Roberto Carta: l’Hockey su prato nazionale

Roberto Carta ha speso la sua vita nell’hockey su prato. Il suo amore nasce già da piccolo nell’Amsincora di Cagliari dove cresce fino ad arrivare in Nazionale. Finita la carriera da atleta, entra subito a far parte dello staff azzurro e ora allena la Nazionale femminile, vicina alla qualificazione olimpica, nonostante i problemi di budget e strutture presenti in Italia quando si parla di hockey su prato.

Quando ha iniziato la sua carriera nell’hockey?
Dobbiamo tornare indietro di un bel po’. Alla fine degli anni ’60, già da piccolo ho iniziato a giocare nell’Amsincora di Cagliari, una società gloriosa non ancora per l’hockey ma faceva calcio, boxe, era un polisportiva con anche ginnastica e atletica. Stavano cercando ragazzi per fare le giovanili di hockey su prato. Mi è venuto naturale fin da subito. Noi ancora ragazzetti abbiamo pensato di provare questo sport che dicevano fosse simile al calcio nelle regole, nel fatto che dovevi segnare i goal, mi sono incuriosito e da lì è iniziata l’avventura.

Prima giocatore… ma non solo.
Ho iniziato a giocare in serie A a 15 anni fino ai trenta. Contemporaneamente a 18 anni ho iniziato ad allenare la femminile che era di nuova costituzione all’Amsincora. Quindi in quel periodo è iniziata anche la mia avventura come allenatore. Ho iniziato così presto perchè c’era da fare i corsi e nell’hockey, come nelle altre nazioni, le squadre importanti sono seguiti da giocatori, normalmente i più rappresentativi. Io ero un centroavanti, quello che faceva i goal. Io ho giocato i Mondiali di Buenos Aires del 1977, il mio gruppo è stato l’unico ad arrivarci nella storia nazionale di questo sport.

Perchè ha iniziato ad allenare?
All’inizio perchè c’erano i rimborsi in denaro e con quelli ci pagavamo i tornei che facevamo fuori, con la nostra quota. Vivendo in Sardegna dovevamo attraversare il mare e quindi partecipavamo alle spese della società quando andavamo a fare i tornei fuori e questo ci dava la possibilità di contribuire, poiché non giravano tanti soldi. Quindi per noi il primo impulso era di guadagnare per sgravare la famiglia da questo impegno. Poi piano piano ci ho preso gusto, ho avuto dei maestri eccezionali, dei miti che nel mondo dell’hockey hanno creato tanto. Poichè giochiamo con un bastone, che poteva essere un arma, il gioco deve essere molto leale. Noi comunque giochiamo lontano dalle grandi platee dai soldi da tutto, ci alleniamo sempre per fare una sfida con noi stessi e con gli altri, Questo mi ha sempre intrigato molto, e quello che ho cercato di trasmettere ai miei giovani. Le sfide sono le cose più belle per un atleta soprattutto se non fatte per soldi, ma ti metti in gioco con te stesso Questo mi è piaciuto molto.

Da giocatore ad allenatore: come è successo?
Ho finito di giocare in Nazionale come giocatore contemporaneamente al fatto di entrare nello staff tecnico della Nazionale stessa. In quel periodo c’era un allenatore olandese che era venuto in Italia per rilanciare l’hockey. In primis si occupava della maschile dove io ero giocatore ed ormai secondo lui ero in parabola discendente, anche se secondo me ero ancora molto valido come giocatore perchè segnavo ancora molto. Alla fine decisi di non rispondere più alle convocazioni e lui mi disse che accettava questo e che se avessi voluto sarei potuto entrare nel suo staff a fare il collaboratore. Io rimasi molto stupito ed accettai. Lui veniva come portavoce di un hockey di livello mondiale e poter collaborare con lui era un onore e ho collaborato un po’ nel settore femminile e da lì è iniziata l’avventura, parliamo degli anni ’80.

Uomini e donne: che differenze ci sono nell’allenamento?

