In Nazionale per cuore e anima, non per la pelle

di Deborah Villarboito –

Nello sport nei suoi massimi livelli dovrebbero essere rilevanti solo due tipi di colore. Il primo è quello della divisa della nazionale di appartenenza, mentre il secondo il metallo della medaglia conquistata. Il colore della pelle penso sia ormai un tema di quelli per cui lo sport debba essere daltonico. 

Una volta si demonizzavano gli atleti naturalizzati, credendo che rubassero il posto agli Italiani, senza vedere più un talento che aveva deciso di fare parte di uno Stato che lo denigrava. Negli ultimi mesi siamo testimoni, però, di una tendenza inversa.

Gli atleti naturalizzati, o peggio nati e cresciuti in Italia (alcuni addirittura con spiccati accenti dei dialetti nostrani), vengono elevati come simbolo contro le discriminazioni. Portati in trionfo non per la loro vita di sportivi, fatta di sacrifici, rinunce e tenacia, ma per il dettaglio di avere origini straniere oppure miste.

La pallavolista Paola Enogu, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e Libania Grenot, le ragazze d’oro salite sul gradino più alto del podio ai Giochi del Mediterraneo nella staffetta 4×400 sono l’esempio lampante di una cronaca sportiva (e soprattutto nazionale), che si dimentica che lo sport trasmette, sì valori di integrazione, possibilità ed elevazione dell’essere, ma che non ci si deve concentrare sul colore, ma sulle capacità.

Mi viene da chiedermi se facciano più notizia le doti da cecchino inarrestabile della Egonu (record di punti a partita in un club di A-1 e ora in una gara Mondiale, più, è top scorer di questo stesso con 324 punti), l’ipervelocità delle staffettiste o loro origini. Eppure nella storia sportiva figure come Fiona May, Carlton Myers, Andrew Howe e Mario Balotelli non hanno attirato mai così tanto la strumentalizzazione razziale. ‘I nuovi italiani’, però, definizione che trovo sempre categorizzante e limitante, fanno notizia. Servono per veicolare sentimenti buoni o discutibili. Certo, come detto, sono utili per raccontare un paese che cambia, ma che rimane comunque indietro poiché praticamente tutte le nazionali europee o extra continentali sono variopinte e i media sottolineano i risultati, piuttosto che la tinta.

Ancora un dubbio mi attanaglia: queste eccezionali atlete avrebbero dominato le pagine dei giornali nello stesso modo se la loro pelle fosse stata dello stesso colore della mia? Io spero di no, nel rispetto della loro dignità di sportive di livello e per chi scrive e legge di loro. Però diamo anche ai social quel che è loro.

Qualche giorno fa lo scandalo: sulla pubblicità che l’acqua Uliveto (sponsor dell’ItalVolley) ha pubblicato sui principali quotidiani per celebrare l’argento mondiale delle azzurre della pallavolo non compaiono Miriam Sylla e Paola Egonu, coperte dalla sagoma della bottiglia d’acqua incriminata. Ovviamente si è urlato all’atto volutamente razzista ovunque. Spiegazione: è stata utilizzata un’immagine di archivio della scorsa estate e non relativa alla rassegna iridata in Giappone. Quindi la Sylla non è presente del tutto nella foto probabilmente per la squalifica che le fece saltare quella partita della Nations League, mentre Paola Enogu è coperta dalla bottiglia, così però come Serena Ortolani (presenti sulla foto di archivio). Questo era solo un esempio. Mi chiedo ancora: quella foto sarebbe stata notata anche se tutte le ‘ragazze d’argento’ avessero avuto lo stesso colore sotto la divisa nazionale o ci sono azzurri meno azzurri?

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