L’Islam? Una mia libera scelta

di Sabrina Falanga –

«Le mie decisioni? Tutte prese in libertà. Nessuno mi ha mai obbligata a seguire regole e tradizioni della nostra religione, credo profondamente in ogni mia scelta».
Chadia Sabbab è nata a Vercelli, ha origini marocchine ed è musulmana. Ha 22 anni, è studentessa di Relazioni Internazionali all’Università di Torino, le piace il calcio (tifa Juventus) e indossa il tradizionale hijab, il velo che copre il capo delle donne musulmane.

Quella di indossarlo è stata una decisione che Chadia ha preso a 16 anni: «Fin da piccola osservavo la mia mamma e le altre donne musulmane indossare l’hijab ma non mi sono mai chiesta il motivo per cui lo portassero. Come per tutto ciò che riguarda la fede di qualsiasi credo, anche il velo è un passaggio verso il quale inizi a provare interesse in modo personale: nasce da sé, non deve assolutamente essere imposto altrimenti perde di significato. Mia sorella, ad esempio, pur essendo più grande di me non lo indossa. È una scelta in ogni caso».

È una domenica: Chadia ha sedici anni e si reca, insieme alla sua mamma, alla Moschea. «Quel giorno sarebbe stata presente una signora che ci avrebbe spiegato il significato dell’hijab. Era già un po’ di tempo che cominciavo a sentire il desiderio di indossarlo ma, devo essere sincera, un po’ ne avevo paura. Temevo di vedermi brutta e che la mia quotidianità sarebbe stata rivoluzionata, che la mia vita sarebbe cambiata. Soprattutto, però, mi spaventava ciò che avrebbe potuto dire la gente».

La paura del giudizio. Quella che, a sedici anni, di fronte a un cambiamento così evidente, è comprensibile avere.
Quella domenica, però, Chadia ascolta le parole di quella donna e qualcosa dentro di lei cambia: «Quel giorno mi sentii particolarmente vicina alla mia Comunità. Qualcosa, dentro di me, era cambiato. Ascoltavo quella signora e sapevo che ciò che stavo per andare ad affrontare sarebbe stata l’unica scelta possibile, perché la più giusta. Cominciavo a sentire di voler davvero indossare il velo, ci credevo profondamente, perché finalmente iniziavo a capirne il reale significato».
Chadia decide dunque che è arrivato il momento di indossare l’hijab: «Inizialmente dovevo abituarmi alla mia nuova immagine, ma mi sentivo felice e questo ha reso più semplice il percorso. Diverso fu il ritorno a scuola con il velo: in molti mi chiesero spiegazioni ma, così come successe a me, anche per i miei compagni non fu difficile abituarsi alla mia nuova figura. Infondo, appunto, si trattava solo di figura perché ero ancora la compagna di classe che conoscevano»

Ci sono tanti luoghi comuni sul significato dell’hijab, molti pregiudizi, soprattutto, che nascono dalla non conoscenza. «La donna, nell’Islam come in tante altre culture, è simbolo di bellezza – spiega Chadia –. Una bellezza da non ostentare ma nemmeno da nascondere. Semplicemente da proteggere. In ogni caso indossare il velo non mi ha reso una persona diversa da quella che ero e chi ha voluto continuare a starmi accanto l’ha capito».

Il periodo in cui Chadia ha sentito di più il peso dei pregiudizi è stato «dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo (Parigi, 7 gennaio 2015, nd.r.). In quei momenti ti senti di dover dimostrare che non hai nulla a che vedere con il terrorismo anche se, in realtà, non dovrebbe esserci questa necessità, dovrebbe essere scontato. Io, per fortuna, sono una persona sicura di me e abbastanza matura da riuscire ad andare oltre alle parole di chi non mi conosce, ma molte altre persone, magari più fragili, ne soffrono molto. L’Islam è una religione di pace – spiega Chadia -, come tutte le altre religioni. Chi uccide in nome di Allah non ha niente a che vedere con l’Islam. Semplicemente sta utilizzando e strumentalizzando l’Islam. A confermare ciò è il fatto che noi musulmani siamo spesso le prime vittime di questi fatti».

Chadia ha il sorriso dolce, gli occhi espressivi, il tono della voce fermo di chi sa cosa vuole dalla vita.
«Non bisogna giudicare un libro dalla copertina. Apritevi all’altro, di qualunque etnia o religione sia. Ciò che conta sta nella testa, nel cuore e nell’animo di una persona. Non sul capo».

Rispondi