Se il giornalista diventa nemico dello Stato

Se ne parla da circa un mese, dell’odio di Luigi Di Maio verso la stampa, i giornali, l’editoria giornalistica su carta stampata quantomeno. In verità la storia è decisamente più longeva, il Movimento 5 Stelle fin dai suoi albori si è apertamente schierato contro i giornalisti, categoria considerata in toto a favore dei “poteri forti”, non meglio specificati, e contro coloro che volevano emergere. Lo stesso, spesso, hanno fatto Lega e minoranze varie. Il tempo e l’evoluzione della società sembrano dargli ragione, infine. Scrivo “sembrano” perché il meccanismo è davvero complesso, e il tempismo ha giocato un ruolo fondamentale in questo percorso. Per anni, come detto, molte minoranze politiche e in ultimo il M5S si sono schierati contro la categoria dei giornalisti, presupponendo un costante schieramento di questa a favore di esplicite, ma sempre non meglio specificate, Lobbies di potere invalicabili, non permettendo l’emergere del pensiero diverso, incline al cambiamento profondo, rispetto al “Pensiero Unico”.

Questa battaglia negli anni ha trovato ampio spazio nell’utilizzo di strumenti potenti come i social network, culminando nell’affermazione del nostro Vice Premier e Ministro del Lavoro Luigi Di Maio, il quale non legge giornali italiani, si informa solo attraverso i Social. Lo dice fiero di sé, Di Maio, perché ha vinto: coloro che si sono schierati contro i “poteri forti”, sostenuti da una stampa collusa e colpevole del declino culturale del nostro Bel Paese, hanno vinto le elezioni e sono al Governo, ergo avevano ragione. Un sillogismo così semplice che convince senza sforzi. Eppure, riflettendoci, nel mezzo di questo ragionamento c’è un percorso tortuoso, che passa attraverso quello strumento così spesso citato quanto sottovalutato: il social network.

Fa arrabbiare quando i giornalisti non danno molto spazio a chi non la pensa come la maggioranza, fa arrabbiare soprattutto quando si è parte di quella minoranza, che non concepisce come la maggioranza possa pensare e sostenere determinate idee, così diverse dalle proprie. Fa ancora più arrabbiare però quando ci si rende conto che quei cattivi giornalisti danno così poco spazio (che comunque danno) alla propria minoranza perché sono poche le persone a pensarla come loro, e quindi pochi gli interessati a leggere di quell’idea.

E’ a questo punto che entrano in gioco i social network, permettendo alle minoranze di fornire le informazioni da loro accuratamente selezionate e bombardare con quelle la rete, creando circoli chiusi di opinione fondati sulle emozioni più primitive dell’uomo comune: rabbia, odio, euforia, tristezza. Un gioco perverso, che la scienza sociale e la psicologia stanno solo da pochi anni studiando, che ha come diretto risultato la possibilità di diffusione di ogni idea e notizia immaginabile, falsa o vera che sia. Cosa resta della verità oggettiva? Lo scopriremo a nostre spese nel tempo. Per ora siamo nelle mani di chi non legge i giornali ma si informa sui social.

di Federico Bodo

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