I giovani nella società: l’analisi del sociologo Stefano Laffi

di Deborah Villarboito –

Stefano Laffi è ricercatore sociale presso l’agenzia di ricerca sociale Codici di Milano e ha collaborato con la Rai, Radio Popolare, le riviste “Lo Straniero” e “Gli asini”. Si occupa di mutamento sociale, culture giovanili, processi di emarginazione, consumi e dipendenze. Nei suoi scritti ha teorizzato come la società stia attaccando i giovani con forme differenti, facendo perdere l’attenzione sul grande potenziale che possono essere per l’intera società stessa.

I giovani sono sotto attacco da anni: cosa vuol dire?
Teorizzo questo, con dati evidenti, nel mio libro ‘La congiura contro i giovani’. Avviene quello che io definisco l’esilio dal presente e dalla realtà dei bambini, dei ragazzi, dei giovani. Sempre meno vediamo i giovani per quello che sono, piuttosto per quello che non fanno e non hanno. Abbiamo uno sguardo normativo rispetto all’infanzia e all’adolescenza, quindi tendiamo a isolarne i deficit, le patologie, le mancanze, le inadeguatezze, anzichè coglierne i valori di intelligenza, di creatività, di divergenza che a quell’età si ha. Nella crescita questo atteggiamento diventa anche accusatorio. Allora diventano quelli che non fanno, quelli che nominiamo nella cronaca solo quando ci sono episodi legati alla criminalità o alla devianza, mentre ci dimentichiamo che la loro vita è fatta anche di atti positivi. Questa società, soprattutto quella italiana, è tutt’altro che attenta e sensibile e in grado di riconoscere le capacità e le potenzialità della componente giovanile. Questa cosa si riflette nel come i ragazzi stessi si vedono, perchè hanno paura sempre di più del futuro, si sentono inadeguati, incapaci, fanno fatica a prendere coraggio e determinazione per entrare in scena nella vita lavorativa, nella politica, nella cittadinanza attiva, che loro potrebbero svolgere.

Ciò influisce sui comportamenti scorretti di cui sentiamo parlare ai notiziari e sui giornali?
Come metodo non consiglierei di prendere la cronaca come fonte per farsi un’idea generale su un pezzo di popolazione. Bisogna raffreddare la cronaca, che indubbiamente ci restituisce questi dati, ma da un punto di vista statistico non li prenderei come campione rappresentativo degli atteggiamenti più diffusi, perchè sono appunto dati di cronaca. Come è normale fanno notizia, ma non hanno lo spessore di un lavoro di ricerca. Qualcosa ci stanno dicendo: che tra le poche forme in cui ci accorgiamo dei ragazzi, ci sono delle punte estreme di comportamento di devianza, che sono anche tra le poche forme in cui noi li riconosciamo come portatori di qualcosa nel mondo. Se i ragazzi fossero ingaggiati di più in compiti di realtà, in più occasioni di cittadinanza, cioè l’azione pubblica costruttiva, io sono abbastanza convinto che ci accorgeremmo di loro in un altro modo: per quello che fanno e possono fare in positivo, piuttosto che per la devianza come unica azione possibile.

Quindi come Stato, scuola e famiglia si devono rapportare ai giovani?
Io credo che la questione sia che gli adulti in generale, nei confronti dei più giovani, debbano allestire delle occasioni per far si che ci siano e possano dare un contributo reale, per vedere un risultato in una chiave positiva e costruttiva per tutti. I ragazzi vogliono lasciare il segno e lo fanno di solito in ambiti privati, tipo mettendo insieme una band musicale. Se da adulti costruissimo dei contesti più ampi nella scuola, nelle biblioteche, nella società civile, in cui è prevista la presenza dei ragazzi, penso in generale a tutti i compiti di comunità si andrebbe verso il positivo. Qui sta la chiave: dare la possibilità ai giovani di fare qualcosa di utile non solo per se stessi, ma anche per gli altri. Certamente ci accorgeremmo dei ragazzi in un altro modo.

Questa gestione attuale della gioventù e dell’adolescenza, quali ripercussioni avrà sulla società di domani?
Questo in realtà non lo sappiamo, è difficile in questo momento fare previsioni sui percorsi di vita di questi ragazzi. Quello che sappiamo è che andranno incontro ad esperienze di vita ed opportunità molto diverse da quelle che hanno vissuto i loro genitori. Cambieranno più volte mestiere, città, parleranno lingue diverse. Sicuramente ci saranno percorsi di vita, di famiglia, di studio, di lavoro, molto differenti. La mancanza di opportunità costruttive in giovane età credo che sia un problema perchè priva noi adulti e la società in generale di un potenziale generativo dei giovani. La funzione sociale che hanno sempre avuto le componenti più giovani è quella dell’innovazione. La mancanza di questo, perchè in qualche modo li abbiamo esiliati, estraniati, rende sterile la società e autoconservativa. Questo rallenta l’economia, rende la vita molto schematica e noiosa, ammala le istituzioni, perchè toglie elementi di dialettica e confronto. Alla fine ci perdiamo tutti. La chiave di tutto non è tanto quello che è giusto fare per loro, ma è proprio quello che è utile avere per noi tutti.

 

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