Recitala ancora Gaga

Pensieri in 16:9
Il pregiudizio su A Star is Born e il perché non riusciamo ad amare i cantanti nei film

Era un’afosa giornata di agosto del 2016 quando cominciò a rimbalzare tra i siti di tutto il mondo una notizia destinata ad alzare ancor più la temperatura: il nuovo remake di “A Star is Born” (il quarto nella storia del cinema) aveva finalmente trovato la sua regina nella figura di Lady Gaga. Quello che ne seguì fu un fiume in piena colmo di pregiudizi e paure. Tanti i timori da parte del pubblico che un classico della cinematografia mondiale potesse lesionarsi a causa di una scelta di casting del tutto errata. Di tutt’altra natura la reazione alquanto entusiastica per la decisione di affidare a Bradley Cooper non solo il ruolo da protagonista, ma anche di regista. La sorpresa e l’ammirazione che hanno avvolto sin dall’inizio la performance canora dell’attore di “Una notte da leoni” (la stessa che accolse quella di  Emma Stone in “La La Land”, di Oscar Isaac in “A proposito di Davis”, o di Rami Malek nel biopic su Freddie Mercury “Bohemian Rhapsody”) è la nemesi perfetta di quel sentimento di paura preventiva e pregiudizi innati che hanno accompagnato la realizzazione del film fino alla sua proiezione alla Mostra del cinema di Venezia. C’è chi quel pregiudizio non è proprio riuscito a scrollarselo di dosso, privandosi della possibilità di giudicare in maniera fredda e oggettiva una performance che nel complesso non risulta così deludente come invece ci si poteva aspettare.

A fronte degli elogi riservati a Cooper per la sua esibizione canora sorge spontaneo chiedersi cosa influisce su due metri di giudizio così agli antipodi. Cosa, cioè, ci impedisce di non partire prevenuti e storcere il naso di fronte alla notizia che a rivestire un ruolo così importante al cinema sarebbe una star della musica – per di più con una personalità spiccata ed eccentrica come Lady Gaga, mentre quando accade il contrario – un attore ingaggiato in un musical – tutto ciò non avviene?

La risposta, forse, è insita nella nostra memoria collettiva. Questi pregiudizi sono fantasmi di un bagaglio cinematografico alimentato anno dopo anno, visione dopo visione. Un baule magico; un cassetto ricolmo di ricordi, citazioni e scene memorabili in cui poco spazio è riservato a cantanti capaci di spiccare anche in ruoli attoriali. Lunga è invece la lista di attori che ci hanno emozionato, rigando il nostro viso con una lacrima, non per frasi o citazioni alacri, quanto per doti canori tenute ben nascoste. Anne Hathaway, Emily Blunt, Hugh Jackman, Jamie Foxx, Lily James, la stessa Meryl Streep, sono talenti completi, poliedrici, figli di quella totalità interpretativa spronata dalle scuole di recitazione, e discendente di grandi personalità del passato che in un batter d’occhio riuscivano a passare dal canto, alla performance attoriale, o alla danza.

A chi nasce propriamente come cantante, è difficile che gli vengano richieste velleità recitative da sfruttare per poi sfondare nel campo della musica. Certo, in un mondo giocato sullo sguardo e sulla potenza del visuale come quello odierno, gli stessi cantanti devono essere dotati di una mimica facciale e di una profondità interpretativa capaci di sottolineare il senso emozionale di ciò che si sta cantando. Ciononostante è dai tempi dei tempi che anche il cinema, come un ascoltatore attento e sognatore, si lascia ammaliare dal canto di sirena di questi artisti, per poi richiamarli a sé, nel proprio universo di celluloide e immagini in movimento. Eppure, sembra che il talento canoro e l’espressività profonda, introspettiva che questi interpreti vantano sul palco, non riesca a passare sullo schermo, rimanendo imprigionata nel buio del fuori campo. Se Maria Callas nella “Medea” di Pierpaolo Pasolini riesce comunque a bucare lo schermo perché forte della comunicazione empatica del teatro operistico, vi sono altri interpreti come Madonna, Beyoncè, Jon Bon Jovi, Jennifer Lopez che non sono riusciti a lasciare un segno secolare nel campo del cinema. Vi è stato chi, come Flea (chitarrista dei Red Hot Chilli Peppers) si accontenta di qualche comparsata, uscendone discretamente bene (si pensi al recente “Baby Driver” di Edgar Wright); i più, invece, finiscono per essere surclassati dalla propria fama e personalità, e per questo incapaci di donare sullo schermo un qualcosa che esuli da quanto portato in scena nei video musicali delle proprie canzoni. Pur avendo fatto parte di film come “Evita”, “Dreamgirls”, o “Selena”, questi artisti non riescono a discostarsi dall’aura di fama e successo che si sono creati, e l’unico personaggio che sono in grado di interpretare è quello di un alter-ego di loro stessi; gli insuccessi che accompagnano la loro filmografia fanno il resto, esacerbando ulteriormente il pregiudizio spettatoriale verso un’idea che vuole un cantante inadatto a sopportare il peso di un intero film. Vi sono comunque delle (rare) eccezioni che confermano la regola, come Justin Timberlake. Seppur non spiccando per qualità recitative eccelse, l’ex cantante degli *Nsync ha saputo dimostrare una certa sicurezza sui set cinematografici, portandosi a casa interpretazioni sufficientemente convincenti in film di autori come David Fincher (The Social Network), i fratelli Coen (“A proposito di Davis”) e Woody Allen (“La ruota delle meraviglie”).

Lady Gaga gioca ancora sul labile confine tra questi due poli opposti. Le sue partecipazioni a “Sin City”, “American Horror Story”, “Machete Kills” sembrano avvalorare il pregiudizio circa le sue limitate capacità attoriali, eppure il ruolo affidatole da Cooper in “A star is born” scaccia via – seppur per due ore sole – il fantasma di una storia sprecata per un’interprete inadeguata. Quello di Ally si rivela come un personaggio cucitole appositamente addosso; una proiezione filmica di quello che Lady Gaga (e molti altri cantanti) ha dovuto superare nella sua rincorsa al successo. Toglierle il make-up sul viso per il regista è come un annullamento momentaneo della personalità artistica della cantante. Così facendo Lady Gaga ha l’occasione di reinventarsi sotto le mentite spoglie di un nuovo personaggio. Niente trucco pesante, o parrucche colorate; questa volta la cantante è riuscita a dar vita a una personalità del tutto nuova, pensata in sceneggiatura e resa reale dall’edulcorazione dei suoi tic e movimenti teatrali, solo grazie alla sua sensibilità e estro artistico. Lady Gaga ha fatto cioè quello che fanno le grandi attrici: creare da zero una nuova vita e infonderle i propri turbamenti e timori.

Pur trattandosi di una buona performance, quella di Lady Gaga in “A Star is born” è pur sempre un’interpretazione che raggiunge la propria vetta emozionale solo nel momento del canto. Sarà quando anche questo aspetto verrà cancellato, e i cantanti al cinema riusciranno a emozionare il pubblico in sala affidandosi solo alle proprie doti interpretative – senza far uso dunque di quelle canore – che il fantasma del pregiudizio verrà sconfitto e una nuova unione tra musica e cinema potrà avere inizio.

di Elisa Torsiello

 

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