Buddhismo: la filosofia del quotidiano

di Sabrina Falanga –

La sua storia italiana è giovane. Giovane perché quando si tratta di un tema come quello della religione, si parla sempre di secoli e secoli di tradizioni, credenze e rituali. In questo caso, invece, si tratta di un movimento che è presente in Italia solamente dagli anni ‘60, nonostante la sua corrente sia ben più che secolare: parliamo del Buddhismo, in particolar modo della Soka Gakkai.

Erroneamente definita sotto il capello del New Age, la Soka Gakkai si ispira agli insegnamenti del Buddha (V secolo a.C.) e si può definire, invece, una vera e propria scuola buddista la cui crescita aumenta costantemente: più un dieci per cento di fedeli ogni anno, per un totale di 70mila certificati (i certificati sono coloro che hanno ricevuto il Gohonzon, con una vera e propria cerimonia di ingresso ufficiale) accanto ai praticanti occasionali o regolari ma non certificati. Numeri, questi, che fanno risultare l’Italia come il paese con più fedeli in Europa (a seguire i paesi dell’Asia e gli Stati Uniti).

Il Buddhismo della Soka Gakkai, che nasce in Giappone negli anni ‘30, ha al suo centro la convinzione dell’illimitato potenziale di ogni essere umano e del diritto di ogni persona a condurre una vita felice e realizzata. La mission della Soka Gakkai è quella di promuovere un movimento per la pace, la cultura e l’educazione attraverso la diffusione del Buddhismo del monaco giapponese buddista Nichiren Daishonin.

Così come ogni filosofia o religione ha una sua storia, è sempre vero che ritrova se stessa nella quotidianità di ogni suo fedele. Quella di un fedele della Soka Gakkai si basa su cardini intellettuali come il dualismo vita e morte, bene e male o la funzione dei desideri, il valore della diversità, la durata della vita; accanto a questi, argomenti più specifici che si rifanno a una colonna portante del Buddhismo ovvero quello dello studio costante della materia.
La costanza è, infatti, è uno dei principi imprescindibili di ogni Buddista: costante è la recitazione, vale a dire la “preghiera” buddista che prevede la ripetizione davanti alla pergamena del Gohonzon di «Nam myoho renge kyo», un mantra il cui obiettivo, secondo il flusso della Soka Gakkai, è quello di liberare l’individuo dalla sofferenza, sperimentando una reale gioia profonda. La recitazione avviene quotidianamente in solitudine, nella propria casa, o regolarmente nelle abitazioni dei fedeli che mettono a disposizione il proprio spazio ai compagni di fede per una recitazione collettiva. Non solo: a cadenza mensile, vengono organizzati incontri nei quali lo studio e il confronto sono i protagonisti.

«La vera fede di un Buddista la si ritrova soprattutto nella vita quotidiana: è importante, certo, la pratica della recitazione, dello studio… Ma un Buddista non deve mai allontanarsi da quelli che sono i cardini della nostra fede: essere liberi dal giudizio dell’altro, il continuo miglioramento di se stessi, l’armonia con il mondo per la pace universale come fine ultimo, il rispetto per tutto ciò che ci circonda, per le differenze, per l’universo. Questo è uno dei motivi per cui ho scelto di diventare Buddista». Barbara, 42 anni, ha ricevuto il Gohonzon diversi anni fa, «dopo pochi mesi di pratica quotidiana. Non ho voluto aspettare di più, perché ero sicura della scelta che avevo fatto. Mi avvicinai al Buddismo provenendo dal mondo Cattolico, a cui sentivo ormai da anni di non appartenere più nonostante continuassi a essere una praticante: si può dire che fossi un paradosso, ero una praticante non credente. Lo facevo più per abitudine, forse, per convenzione sociale. Nel mio percorso di Buddista, invece, non c’è mai stato un solo giorno in cui mi sia sentita obbligata a recitare o in cui non abbia veramente creduto negli insegnamenti del Buddha. Una fede in cui credi così profondamente diventa parte di te in maniera molto spontanea e, anzi, è difficile farne a meno. Inizialmente – ricorda Barbara – capivo molto poco di questa filosofia: quando una collega mi portò a quello che fu il mio primo incontro rimasi spiazzata dalla recita che stava avvenendo, poiché non ne capivo il significato né il suono. Ma qualcosa mi affascinò da subito, forse l’armonia che si percepiva tra le persone presenti, la loro serenità contagiosa. Successivamente alla recitazione c’era, come sempre, il momento della condivisione delle vite quotidiane e sono rimasta stupita nel sentir raccontare le persone dei propri problemi quotidiani con una tal serenità: la gioia che avevo da subito percepito non era data da un’assenza di problemi ma da un nuovo modo che quelle persone avevano trovato per affrontarlo. A quei tempi ero una persona tendenzialmente negativa, ero di buon umore solo se ogni cosa era perfetta: mai, quindi. Avevo bisogno anche io di nuovi strumenti per affrontare la vita. Fu questo a farmi innamorare del Buddismo: ho imparato ad amarlo, invece, continuando a praticare tutti i giorni. Oggi anche mia figlia si sta avvicinando a questo mondo, ma non ha ancora preso Gohonzon perché non si sente pronta; mio marito, invece, è rimasto fedele al Cattolicesimo ma l’anno scorso ha accettato di organizzare una cerimonia che potesse sancire il nostro matrimonio anche sotto il nome di Buddha. Non spingerò mai nessuno dei miei familiari, parenti o amici a convertirsi al Buddhismo, seppur continuerò a parlarne con chi trovo sia giusto farlo, perché il rispetto per l’altro passa anche attraverso questo. Ci tengo a dire che non siamo una setta, come a volte ci dipingono, o uno strano gruppo di preghiera esoterica: siamo semplicemente Buddhisti poiché crediamo negli insegnamenti del Buddha e seguiamo la corrente della Soka Gakkai perché è quella che sentiamo appartenerci di più, tra le varie forme di Buddhismo. I nostri incontri sono sempre aperti a tutti, così come ogni membro è sempre disponibile al dialogo, al confronto, allo scambio di informazioni e conoscenze. Non solo: ne è anche felice».

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