La paura in movimento

Il cinema e la paura dal periodo espressionista a oggi

di Elisa Torsiello –

Germania, anni Venti. È un paese stremato e devastato dalla sconfitta della prima guerra mondiale quello che si offre al visitatore del tempo. Dalla polvere dei ruderi, e dalle lacrime che bagnano carte-valori inflazionate e debiti difficili da estinguere, sorge un nuovo genere cinematografico: l’espressionismo. Caso vuole che a fare da culla a questo universo in cui il sogno, racchiuso in una cornice claustrofobica e in perpetuo movimento, diventa incubo, sia proprio quella Germania che da lì a poco diverrà teatro di un altro inferno, questa volta terrestre: il regime nazista.

L’espressionismo racchiude in sé una multi-significazione. Esso può indicare diverse correnti artistiche (da quella cinematografica, a quella pittorica) racchiuse tutte sotto un unico comune denominatore: la malleabilità della paura e la manifestazione di terrori atavici e inconsci tipici dell’uomo.

L’opulenza e l’uniformità fotografica, quasi poetica, del cinema francese, insieme all’omogeneità di luce di quello americano, lasciano spazio a contrasti netti, distorti e terrorizzanti dell’espressionismo tedesco. La luce lotta ora con l’oscurità in un corpo a corpo senza precedenti; le ombre vengono allungate quasi ad avvolgere e ingoiare la componente umana presente sulla scena; i mostri (il vampiro Nosferatu, o il sonnambulo Cesare de “Il gabinetto del Dottor Caligari” di Robert Wiene) fanno la loro comparsa, come personificazione materiale e tangibile delle nostre paure più oscure. Il cinema è da sempre facilmente paragonabile al concetto di onirismo. Chiusi nel buio totalizzante di una sala cinematografica, e imprigionati per un paio di ore su una poltrona ammaliati dalla potenza scaturente da immagini in movimento, viviamo la stessa esperienza di quando, sdraiati su un letto, ci lasciamo andare in un universo altro, alternativo, quello dei sogni. Con l’espressionismo quei sogni si tramutano in incubi.

Lo scrittore tedesco Hermann Bahr lo ha definito un grido anarchico, irrazionale e primordiale (lo “urshrei”) pronto a scuotere la spenta arte tradizionale. E così fece. Da Fritz Lang a Murnau il mondo del cinema ha preso coscienza del suo ruolo di testimone non solo di illusioni o aspirazioni ottimistiche, ma anche di ansie, paure, terrore. È come se, traducendo visivamente questi sentimenti inconsci, per poi renderli reali su uno schermo cinematografico, si potessero esorcizzare e svanire; la cinepresa e la luce di proiezione diventano, cioè, strumenti imprescindibili al depotenziamento di certe emozioni. La morte, le fobie umane fanno meno paura non perché le abbiamo vissute direttamente, ma perché le abbiamo già affrontate previamente sullo schermo. È qui forse che si nasconde la forza e il successo di certi film thriller, o del terrore. Sono opere universali perché trattano pensieri e paure primordiali accomunanti tutto il genere umano. Il volto, che nel cinema tedesco (alla pari di quello sovietico) acquista per la prima volta un grande valore espressivo, si sostituisce a quello di ogni singolo spettatore in sala.

Dal cinema espressionista, a quello di Dario Argento, di David Lynch, fino a John Carprenter, si esalta il concetto di paura nella sua accezione più iconica e di sensazione scopica. Per incutere tale sensazione al proprio pubblico, cioè, abbiamo bisogno di un’immagine ben studiata e – seppur coadiuvata da un preciso commento musicale e di determinati movimenti di camera – capace di accendere nello spettatore la luce del proprio inconscio e delle proprie emozioni più nascoste di terrore. Un’operazione destinata a reiterarsi nel corso degli anni, pellicola dopo pellicola, paese dopo paese, fino a raggiungere il cinema horror virtuale contemporaneo. La paura nel cinema inizia pertanto a insidiarsi, racchiusa in un’inquadratura strutturata come un vero e proprio quadro, chiuso su se stesso e pronto a implodere in tutta la sua angosciante potenza. Lo spettatore inizia a sobbalzare sulla poltrona, a coprirsi il volto con le mani, a nascondersi tentando di rifuggire da ciò che gli viene mostrato sullo schermo.

Lo spettatore inizia, cioè, a urlare internamente prima ancora di farlo esternamente. Che giochino sulla lotta tra uomo e mostro, acquisendo in eredità temi già affrontati in letteratura (“Frankenstein”, “Il mostro della laguna nera”, “Nosferatu”) con il labile confine tra ordinarietà e umana mostruosità (“Shining”, “Halloween”, “Non aprite quella porta”, “La Mosca”) o semplicemente con il surreale (“Rosemary’s Baby”, “Suspiria”, “Carrie”, “L’esorcista”, “Twin Peaks”) e la psiche umana (“Velluto Blu”) le produzioni visive esacerbano la funzione di identificazione primaria da parte dello spettatore. Esse fanno paura; aprono una fessura nel nostro ruolo di testimoni esterni, facendoci entrare empaticamente nella storia narrata. E così quella storia che sappiamo non essere nostra lo diventa almeno in parte, per una sorta di contiguità empatica; s’instaura in questo modo una contraddizione fra il vedere fisico e il vedere mentale, fra distacco e partecipazione: siamo fuori e dentro allo stesso tempo. Partecipiamo ai film in prima persona, colmando con la forza dell’immaginazione vuoti visivi lasciati volutamente dal regista, o anticipando mentalmente quello che può accadere nelle inquadrature successive. Così facendo eleviamo alla massima potenza il tasso di adrenalina e terrificante angoscia che ci assale, come se quell’azione sullo schermo la stessimo compiendo – subendo – noi stessi in prima persona.

Le inquadrature accarezzano un incanto feroce, quello di una bestialità che non dimentica l’umanità. Il cammino compiuto a braccetto tra il cinema e la paura si fa sintomo di un’evoluzione sintomatica di quella crisi d’identità, incertezza, spaesamento che segna il nostro tempo. Un saggio scritto con la forza delle urla e degli occhi chiusi per non guardare, dietro cui si nasconde un’analisi attenta e di denuncia della storia passata e presente. Dalla paura del diverso e di ciò che ci è sconosciuto (tema tipico del cinema sci-fi) di “Alien”, “La guerra dei mondi”, alla potenza del subconscio e alle sue derive fobiche pronte a incarnarsi (“It Follows”, “It”) ai mockumentary vividi di terrore (“Cannibal Holocaust”, “The Blair Witch Project”), la violenza mostrata in maniera realistica ed esasperata (“Saw – L’Enigmista”, “Hostel”) fino ai mostri dietro cui è facile ritrovare lasciti di figure infernali e dittatoriali che hanno tinto di sangue le nostre pagine di storia, il connubio cinema e paura è destinato a non estinguersi, perché infinito è il nostro desiderio di lasciarci cullare tra le braccia buie della sala cinematografica, dinnanzi a un surrogato in sedici:noni di un incubo. Perché, ricordiamolo, la paura è un’emozione primaria e per quanto possa risultare difficile ammetterlo, è imprescindibile al nostro essere e restare vivi.

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