Le “Donne sulle onde” che portano l’aborto legale per mare

di Fabiana Bianchi –

Si chiamano “Women on Waves”, letteralmente “Donne sulle onde”. In un articolo del New York Times risalente al 2001, la fondatrice venne definita “Un’estremista pro-choice”. Si tratta di un’organizzazione olandese non profit che vuole fornire alle donne di tutto il mondo la possibilità di interrompere volontariamente la gravidanza, anche in quei Paesi dove la legge non lo consente, e soprattutto di evitare forme di aborto pericolose. Fondato nel 1999 dal medico olandese Rebecca Gomberts, «Women on Waves mira a prevenire aborti non sicuri e consentire alle donne di esercitare i loro diritti umani all’autonomia fisica e mentale – è la loro presentazione sul sito internet –  vogliamo assicurarci che le donne abbiano accesso all’aborto e alle informazioni mediche attraverso strategie innovative. Ma soprattutto si tratta di dare alle donne gli strumenti per resistere alle culture e alle leggi repressive».

L’obiettivo della no profit è ambizioso: «Con una nave, Women on Waves può fornire contraccettivi, informazione, formazione, seminari e un servizio di aborto sicuro e legale al di fuori delle acque territoriali nei paesi dove l’aborto è illegale. Nelle acque internazionali, 12 miglia a largo della costa del paese, la legge locale non trova applicazione». Questo in virtù del fatto che la nave batte bandiera olandese e, dunque, in acque internazionali fa riferimento proprio alla legge dei Paesi Bassi, che consente l’interruzione volontaria di gravidanza entro determinati limiti di tempo.

All’atto pratico, ovviamente, la loro missione non è stata semplice. Nel 2001 la loro nave partì per il viaggio inaugurale in Irlanda con medici e infermieri a bordo, ma di fatto non poterono procedere ad alcuna operazione per un problema burocratico di licenze mediche. Fornirono comunque informazioni e contraccettivi alle donne che ne fecero richiesta e il viaggio, dal loro punto di vista, ebbe comunque delle conseguenze positive: sollevare il tema dell’interruzione volontaria di gravidanza e avvicinare molte donne alla loro organizzazione. L’opinione pubblica si fece sentire anche in occasione del viaggio in Polonia del 2003. L’anno successivo la nave tentò di approdare in Portogallo, ma le fu impedito: il caso arrivò addirittura alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Tre anni dopo, la legge portoghese cambiò e permise l’interruzione volontaria di gravidanza. Oggi, seguendo l’evoluzione della tecnologia, l’organizzazione sta puntando su nuove tecniche, come la consegna di farmaci abortivi mediante robot. Una parte importante dell’attività di Women On Waves, spesso svolta sotto la sezione “Women On Web”, riguarda l’informazione sui temi della sessualità, della contraccezione e della gravidanza. Sono attive diverse linee telefoniche e virtuali per fornire nozioni utili, per esempio, sulle strutture a cui rivolgersi. Sui vari siti sono presenti addirittura informazioni sui metodi per procurarsi un aborto farmacologico, seppure con la ferrea raccomandazione di usarli solo come ultima ratio in quei paesi dove non è possibile ricorrere a una forma legale di interruzione di gravidanza.

Per l’organizzazione, lo scopo primario è quello di evitare che le donne, dove sono impossibilitate dalla legge a interrompere la gravidanza, ricorrano a strumenti potenzialmente mortali. In alcuni Stati dove non hanno altre possibilità, alcune donne, in preda alla disperazione, finiscono addirittura per bere benzina per provocarsi l’aborto. In altri utilizzano mezzi di fortuna, come rami, ferri da calza o uncinetti, causandosi gravissime emorragie che spesso risultano mortali.

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