Io ho 62 anni e ho allenato nazionali maschili e femminili, poi le giovanili, le ho girate tutte. Sempre nello stesso club ed in nazionali tutte le giovanili o comunque ho collaborato se non ho allenato in prima persona. Negli ultimi tre anni sono anche direttore tecnico del settore femminile nazionale e l’avventura più importante è questa. È sempre più difficile cercare di fare capire che esiste uno spirito agonistico, più difficile nelle donne. Gli uomini hanno uno spirito di competizione più innato. Piano piano le ragazze primeggiano e non hanno nulla da invidiare ad i ragazzi, però, essendo uno sport minore, essendo poco praticato, i talenti facciamo un po’ fatica ad averli. Quindi, normalmente arrivano ragazze non abituate ad avere questo senso di ” battaglia” e competizione, forse su quello bisogna spingere di più. Anche se poi alla fine siamo praticamente sullo stesso piano degli uomini, anzi devo dire che le donne quando ci credono è bellissimo perchè danno tutto, spirito di squadra, sono facili da allenare, se credono in te ti danno tutto. Da questo punto di vista ci sono poche differenze, forse i ragazzi bisogna instradarli meglio su altre cose.

La Nazionale femminile: obiettivi.
Il primo obiettivo era andare al Mondiale e dove ci siamo collocati come volevamo a livello internazionale ed abbiamo notato che siamo tra le prime 15 quadre al mondo anche se poi ai mondiali siamo arrivati noni. Ora stiamo affrontando una grave crisi economica, non abbiamo grandi sponsor, quindi purtroppo molto spesso siamo fermi e dobbiamo solamente puntare sulla professionalità delle ragazze, loro si allenano a livello fisico e tecnico individuale nei loro club poi quando avremo la possibilità di ripartire ripartiremo. L’obiettivo è ovviamente quello di andare alle Olimpiadi, però siamo anche consapevoli che molte squadre lavorano da due anni in collegiali che durano 6 mesi, un anno e quindi troviamo gente preparatissima, sarò difficile però ci proviamo, questa è la realtà , non voglio dire bugie. Possiamo diventare mostri a livello individuale ma in fondo è un gioco di squadra e lì facciamo fatica. Abbiamo anche un problema in più che sono i campi, non esistono palestre comunali non esistono campi di calcio comunali. Purtroppo dovendo costruire i campi, parte dei contributi se ne va via così e quindi la Federazione ci sostiene oltre anche le sue possibilità, però questo, quando ti interfacci con il resto del mondo molto spesso non è sufficiente. Ma noi non ci lamentiamo, nel senso, che io sono uno di quelli a cui non importa andare scalzo o con le calze bucate, io quando vado, vado per vincere, chi vuole viene con me e viene a vincere. Non si deve lamentare che non ha soldi, scarpe belle, che si è allenato poco: tu intanto vieni allenato al 100% delle tue possibilità, divertendoci soprattutto. Spesso se si è contenti e felici di fare parte di un bel gruppo guadagni quel 20% in più che ti manca perchè non hai fatto raduni e partite, perchè hai voglia di combattere per te e per quello che hai a fianco. Nonostante tutto, noi abbiamo una speranza, siamo arrivati alla alle qualificazioni per le Olimpiadi, quindi ora non c’è nulla che ci deve fermare.

Olimpiadi, un sogno vicino quindi?
Per le ragazze vi è possibilità di partecipare alle Olimpiadi e stranamente si è riaperta anche alla maschile, la maschile è passata dal round 1 al round 2, mentre la femminile è subito al round 2. Ci saranno 3 gironi di 8 squadre, le prime due di ogni girone andranno alla qualificazione alle Olimpiadi tenendo presente che c’è un girone di eccellenza di altre nove squadre che saranno super allenate perchè giocano tra loro una sorta di campionato, tra queste 5 andranno alle Olimpiadi e le altre quattro andranno alle qualificazioni con le sei dei gironi di cui abbiamo parlato prima.

di Deborah Villarboito

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