I ragazzi d’oro del basket italiano

di Deborah Villarboito –

Questo ottobre un’altra Nazionale azzurra ha portato a casa un Mondiale d’oro: quella di basket composta da ragazzi con la Sindrome di Down. Il Portogallo porta a loro non bene, ma benissimo. Infatti, se a Madeira hanno vinto il Mondiale 2018, a Vila Nova de Gaia hanno portato a casa anche l’Europeo 2017. Giuliano Bufacchi è il loro allenatore e ci spiega come si è arrivati a questi importanti risultati sportivi per la squadra e l’intero movimento.

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Quale è stato il percorso fino a questo oro mondiale?
Questo percorso con i ragazzi con la Sindrome di Down è nato nell’ottobre dell’anno scorso. È stata istituita l’IBA21, che è la società internazionale di basket con giocatori affetti da Sindrome di Down, equivalente alla Fiba. La Fisdir ci ha permesso di mettere su una Nazionale. Inizialmente è stato un problema perchè questi ragazzi erano in società di disabilità mentali, cioè quindi che vanno dall’autistico, al borderline, al ragazzo con la Sindrome di Down. Quindi ho dovuto girare praticamente tutta l’Italia per trovare sei ragazzi. È una competizione a tutti gli effetti con le regole base, ma tre contro tre, quindi atleticamente è anche abbastanza pesante per loro. Messa insieme la squadra siamo partiti per Vila Nova de Gaia in Portogallo per l’Europeo 2017, dove abbiamo vinto. Quest’anno è stato organizzato il Mondiale a Madeira, per cui siamo partiti già con una squadra competitiva, poiché è rimasta pressoché la stessa. L’esperienza è stata molto molto migliore rispetto all’Europeo, perchè avevamo più consapevolezza, con più gioco di squadra, con una crescita tecnica anche dei ragazzi della squadra e quindi siamo riusciti a portarci a casa anche questo titolo.

Quando ha deciso di iniziare ad allenare questi ragazzi?
È nato tutto nel 2011, sempre tramite la Fisdir. Io alleno da quando ho 18 anni, adesso ne ho 42, quindi è da un bel po’. Un mio amico era l’allenatore della Nazionale con disabilità mentali, solo Sindrome di Down, e mi chiese di fargli da secondo allenatore. Da lì poi lui ne è uscito e io sono diventato referente tecnico della nazionale per queste categorie di disabilità, quindi tutto quello che competeva ciò passava da me.

Quale è la soddisfazione più grande che può nascere dal contatto con loro?
All’inizio sbagliavo l’approccio perchè li consideravo disabili. In realtà, allenandoli giorno dopo giorno e facendogli fare cose che pensavo fossero impossibili da raggiungere dal punto di vista atletico e fisico per loro, invece li facevano e li capivano, ovviamente con tempi e spiegazioni molto più lente e ripetitive. La soddisfazione è emersa nel momento in cui non sentivo più la differenza di allenare un gruppo di normodotati o una squadra di ragazzi Down, perchè riusciamo a fare esattamente le stesse cose. Potevo lavorare come se stessi lavorando con una squadra di normodotati. In più loro ci mettono un elemento affettivo maggiore, che è anche difficile da gestire a volte, perchè bisogna stargli vicino e coccolarli, ma sempre con una certa autorità e distacco. Stando con loro anche più giorni in ritiro, senza genitori o accompagnatori, ma solo con la squadra e vivendo la quotidianità con loro si è instaurato un rapporto di amicizia, di rispetto, ma anche un rapporto allenatore-giocatore.

Quali sono i prossimi obiettivi della squadra?
Ufficialmente in Turchia ci sono nel 2020 i Trisome Games di Antalya, che sono praticamente le Olimpiadi per i ragazzi con Sindrome di Down. Con l’Iba21, di cui sono diventato anche vicepresidente, si sta vedendo come e quando organizzare il prossimo Europeo: aggregandolo ad altre discipline in Finlandia o con un evento singolo. Probabilmente tra qui e il 2020 ci sarà un altro Europeo oppure un torneo internazionale, ma questo è ancora da definire insomma.

Oltre all’Italia, quali sono le altre Nazionali competitive?
Al momento nel top delle squadre ci siamo noi e il Portogallo, con cui siamo stati finalisti sia dell’Europeo sia del Mondiale. Stanno uscendo altre squadre competitive come la Turchia e il Sud Africa, l’Egitto e l’Islanda. Queste sono quelle che stanno investendo di più in questa categoria, ma con lo sviluppo di questo movimento, quasi tutte le federazioni sportive si stanno muovendo per arrivare ad essere competitive. Quindi è un movimento che sta nascendo e crescendo in modo esponenziale in questi ultimi anni, sia numericamente sia tecnicamente. Stanno cambiando proprio le metodologie di allenamento: prima si pensava solo a farli giocare, adesso ad impostare quelle che sono le basi della pallacanestro.

La pallacanestro come strumento per coltivare l’autonomia?
Assolutamente sì. Quando si va a fare determinate trasferte e ritiri, loro devono essere autonomi in tutto e per tutto. Devono stare in camera insieme, devono gestirsi negli orari, nell’igiene personale, nell’andare comunque all’estero, non in gita ma con una responsabilità. È anche una crescita sociale molto importante oltre il discorso sportivo e agonistico. La maggior parte di questi ragazzi ha un lavoro, sono molto autonomi, alcuni hanno anche la fidanzatina e si vogliono sposare. Lo sport aiuta molto a trovare la loro autonomia e quindi va ad integrare un lavoro che fanno nelle varie cooperative, nelle varie associazioni in cui stanno, per trovare proprio la loro autonomia.

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