“Ho scelto Osho perché abbatte la solitudine interiore”

di Sabrina Falanga –

Non chiamatela religione. Sarebbe un controsenso rispetto al senso che vogliono dare alla loro comunità. Che, però, in Italia non è riconosciuta: strano, perché i seguaci sono davvero tanti. Parliamo della Comunità di Osho, mistico e maestro spirituale indiano che, durante la sua vita, è riuscito a farsi conoscere in tutto il mondo. E a farsi sia amare sia odiare.

Non chiamatela religione, dicevamo. Perché lo stesso Osho sosteneva la libertà da qualsiasi religione, professando quella che si può definire una filosofia di vita; Osho Rajneesh era un professore di filosofia che decise di abbandonare la carriera accademica per girare il mondo come maestro spirituale dopo che raccontò di aver ricevuto l’Illuminazione. Negli anni ‘70 creò un ashram a Pune (una suddivisione dell’India), che arrivò a ricevere trentamila visite all’anno. Nei primi anni ‘80 fondò una comune in Oregon, comune che però fallì a causa di comportamenti illegali da parte di alcuni dei suoi seguaci e che lo stesso Osho denunciò; nel 1986, duramente osteggiato dal governo statunitense, tornò in India: qui le sue condizioni di salute si aggravarono, una situazione che lo stesso Osho attribuì a un ipotetico avvelenamento all’interno delle carceri americane. Morì a Pune, a soli 58 anni.

Tanti i concetti che, negli anni da maestro spirituale, diffuse. Gli stessi che oggi riecheggiano tra collane di decine e decine di libri (stampati e ristampati continuamente in tutto il mondo) e tra i suoi seguaci, sparsi in tutti i continenti e presenti anche in Italia, anche se riuniti in comunità non ufficialmente riconosciute.
I suoi insegnamenti sono volti al risveglio spirituale, attraverso in particolar modo la meditazione: sono cardini, i suoi, che riguardano l’amore, la libertà, l’umorismo e la celebrazione dell’esistenza. Valori, questi, che Osho riteneva fossero stati soppressi dalle convenzioni sociali e dai dogmi religiosi delle varie fedi.
Osho, a differenza di tante altre religioni, non rinnega infatti il valore del materiale ma, attraverso i suoi insegnamenti, invita l’uomo a vivere in armonia con il suo spirito e con tutto ciò che è materia e che circonda la sua vita universale poiché, secondo Osho, ogni cosa è espressione del divino.

Tutti i suoi insegnamenti sono stati racchiusi in scritti, che oggi troviamo pubblicati dalle case editrici più grandi e importanti: tra questi, troviamo libri in cui si parla d’amore, d’amicizia, di religioni, di meditazione, di percorsi personali. Osho non dà consigli, non detta regole, non dice ai suoi seguaci (e non) cosa fare e cosa non fare. Gli insegnamenti di Osho sono volti a un dialogo, l’obiettivo è far riflettere l’individuo e portarlo liberamente a capire qual è la condizione migliore e l’atteggiamento più giusto da tenere, in relazione alla libertà propria e altrui e al benessere proprio e altrui.

Tutto ciò, secondo Osho, è possibile comprenderlo attraverso la meditazione, colonna portante dei suoi concetti. La meditazione, per Osho, non è però rappresentata dal metodo classico a cui siamo soliti pensare (quella yoga o Buddhista, ad esempio) ma da modi diversi e alternativi. Una delle meditazioni di Osho è, ad esempio, quella della camminata: camminare a lungo, senza distrazioni e senza meta, è secondo il maestro spirituale una tecnica perfetta per ritrovare se stessi e dare una forma ai propri pensieri. Non solo: anche quella di ballare è una tecnica giusta, poiché la musica è una delle arti “sacre” di Osho. E ancora: se per le altre religioni la meditazione è uno stato in cui bisogna avere totale controllo sulla propria mente per non farla intaccare dal resto del mondo, Osho abbandona questa “rigidità” e dice di lasciarsi andare a ogni singolo pensiero, senza sforzarsi di allontanarlo anche se dovesse essere brutto o fastidioso, poiché c’è un motivo se ci è saltato alla mente: Osho invita dunque l’individuo ad ascoltarsi, a studiare se stesso senza giudicarsi così come invita a non giudicare il prossimo.

In Italia esiste Osho Miasto, il più grande centro di Osho in Italia (in provincia di Siena): qui si trovano gruppi di crescita spirituale e consapevolezza corporea, di espressione ed esaltazione artistica, luoghi in cui mettersi a confronto con il proprio “io interiore”. Osho Miasto è una vera e propria comunità in cui vivono una trentina di persone, che condividono la passione per la ricerca spirituale e la voglia di sperimentare gli insegnamenti del maestro Osho come strumento per la crescita personale e sociale.

Osho Miasto è la comunità, dicevamo, più grande d’Italia ma non è l’unica: ce ne sono diverse anche nelle altre regioni d’Italia, seppur più piccole e meno conosciute. Non si può certo dire, comunque, che la comunità di Osho non sia presente nel Bel Paese.

«Ho conosciuto la filosofia di Osho verso i trent’anni: stavo passando un momento difficile a causa di un divorzio e della morte di mia sorella – racconta Giorgia De Paoli –. Non sapevo come affrontare quel dolore arrivato così all’improvviso: non ho voluto io il divorzio e mia sorella morì incidentalmente in un sinistro stradale. Cercai sollievo in quelli che erano, a quei tempi, i miei riferimenti spirituali: un Parroco, quello che ci aveva sposati, e la Suora che quotidianamente curava mia madre. In loro non trovai il supporto che cercavo, anzi: mi sembrava quasi che del divorzio me ne facessero una colpa e che per la morte di mia sorella stessi facendo i “capricci” perché, secondo la religione Cattolica, avrei dovuto accettare la sua perdita senza soffrirne. Non mi sentivo capita. In quel momento mi arrabbiai molto, solamente dopo, attraverso gli insegnamenti di Osho, ho imparato a non giudicare quel Parroco e quella Suora, perché ho capito che bisogna rispettare ogni persona per quella che è. Se per me quelle dottrine cattoliche erano sbagliate, era giusto fossi io ad allontanarmene, non potevo pretendere fossero loro a cambiare pensiero. E così ho fatto. Un’amica mi regalò un libro di Osho, dicendomi che aveva aiutato molto lei, e questo accadde anche a me. Certo, non fu un libro a salvarmi ma la voglia che si risvegliò in me, attraverso quel testo, di andare avanti nelle ricerche e nello studio di una nuova spiritualità. Ci ho messo anni a guarire dalla depressione in cui caddi, ma oggi sto bene. Oggi sono consapevole. So che per ogni momento difficile ho degli strumenti da utilizzare, per non rischiare più di perdere me stessa. Non solo: intorno a me ho una Comunità di persone dalle quali mi sento compresa, accettata, mai giudicata. E credo sia questo l’obiettivo che dovrebbe avere qualunque religione, qualunque filosofia di vita: quello di abbattere il muro della solitudine, esterna e interna».

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