena stati all’ospedale Regina Margherita. Luca dorme sui sedili. Simona, la madre, tiene tra le mani una busta. Il medico, forte di una grande sensibilità, aveva cercato di dare loro la notizia nella maniera meno tragica possibile. “Ma, si sa l’essere umano – dice la madre – ha spesso bisogno di sbattere la faccia contro la più dura realtà per poterla affrontare al meglio”. La donna apre dunque la busta e legge quelle terribili parole: sospetto tumore. “Ho guardato mio figlio dormire e la mia tentazione era quella di aprire il finestrino del treno e – confessa – buttarmi sotto il primo vagone di passaggio”. È la sofferenza a farla parlare, la sofferenza di una madre che teme di dover affrontare una di quelle che fini che appaiono innaturali.

Non sa dire dove, invece, abbia trovato la forza per andare avanti. E non solo di resistere a questo duro colpo. “In quei 7 piani di dolore è stato come vivere in un mondo parallelo. Tra tutto il dolore dilaniante di bambini e ragazzi malati, tra chi ce la faceva e chi quotidianamente invece se ne andava, ciò che più si respirava – ricorda la donna – era la solidarietà, la forza che ci si trasmetteva tra famiglie. Certi che nessuno, se non tra di noi, avrebbe potuto capirci”.

Luca viene operato nei giorni successivi al risultato. Un intervento che dura infinite ore e che finisce bene. Il ragazzo torna a casa e alle sue attività quotidiane, come la scuola, già una settimana dopo. “Non c’era bisogno di aspettare”. Forse perché solo chi guarda in faccia alla morte riesce a dare il giusto valore al tempo. Sono anni di controlli, di visite, di stress a cui Luca risponde sempre con il sorriso. “Confesso: mi sono sentito solo e perso tante volte. Mi sono ritrovato spesso a piangere e – ammette – a vivere il dramma di sentirmi diverso dai miei coetanei. Ciò che mi era capitato sembrava essere più grande di me. Probabilmente, ma questo posso dirlo solo ora, quanto accaduto ha semplicemente rafforzato la mia predisposizione all’aiutare il prossimo”.

Un dolore che da distruttivo viene faticosamente lavorato e trasformato in costruttivo.

Luca studia Economia all’Università ma nella vita lavora come assistente alla disabilità nelle scuole. “Mi riempie lo spirito. E in cui ho conosciuto persone in grado di cambiarmi e – sottolinea – migliorarmi profondamente: come il mio amico Livio. Niente, comunque, mi fa stare bene quanto stare vicino a quei bambini, ognuno con la sua storia, con le sue diversità, con i suoi limiti. Vorrei poter dare loro sempre di più, il mio aiuto sempre più grande. I loro abbracci, i loro sorrisi: è tutto ciò di cui ho bisogno per stare bene. Presto terminerò gli studi ma sinceramente credo continuerò a lavorare nell’ambito del sociale nonostante le difficoltà di contratti e di stabilità. Penso che la vita sia fatta di scelte e la migliore che si possa prendere è quella di seguire le proprie attitudini. Quelle strade che qualcuno ha deciso per te, quasi fosse una missione che ti è stata affidata. In questa strada, evidentemente, era previsto anche che io vivessi determinate cose per comprendere verso quale direzione andare. La sofferenza porta alcune persone a chiudersi e non le biasimo. Con me è stata buona: mi ha portato alla totale apertura verso il prossimo, specialmente verso chi è in difficoltà”.

di Sabrina Falanga

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