Milena Biondi

Milena Biondi: “I ragazzini che si drogano vogliono imitare gli amici più grandi”

Gli adolescenti iniziano sempre prima a fare uso di droghe? Un motivo c’è. Milena Biondi, psicologa, dice infatti: “Spesso l’età in cui si comincia a far uso di stupefacenti coincide con le prime uscite da soli e con i coetanei, magari frequentando ragazzi più grandi, che già ne fanno uso e la spacciano. Di conseguenza, i ragazzi hanno la tendenza a voler emulare quei personaggi, che sembrano avere maggiore ascendente intorno a loro”.

Secondo la sua esperienza, Biondi afferma: “Il primo contatto con le sostanze è 14 anni, si tratta per lo più di hashish e marijuana, ma l’escalation verso altre droghe è veloce. Si passa all’ecstasy, agli allucinogeni e all’anfetamina, per poi arrivare alla cocaina, intorno ai 18 anni, e all’eroina, a 19. Purtroppo, è sempre più frequenze la poliassunzione”. Ci si sente molto, troppo responsabilizzati fin da quando si è ancora ragazzini: “E molto presto si viene lasciati da soli per gli impegni di lavoro dei genitori. È chiaro che senza una guida e molto annoiati e poco stimolati, molti di loro tendono a cercare nel proibito qualcosa che li faccia sentire vivi o spessa che metta a tacere un disagio”.

Molti di coloro che entrano nel tunnel della droga “vengono da famiglie disagiate e si ritrovano in questi giri prestissimo, ma tanti altri sono semplicemente figli di genitori assenti o disattenti; ragazzini a cui mancano figure di riferimento, che diventano i ‘grandi’ di turno: 16enni o 17enni che li avviano al consumo o allo spaccio”. E ancora: “Ci sono i piccoli che vivono nei quartieri popolari, veri e propri ghetti. Qui la droga è facilmente reperibile perché il tipo di compagnie non è proprio raccomandabile. I genitori dovrebbero chiaramente essere più presenti e attenti ai loro figli”. Come si capisce se la droga è entrata a far parte della vita di un adolescente? “Inizialmente, soprattutto i più giovani, manifestano cambiamento di umore, di comportamento. Se un genitori però è distratto, questo modo di comportarsi può essere tranquillamente scambiato come ‘fase di crescita’ tipica dell’adolescenza”.

A questo punto, cosa si può fare? “Se ci si accorge che ormai il figlio ha preso una cattiva strada, è opportuno far seguire il ragazzo attraverso un percorso di recupero, tra cui anche quello psicologico, volto ad aiutarlo a esprimere il disagio che lo ha indotto all’uso di droghe. Questo non esclude che si possa fare anche un percorso familiare utile a coinvolgere tutti i componenti della famiglia, in modo da sostenere e aiutare il ragazzo in questione, ma soprattutto a far comprendere ai genitori l’importanza dell’ascolto e dell’attenzione dei propri ragazzi”.

Se la famiglia ha un’importanza fondamentale, non da meno la società è spesso responsabile direttamente: “Fondamentali l’informazione e il dialogo attraverso cui sia la famiglia, sia la società intesa come mass media, giornali e radio devono trasmettere tutto quello che è necessario sapere per aiutare i ragazzi a conoscere i rischi che l’uso delle droghe comporta”. Ultima, ma non ultima, la scuola: “La scuola a mio parere ha un grande compito e una grande responsabilità e dovrebbe poter insegnare non solo le nozioni utili per una buona cultura, ma soprattutto aiutare i ragazzi nella crescita e nello sviluppo in un’età molto delicata come l’adolescenza. Utili sarebbero giornate di incontro con figure professionali di vario genere (medico, psicologo, educatore…). Fondamentale sarebbe l’incontro con coetanei o ragazzi poco più grandi di loro che hanno vissuto un’esperienza con la droga e ne sono usciti. Gli adolescenti sono molto più sensibili alle storie vere piuttosto che alle spiegazioni teoriche di un professore o di un professionista. Sapere che altri come loro hanno vissuto un disagio e, sbagliando, lo hanno affrontato (o meglio non affrontato) assumendo droghe, è di grande aiuto, perché nell’identificazione possono trovare lo spunto e il coraggio di venir fuori da un’esperienza deleteria”.

Milena Biondi è anche mamma di una ragazzina di 11 anni: “Tra poco entrerà in quella che viene definita la fase più critica della sua crescita: l’adolescenza. A mia figlia però, ho già spiegato cos’è una droga e soprattutto gli effetti che questa può avere sulla sua crescita e sul suo cervello. Insieme abbiamo già visto qualche servizio televisivo che parlava di questo argomento ed è apparsa molto spaventata dalle possibili conseguenze che la droga può produrre”.

Il proibizionismo, non solo della droga, ma anche delle uscite tardi o delle discoteche, dal punto di vista psicologico come viene visto? “Proibire soprattutto senza una spiegazione è sempre controproducente per un ragazzo/a, perché intanto a quest’età tendono a voler affermare la propria identità, imponendo il loro volere e così facendo cercano in qualche modo di misurare la loro ‘forza0 con i genitori; dall’altra è chiaro che proibire induce il ragazzo/a a incuriosirsi ed è proprio questa una fase dove ci si vuole mettere alla prova e si vuole sperimentare a vari livelli. E’ più sensato allora provare a spiegare quali sono i rischi nel fare o non fare determinate cose e, lasciando la giusta libertà, li si aiuta a far accrescere la propria autonomia in modo corretto”.

di Alessandro Pignatelli

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