Il problema della droga e la passione di Exodus

Nella zona del varesotto non sono rari blitz dei carabinieri che finiscono per sgominare reti di spacciatori di droga. I carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Gallarate, anzi, sono impegnati quotidianamente nell’attività di contrasto al fenomeno dello spaccio.
Dunque: nonostante se ne parli, nonostante ormai da tempo anche nelle scuole vengano ben presentati gli effetti nocivi di tali sostanze, il problema droga non solo esiste, ma costituisce ancora un grave peso sociale.

L’avvicinamento alle sostanze stupefacenti comincia nell’adolescenza tra i 14 e i 18 anni, età in cui, nella migliore delle ipotesi, spaventati dai primi sintomi post-uso, le giovani vittime della droga corrono in pronto soccorso con disturbi generalmente legati principalmente all’ansia (cardiopalmo e difficoltà respiratoria). Nel drug test, in questi casi, non si rilevano grosse quantità di sostanze e questo atteggiamento indica che non si tratta di consumatori abituali ma di ragazzi che si approcciano al consumo con un certo timore, mossi solo dalla volontà di sentirsi grandi e invincibili.

Il problema si fa più serio quando questi utenti occasionali non si spaventano più e si spingono sempre oltre, fino a diventare consumatori abituali e del tutto dipendenti.
In questi scenari operano le Comunità di recupero per tossicodipendenti, che attraverso l’accoglienza, la cura e l’inserimento lavorativo, aiutano queste persone a riprendersi la loro vita. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Roberto Sartori, responsabile della Fondazione Exodus ONLUS di Gallarate che ci ha illustrato il loro ampio raggio d’azione in materia di inclusione sociale.

Oltre a centri d’accoglienza per richiedenti asilo, infatti, la Exodus, fondata nel 1984 da Don Antonio Mazzi ma che nelle varie sedi ha una gestione indipendente dal Padre Fondatore pur rimanendone invariata la mission, gestisce tossicodipendenti in regime di residenzialità e semiresidenzialità, oltre ad avere anche quelle strutture di tipo B, il cuore pulsante della Fondazione, una sorta di centro operativo in cui anche i ragazzi ex tossicodipendenti hanno un impiego.
Oltre a lavori pratici, vengono costantemente organizzati corsi di scrittura, di mindfulness, laboratori e altri corsi professionalizzanti.
Oggi la Exodus di Roberto Sartori conta circa 50 dipendenti di cui poco meno della metà sono ex tossicodipendenti.
La sede di Villadosia di Casale Litta ospita 20 ragazzi tra i 25 e i 40 anni ed è quella impegnata nel recupero dalle dipendenze, riabilitazione e reinserimento sociale, attraverso attività di gruppo ma anche con un’attenzione particolare sul percorso individuale dell’ospite.

La Exodus, in base agli art. 17 e 78 dell’Ordinamento Penitenziario sceglie anche le Carceri come ambito di impegno dove esercitare l’opera di ascolto e accoglienza, aiuto e sostegno, promozione della solidarietà e della speranza.
Nell’80% dei casi sono le famiglie che contattano direttamente la Fondazione in cerca di aiuto, altre volte invece sono i centri specialistici (come il SerT) che li veicolano.
Le belle storie a lieto fine, tuttavia, sono possibili solo quando la vera volontà di guarire parte dall’interessato in prima persona.

Ha l’aria di una persona esperta e instancabile, Roberto Sartori.
Il tono di voce di quelli spessi, possenti, grintosi e sicuri della forza della propria squadra.
Ha passato la sua vita a lavorare con l’obiettivo di una coesione sociale e se qualcuno dovesse chiedergli dove sia il facile e dove il difficile del suo lavoro, lui risponde senza esitare che “quando si sceglie di operare nel sociale si sa già che nulla sarà facile e che la giornata sarà piena di problemi da risolvere. Lo fai perchè hai una resposabilità morale verso quelle persone e verso l’obiettivo e il bello è proprio questo”.

Lo sguardo a queste realtà è servito per riflettere su quanto importante sia l’impegno di queste persone e su quanto siamo tutti DIVERSAMENTE UGUALI, ognuno con la sua battaglia da vincere.

di Antonella Lenge

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