Eugenia Carfora: la preside dalla parte dei giovani

di Deborah Villarboito –

Il nome di Eugenia Carfora questa settimana è diventato noto in tutta la Penisola. È la preside dell’Istituto Morano di Caivano e la sua storia si è diffusa dopo il reportage di «I dieci comandamenti». Ogni mattina aspetta i suoi studenti fuori dalla scuola e fa il giro di tutti i bar per prenderli e accompagnarli dentro all’istituto scolastico. La preside Carfora è un faro di luce buona in quello che è uno dei luoghi più ad alto rischio per i giovani al Nord di Napoli, un parco che richiama Scampia. Con voce materna, ma sempre autoritaria, cerca di far passare il suo messaggio: ci vuole alleanza e una riscoperta dei contro questa situazione che porta alla dispersione delle nuove generazioni.

Ogni mattina la stessa routine: recuperare gli studenti e portarli a lezione. Perché questo?
È complicato essere attraente è fortemente complicato. Le attrazioni verso le futilità sono tante e io voglio essere lì per dire: ‘Ragazzi, c’è qualcuno che vi attende. C’è qualcuno che pensa a voi’. I ragazzi vanno fatti sentire importanti e loro si devono sentire così sempre, in ogni momento. È una cosa che sento io. Devo recuperarli perchè qualcuno potrebbe decidere di non entrare. Oppure c’è qualche storia importante che io devo seguire, per cui è un’esigenza personale. Loro si sono abituati alla mia figura e io non posso stare senza di loro. Anche solo quando sto arrivando qualcuno nasconde la sigaretta, indica il fatto che c’è qualcuno che vigila su di loro, che li accompagna in questa fase delicata della loro età, potrebbe essere eccessivo. Però, nello squallore del contesto, se c’è qualcuno che pensa a quei ragazzi è una cosa buona e giusta.

Una generazione che si perde: perché i giovani d’oggi si perdono in comportamenti autodistruttivi?
Io ho un mio pensiero personale. Sono molto legata ad alcuni episodi della mia vita: il cortile, la nonna che ti sorride, la mamma che quando tornavi a casa ti faceva sentire l’odore del mangiare. Oggi l’informale è troppo forte. Se le tecnologie hanno portato tanto tanto privilegio, opportunità, è migliorato tantissimo il nostro mondo, ma nello stesso tempo si è molto impoverito. Mancano le emozioni. Se io non vado a scuola, io il cellulare lo padroneggio comunque. Le mie energie che potrebbero essere di curiosità culturale, si perdono. Non sanno che il cellulare diventa una dipendenza. È attraente, non ti fa pensare. Allora quando tu pensi che tutta questa tecnologia fa sentire importanti i ragazzi, non è vero. Sono più soli che mai. Camminano con la testa bassa e guardano il cellulare, perdendosi la bellezza del cielo oppure un’emozione. Oggi tutto viene consumato dopo le 23,30 di sera, lì comincia la vita. Noi ci stiamo spostando verso orizzonti veramente bui, verso l’abisso. Credo che i ragazzi abbiano bisogno di normalità: svegliarsi e sentire il profumo di un caffè, o avere il piacere di parlare con i genitori, oggi è cosa rara. Anche quando si trovano in pizzeria, non interagiscono tra di loro. Non dico che questa sia la ragione per la quale i ragazzi facciano cose estreme, oggi sono più che mai soli. Io voglio allontanarli da questo. Perciò a scuola ce la metto tutta per fare vedere un po’ di colore, emozione, di abbraccio. Sento il bisogno della comunicazione e i ragazzi non riescono a trovare questo spazio normale, perchè sanno che possono essere insieme agli altri solo sui social. Noi dobbiamo insegnare ai ragazzi che le tecnologie bisogna saperle padroneggiare. C’è una mancanza di educazione ai sentimenti.

Questa mancanza può arrivare anche dalle famiglie?
Non credo che la colpa sia della famiglia. È la società ormai così intrigata, che quando hai a che fare con i genitori degli studenti a volte non vedi la differenza tra loro e i propri figli. Vedo tante persone tutte omologate, allora non è una mancanza di famiglia. La scuola non può continuare a dire: è colpa di qualcuno. Io credo che la scuola non debba fare sentire inadeguato nessuno. C’è bisogno di alleanza e questa la si può realizzare soltanto se credi in quel bambino che è mio, tuo, della famiglia. Oggi abbiamo la famiglia allargata e non si è pronti a determinare una sorta di comunicazione perfetta. I ragazzi hanno bisogno di essere preparati a nuovi orizzonti, con l’alleanza e non dicendo ‘è colpa di qualcuno’, perchè ognuno di noi ha una piccola colpa. C’è un eccessivo tutto uguale, un’omologazione. Tutto è perfetto, io voglio vedere le imperfezioni, sentire gli studenti ridere, piangere, emozionarsi.

Come fare quando i giovani sono già disillusi da ‘piccoli’?
Io ne vedo tanti di disillusi. I ragazzi sono già spenti e manifestano solo un atteggiamento fisico da adulti. Io ho un mio modo di pensare, che è quello della pazienza e che non è il modo di patteggiare se fai questo, ti do questo. La mia idea maestra è renderli consapevoli che la regola li renderà liberi. Mentre li riprendi li devi abbracciare. Devi fare sentire all’altro che per te è importante e questa disillusione la devi sdrammatizzare. Io cerco di realizzare sempre un processo a quello che accade, per fare sentire i ragazzi importanti. Oggi i ragazzi sono soli e quasi non credono più in nulla. Questo è tanto colpa dei modelli, il problema è l’adulto. Cosa facciamo per far credere nel futuro il ragazzo? Siamo un modello di riferimento? Io credo che ognuno di noi debba un po’ riflettere, altrimenti faremo sempre di più la linea di demarcazione tra quelli che vanno e quelli che restano e si chiedono il perché.

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