Paradiso + Inferno – Un viaggio senza ritorno nel tunnel della dipendenza

L’amore, la paura atavica, il successo; il cinema negli anni si è fatto portavoce di sentimenti universali, aliti di vita infusi a pagine bianche pronte a colorarsi di immagini come fiori a primavera. Ma non solo. Finestra sul mondo, lo schermo cinematografico ha imparato a farsi carico di eventi, realtà sociali, rivoluzioni caratterizzanti il nostro mondo di essere, di porci, di vivere. Camera infestata da ombre, immagini in movimento pronte a morire nell’attimo stesso in cui compaiono sullo schermo, il cinema è quanto più si avvicina al sogno.
Dallo spettro del terrorismo (“Zero Dark Thirty”, Kathryn Bigelow, 2012) ai cartelli messicani (Sicario, Denis Villeneuve), alle sofferenze adolescenziali, fino all’uso massiccio di droga, il cinema è sempre stato lì, testimone diretto e attento a raccontarci con i suoi intrecci i mutamenti del nostro essere animali sociali. È soprattutto il male dilagante della dipendenza da droga a riscontrare negli ultimi anni u numero sempre più elevato di trasposizioni narrative sul grande schermo. Man mano che il mondo degli stupefacenti ha iniziato a invadere quello dei giovani, ecco che sui nostri schermi hanno fatto la loro comparsa film pronti a denunciare non solo gli atti illeciti di chi quel materiale lo produce e lo spaccia (si pensi alle serie “Breaking Bad” o “Narcos”) ma le conseguenze traumatiche verso cui vanno incontro coloro che si lasciano ammaliare dal canto funereo della droga.

“Sulla mia pelle”, “Trainspotting”, “Non essere cattivo”, “Thirteen”, “Requiem for a dream”, lo stesso “Beautiful Boy” con Timothée Chalamet e Steve Carell (attesissimo film che sarà presentato alla Festa del cinema di Roma tra una settimana) sono solo riflessi spettrali di vite incrinate dal peso della droga; proiezioni filmiche di chi, nella vita reale, quel tunnel infernale lo attraversa ogni giorno, incappando in un braccio di ferro giocato incessantemente con la dipendenza. Tra i tanti film che quella corsa disperata tra la salvezza e l’ennesimo ago colmo di dose hanno saputo raccontarla con ferocia onestà, vi è anche “Paradiso+Inferno”. Quella diretta da Neil Armfield è una pellicola di cui si deve parlare, non tanto per la sua qualità eccelsa (tutt’altro) quanto per lo straziante destino che ha accomunato questa storia a quello del suo protagonista maschile, Heath Ledger.

Reduce dal successo de “I segreti di Brockeback Mountain”, Heath Ledger ha potuto consolidare e consacrare il proprio talento con un intreccio che tesse le fila seguite da mille altri film, uniti stretti dal filo logico della tossicodipendenza. Dan, aspirante poeta, incontra Candy, aspirante pittrice. Basta uno sguardo e i due si innamorano subito. Erano destinati a cadere vittime del tocco di Cupido Dan e Candy. Due anime gemelle accomunate da un’indole autodistruttrice alimentata dall’uso di droga. E così la dipendenza per gli stupefacenti si affianca a quella dell’amore per l’altro. Candy non può più fare a meno di Dan, proprio come non può più vivere fare a meno della sua dose giornaliera di eroina. Il loro è un amore totale e privo di  mezze misure, condivisione del dolore e dell’autodistruzione compresa.

Nessuna visione edulcorata o censoria tra ciò che avviene in campo e lo sguardo dello spettatore. Neil Armfield, pur non apportando nulla di nuovo a quanto già offerto in passato, mostra senza filtri l’iniezione di eroina compiuta dai propri protagonisti, per poi lasciarli sospesi in un paradiso artificiale fatto di passione e sregolatezza. Basta un attimo, un matrimonio celebrato troppo in fretta, o una dose sniffata in più, che quel viaggio chiamato vita si tramuterà ben presto in un inferno terrestre fatto di sofferenza e disperazione. Seppur non venga mai specificato cosa abbia portato i due a incamminarsi l’autodistruzione (forse per alludere al fatto che non sempre c’è una vera ragione alla base dell’uso di droghe), ciò che è sicuro è che da esso è impossibile uscirne, soprattutto quando si è arrivati al punto di dover smettere. Come ricorderà il loro mentore e pusher Casper (uno straordinario Geoffrey Rush)

«Quando puoi smettere non vuoi…
Quando vuoi non puoi!»

“Paradiso+Inferno” offre una visione estremamente “umana” e introspettiva del mondo della droga, e di chi ne fa uso. Una scelta confermata dallo stile registico dell’autore che decide di nascondere i propri estri artistici e stilistici, per dar luce alle performance attoriali dei propri interpreti. Unico neo l’aver troppo tralasciato il background personale e famigliare dei due giovani protagonisti. Ignari del mondo da cui provengono, risulta spesso difficile stabilire con essi un legame simpatetico e di profonda pietas. Così facendo viene a mancare quel finale pienamente catartico qui quanto mai necessario allo spettatore per assimilare in toto una storia del genere.

L’idea di affiancare la love-story dolce, romantica, pura, all’universo buio, amaro, disperato della tossicodipendenza crea quel contrasto ossimorico di visione ben sottolineato dal titolo italiano del film. Un contrasto che esacerba ulteriormente quel senso di disperata necessità che infuoca la vota dei due ragazzi, ma al contempo riesce a mostrare a quali conseguenze devastanti può condurre la dipendenza in tutte le sue forme. L’amore per il proprio partner si mescolerà ben presto all’amore per la droga, e l’idea di separarsene farà ancora più male della morte stessa.

Tra furti e truffe, dosi massicce di eroina iniettate tra una lacrima e l’altra, quello intrapreso da Dan e Candy è un percorso folle e autodistruttivo dal quale i due giovani potranno – forse – salvarsi allontanandosi.

 di Elisa Torsiello

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