Don Stefano Bedello sugli scandali della Chiesa cattolica: “L’umiltà richiesta non può che passare dall’umiliazione”

di Alessandro Pignatelli –

“Le statistiche della Conferenza Episcopale Italiana ci dicono che i cristiani cattolici sono ancora la maggioranza in Italia, perlomeno come dichiarazione di voto”. Nella pratica, poi, le cose sono un po’ diverse: “Si è ridotta molto negli ultimi anni. In Piemonte, che rispecchia però il trend italiano, si parla di un 20% di praticanti. In alcune zone, siamo a percentuali anche inferiori”.

Don Stefano Bedello, parroco della Collegiata di Santhià, sfodera gli ultimi numeri per raccontare come va oggi il cattolicesimo in Italia: “Nei piccoli centri la messa della domenica è uno dei pochissimi momenti aggregativi, dunque c’è sicuramente più gente. Anche perché la popolazione è mediamente più anziana e la crisi riguarda soprattutto i giovani”. Se una volta ogni parrocchia aveva il suo parroco, oggi la situazione si è modificata enormemente: “Parlando della provincia di Vercelli, il vescovo recentemente ha riorganizzato la diocesi creando 21 raggruppamenti parrocchiali. Prima eravamo a 117 parrocchie. I sacerdoti sono tra i 70 e i 75, ma consideriamo che alcuni sono anziani e dunque inattivi. Un parroco, dunque, si ritrova con più parrocchie da gestire”.

Perché ci sono pochi sacerdoti oggi? “Mancano gli oratori, presenti sono nella grandi parrocchie che inglobano quelle più piccole. Nei piccoli centri, una vera e propria attività oratoriale c’è solo nei fine settimana ed è gestita da alcuni volontari”. Assenza dunque, spesso, di guide spirituali che facciano innamorare i giovani della Chiesa. “Siamo alla logica del supermercato: vado a messa dove ci sono più servizi, dove sono più comodo per gli orari”. La crisi spirituale c’è eccome: “La fede non è vista più come un valore assoluto, ma relativo. Da 20 anni almeno assistiamo a questo indebolimento. Prima, fino a 15-16 anni andavo a messa la domenica e frequentavo l’oratorio. Oggi, i giovani hanno altro da fare: allenamenti di basket, di calcio, di pallavolo. E la Chiesa perde sempre contro le attività sportive. Così come il catechismo”. L’oratorio, se c’è, “viene dopo lo studio, lo sport e il telefonino. Ormai in chat si trova tutto per divertirsi, perché dunque cercarlo altrove, magari proprio all’oratorio?”.

Eppure, “il catechismo è l’inizializzazione cristiana. Cammino di iniziazione cristiana. Naturalmente, non ci viene imposto, è un precetto. Anche se ho sentito dire che alcuni parroci hanno inserito una sorta di obbligo di frequenza. Cosa che secondo me è controproducente. Io preferisco lavorare a livello motivazionale sui genitori dicendo loro che hanno battezzato il figlio, facendo dunque una promessa davanti a Dio”. Diventa tutto più bello “se i genitori accompagnano nella religiosità i ragazzi. A quel punto, non serve l’obbligo di frequenza. Ma devi parlare con tuo figlio, fargli comprendere che gli stato trasmettendo un valore, non solo delle dottrine”. Dopo la cresima, insomma, non bisognerebbe abbandonare: “Ci si può spendere per gli altri, i più piccoli. Io dico spesso ai ragazzi più grandi: dimostrare ora che siete adulti nella fede”.

La crisi vocazionale, però, non è solo una conseguenza di quanto detto finora: “Fino a 30 anni fa era possibile dire in famiglia che si voleva intraprendere la carriera sacerdotale, oggi no. È una questione culturale. Il celibato viene visto come difficoltà insormontabile perché siamo bombardati da una società che si basa sul sesso”. La questione demografica non aiuta: “Dall’Africa e dal Sud America arrivano ancora tanti sacerdoti perché lì l’evangelizzazione è più giovane e anche le nascite sono a livelli ottimi. Tante diocesi accolgono, in Italia, preti cattolici che arrivano da questi Paesi, ma non sempre è qualcosa di positivo. Chi arriva da un Paese così diverso, fa fatica a capire come funziona una parrocchia italiana. Naturalmente, ce la mettono tutta, ma integrarsi non è semplicissimo”.

La pedofilia sta allontanando ulteriormente il cristiano dalla pratica? “Il Papa dice che siamo in una fase di purificazione della Chiesa. Il suo delegato, a Malta, ha parlato di un periodo in cui non bisogna disperarsi, ma tornare a essere puri. L’umiltà richiesta non può che passare dall’umiliazione: questa è una frase molto bella”. Dio e la Chiesa, precisa Don Stefano, non sono la stessa cosa: “Se un ministro della Chiesa ha fatto qualcosa che non andava, spesso si tende a mollare anche la fede. Ma abbandonare la Chiesa per un’incoerenza di un ministro è un peccato”.

I rapporti tra Cattolicesimo e altre forme religiose non sono semplici: “A livello istituzionale c’è un ottimo rapporto di collaborazione. Soprattutto tra cristiani cattolici, protestanti e ortodossi. Anche nelle parrocchie, si riesce a integrarsi. Diverso il discorso tra cristiani e Testimoni di Geova per una questione di chiusura reciproca. Con l’Islam c’è il rapporto istituzionale, a livello parrocchiale un buon dialogo, ma è difficile andare oltre. Il clima politico italiano non aiuta. Fatto sta che noi, tramite la Caritas, aiutiamo anche le famiglie musulmane in difficoltà. Da noi è possibile costruire una moschea, pregare. La stessa apertura non c’è nei Paesi islamici. Vedo difficile un’apertura maggiore in futuro, siamo culturalmente troppo diversi”.

C’è davvero il rischio che un giorno il mondo cristiano venga ‘invaso’ e conquistato da quello islamico? “Da noi c’è un calo sistematico di battesimi. A livello demografico il cristiano è destinato a venire superato dal musulmano, che si appresta a diventare la maggioranza. Non parlerei di invasione, ma di sicuro l’islamismo si sta rinforzando”.

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