Gioia Bartali: “Mio nonno Gino, faceva il bene senza dirlo”

di Alessandro Pignatelli –

“Anche se vengo invitata spesso a parlare di mio nonno, ogni volta ci sono aspetti diversi perché le persone che incontro cambiano e molte hanno aneddoti che non conoscevo su di lui”. Gioia Bartali è la nipote del Campionissimo di ciclismo, Gino Bartali, vincitore di tre Giri d’Italia e di due Tour de France, oltre che di quattro Milano – Sanremo e tre Giri di Lombardia. Veloce sui pedali, ma anche ‘giusto tra le nazioni’ per Israele, avendo salvato diversi ebrei – rischiando la vita – dal 1938 alla fine della Seconda guerra mondiale.

Gioia era l’ospite d’eccezione a ‘Le Catene della Vita’, organizzata a Calvi – in Umbria – per ricordare proprio questo lato di Ginaccio nell’anno che ha visto il Giro d’Italia partire da Gerusalemme in omaggio al corridore di Ponte a Ema. E lei conferma: “Mi piace far conoscere non solo il personaggio, ma la persona. E l’evento di oggi si sposa perfettamente con il Giro d’Italia partito da Israele. Far comprendere il compito di mio nonno nel periodo dal 1938 al 1945”. Per chi non lo sapesse, in quei sette anni, Gino Bartali si faceva in bicicletta Firenze – Assisi con documenti falsi, nascosti nel tubo della bicicletta, proprio per salvare quanti più ebrei poteva. Fosse stato scoperto, sarebbe stato fucilato.

“Esce fuori una figura diversa da quella del campione. Il ritratto di una persona coraggiosa, generosa e piena di fede, quest’ultima è una caratteristica di cui poco si è parlato finora. Il motto di mio nonno non era tanto il ‘L’è tutto da rifare’, ma ‘Il bene si fa, ma non si dice’”. Bartali è anche l’uomo dei record, avendo conquistato il Tour de France nel 1938 e nel 1948, quindi a distanza di dieci anni. Oggi esiste un altro come lui? “Io non sono esperta di ciclismo. Posso solo dire che è cambiato completamente dai tempi in cui correva mio nonno: bicicletta, sistemi. Tutto”. Restano le caratteristiche fisiche: “Era un ottimo scalatore grazie alle pulsazioni ridotte del cuore”. Diverso dal rivale, Fausto Coppi: “Quest’ultimo era sicuramente più rigido, seguito maggiormente dai medici, più attento alle diete e ai consigli dei dottori. Mio nonno, quando poteva, un bicchiere di vino se lo beveva. Era genuino”.

Amici quando non si correva, assolutamente nemici in gara. Conferma Gioia Bartali: “Nessuno voleva aiutare l’altro a vincere. Si rispettavano, questo sì. Tra di loro ci sono stati anche bellissimi momenti d’amicizia. Pensi che al safari che poi è costato la vita a Fausto, ci doveva andare anche mio nonno. Ma rinunciò per stare con la famiglia”. Non solo: “Sempre mio nonno, dopo essersi ritirato, fece Coppi capitano della sua squadra”. E ancora: “Quando morì Serse, il fratello di Fausto, questi chiese proprio a mio nonno di stare vicino alla famiglia in quanto aveva già vissuto la stessa esperienza, perdendo il fratello”.

C’erano, per il resto, enormi differenze tra i due: “Coppi aveva un occhio più lungo per gli affari. Gino Bartali non è che non volesse guadagnare, ma il suo scopo principale era mantenere la famiglia. In più, si è ritrovato vicino amici che ne hanno sfruttato il nome”. Correva per fare del bene, correva per vincere, correva per amore della bicicletta. Ma gli inizi non erano stati facili per nulla: “Durante le prime gare, in un certo senso si ‘vendeva’ le vittorie. Diceva al ragazzo del posto in cui finiva la gara che lo avrebbe lasciato vincere se questi poi gli avesse passato il premio vittoria. Doveva dimostrare al papà che il ciclismo era un lavoro, che si guadagnava. Dopo un po’, però, la Società per cui era tesserato, l’Aquila, capì che c’era qualcosa che non andava perché mio nonno arrivava sempre secondo o terzo. E gli disse: ‘Tu pensa a vincere, allo stipendio per te ci pensiamo noi”.

Tra gli aneddoti simpatici, c’è la Milano – Sanremo corsa da indipendente (ossia senza squadra e sponsor): “Avrebbe vinto se il giornalista non lo avesse intervistato durante la gara, distraendolo”.
Avrebbe vinto molto di più senza la Guerra: “Mio nonno diceva sempre che il conflitto mondiale gli aveva tolto gli anni migliori della carriera. Coppi ha iniziato a dare il meglio dopo la fine della guerra, mio nonno invece era già famoso quando iniziò. Sì, la guerra gli ha tolto tanto”. Ma dopo l’esperienza da cui l’Italia uscirà in macerie, ci sarà ancora un Ginaccio a salvarla: “Al Tour del ’48, sembrava ormai tagliato fuori dalla vittoria finale, a 21’ da Bobet. Ci fu l’attentato a Palmiro Togliatti, in Italia, e la sera mio nonno ricevette la telefonata del presidente del Consiglio De Gasperi che gli chiedeva di vincere per distogliere l’Italia, già in preda a disordini e accoltellamenti”. Pronti, via. L’impresa è servita. Ne seguirà un’altra il giorno successivo. Scongiurata la guerra civile, tutti ad ascoltare per radio il campione toscano
che bissava il successo del 1938. “Tornato in Italia, fu ricevuto da De Gasperi che gli disse: mi puoi chiedere quello che vuoi, la Coppa più grande che desideri. Lui gli disse: una cosa ci sarebbe, uno sconto sulle tasse. De Gasperi replicò che non si poteva fare, allora mio nonno se ne andò dicendogli: grazie, non mi interessa nient’altro”.
Non possiamo lasciare Gioia senza chiederle chi dette la borraccia a chi: “Dipende. Se sei per Coppi, gliel’ha data lui. Se sei per Bartali, è stato lui a porgerla a Fausto”. Dilemma risolto, no?

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