‘Le Catene della Vita’, quelle che hanno legato Gino Bartali al prossimo

di Alessandro Pignatelli –

‘Le Catene della Vita’: Calvi dell’Umbria ha ospitato la manifestazione che ha avvicinato Israele e Italia nel nome di Gino Bartali. Nell’anno in cui il Giro d’Italia è partito da Gerusalemme proprio onorando la figura di uno dei 682 italiani insigniti del titolo ‘giusto tra i popoli’, ossia di chi ha salvato almeno un ebreo durante la Shoah.

L’evento è stato fortemente voluto da Victoria Mesistrano, ebrea anche lei: “Nel mondo ci sono 26 mila giusti tra le nazioni, tra loro c’è Gino Bartali. Peccato che il maltempo abbia fatto saltare la cicloturistica che era abbinata alla mostra”. Sì, perché nella stanza attigua ci sono fotografie e ritagli di giornale che ricordano le imprese di Ginaccio, prese dall’archivio di Carlo Proietti. Bartali che corre, Bartali e Coppi che si passano la borraccia, Bartali premiato, Bartali che suda. Il sindaco di Calvi, Guido Grillini, ammette che nella vita “si può essere campioni ed essere anche buoni. In 75 anni, si sono fatte tante chiacchiere, ma oggi c’è chi pensa ancora che esistano persone che non possono definirsi tali e che non meritano di vivere. Invece, siamo tutti uguali. Bartali è stato un campione che ha rischiato la vita per salvare vite umane. Se i tedeschi avessero scoperto cosa trasportava, proprio perché famoso, lo avrebbero fucilato ancora più facilmente: sarebbe stato un esempio per gli italiani”.

A Calvi anche Ariel Bercovich, Consigliere per gli affari pubblici e politici dell’ambasciata d’Israele: “Israele e Italia sono Paesi amici. Oggi, oltre alle imprese di Bartali, è possibile ammirare anche alcuni paesaggi del nostro Stato. Nel 2017, sono stati 100 mila gli italiani che lo hanno visitato, speriamo che siano anche di più in questo 2018. Israele è un Paesi piccolo, in tre ore si gira tutto, ma ci sono talmente tanti paesaggi: dalla neve al deserto, dalle grandi città ai piccoli borghi”.

La parola è poi passata a Gioia Bartali, la nipote di Gino, che ha parlato raccontando aneddoti caratterizzanti il nonno: “Parlo di un uomo che è stato il postino della pace. Ma anche di una persona che non amava vantarsi. A mia nonna non disse che durante la Guerra rischiava la vita portando documenti falsi tra Firenze e Assisi per salvare gli ebrei. Eppure, con lei è stato insieme dal 1940 al 2000, quando ci ha lasciati, e si sono sempre amati tanto”. La nonna non sapeva neanche della famiglia di ebrei nascosti in una cantina di Firenze, che apparteneva proprio a Gino: “L’abbiamo scoperto tutti nel 2012. Per essere insignito del titolo di ‘giusto tra le nazioni’ serve la testimonianza di qualcuno in vita che dica che è stato salvato dalla Shoah. Era difficile oramai trovarne qualcuno ancora in vita. Fu pubblicato un appello sulla rivista ‘Pagine Ebraiche e, con nostro grande stupore, arrivò una risposta: era uno dei ragazzini nascosti in cantina da mio nonno. Rimasero lì, senza poter uscire, fino alla Liberazione. Solo la madre, ogni tanto, usciva dal nascondiglio per prendere l’acqua”.

Gino Bartali “non voleva essere ricordato come un eroe. Diceva che lui aveva sempre fatto quello che sapeva fare, andare in bicicletta”. Negli ultimi anni è stato però scoperto un uomo diverso da quello descritto prima: “Un toscanaccio brontolone era prima, un uomo che faceva viaggi pericolosi a rischio della sua vita è adesso. Fu anche fermato a posti di blocco tedeschi, ma fortunatamente anche loro tifavano tanto per lui e dunque non perquisirono mai a fondo la bicicletta”.

Non c’era amore tra Coppi e Bartali, ricorda la nipote: “Fausto riferendosi a Gino diceva ‘quello là”. Erano contrapposti, almeno in gara. Gino il Pio, della Dc, e Fausto il socialista – comunista: “Ma anche lui era un buon cattolico”. Bartali soffriva per ciò che la stampa scriveva, al punto che nel 1948, ormai staccatissimo da Bobet, sta per chiudere un Tour de France non certo indimenticabile: “I giornalisti italiani se ne andarono e lui pensò fosse perché ormai non credevano più in lui. Invece, c’era stato l’attentato a Togliatti. La sera De Gasperi gli chiese di fare qualcosa, di vincere. La mattina della gara aprendo le persiane, mio nonno fisse: ‘Oggi è una buona giornata per vincere’. In realtà, pioveva. Vinse e poi ancora. E vinse il Tour e l’Italia evitò la rivoluzione”. Era il periodo in cui il ciclismo contava più del pallone.

Chiude parlando del ciclismo, di ieri e di oggi, Gioia Bartali: “Ai tempi di mio nonno, ma pure adesso, vuoi vincere ma non con rabbia. Perché con gli altri del gruppo passi 4 -5 ore insieme tutti i giorni. Chiacchieri, diventano tutti tuoi compagni di viaggio. Il ciclismo passa sotto casa tua, è l’unico sport che puoi vedere senza pagare, dà visibilità alle città in cui transita, parte o arriva”.

E poi fa la rivelazione sulla fede del nonno: “Dal 1937 prese i voti da carmelitano. In casa aveva un altare, faceva celebrare messa tutte le volte prima di partire per un Giro. Da allora alla sua morte, se ne saranno celebrate 300. Nel 1938, dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali, mentre tutti ringraziavano il Duce, lui ringraziò la Madonna. Mio nonno è stato sempre molto controllato dai fascisti, è stato pure due giorni in caserma – dove venivano torturati e pure uccisi molti personaggi scomodi al regime – dopo che fu intercettata una lettera in cui il Vaticano lo ringraziava per gli aiuti. I fascisti pensavano si parlasse di armi, invece erano pacchi alimentari, cibo. Dopo la morte, ha donato praticamente tutto – coppe, targhe e quant’altro – a chiesa e ad associazioni. La maglia del Tour si trova a Siena, la maglia del giro della Svizzera a Loreto. Lui non era attaccato alle cose materiali”.

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