Millennials: i ragazzi che giocavano con lo schermo

di Elisa Torsiello –

Le abitudini e le visioni mutate dei giovani rispetto al cinema e TV

Si chiamano Greta, Marco, Marta, Elisabetta, Luca, ma potrebbero anche chiamarsi Giacomo, Francesco, Aurora, o Chiara. Sono ragazzi pieni di sogni tra i 12 e i 23 anni; gli occhi colmi di speranze, e la testa piena di non pochi timori circa gli anni che verranno. Studiano, lavorano, ogni tanto – dicono – vanno a ballare o passano la serata fuori con gli amici. Al cinema, confessano con lo sguardo verso il basso, ci vanno poco. Non per i soldi, ma perché “tra pochi mesi me lo guardo in tutta comodità a casa mia su Sky, o Netflix”.

Si nasconde tutto qua, in queste poche parole espresse a mezza voce, come una confessione di cui vergognarsi, il mutamento delle abitudini dei giovani nei confronti del cinema. Il loro non è un disdegno totale, tutt’altro; in quella scatola magica e buia, piena di poltrone e inondata da una luce emanante un sogno in cui tuffarsi, o una storia in cui immedesimarsi, ogni tanto capita di entrare. Ma non così spesso come una volta.

Greta, Marco, Marta, Elisabetta, Luca sono il risultato di generazioni cresciute con uno schermo davanti agli occhi. Non più la televisione dinnanzi a cui riunirsi in famiglia, o poco dopo i compiti; non più il cinema, meta agognata del sabato sera, di incontri tra amici, del primo amore, o spiraglio di un’indipendenza appena conquistata. Ora ci sono i computer, i tablet, gli iPad, gli smartphone a riempire le giornate dei ragazzi. Lo schermo non è più il contenitore di sogni o speranze, di vite invidiate, o trionfi aspirati; lo schermo per questi giovani è il simbolo del quotidiano, del reale; un pulsante da accendere per distanziarsi dalla noiosa ordinarietà generale.

A molti di questi ragazzi ho rivolto una domanda ben precisa: «cosa ti viene in mente se ti dicessi “Bim, Bum, Bam”, oppure “Solletico”?». Per i figli degli anni Ottanta e inizio Novanta questi due titoli portano con sé un lascito di attesa e commozione. Attesa perché era questo il sentimento che ci pervadeva quando a scuola guardavamo le lancette dell’orologio girare con estrema lentezza; sembrava che ci separava dalla merenda, o dai cartoni animati come Holly & Benji, o Sailor Moon, non passasse mai. Commozione perché “Bim Bum Bam” e “Solletico” non sono più per noi dei semplici programmi per ragazzi, bensì transfert emozionali di momenti sbiaditi e custoditi gelosamente nel baule dei ricordi. Gli adolescenti di oggi invece non sanno cosa Bim Bum Bam o Solletico siano. Sanno chi sono i Simpson, i Griffin, Violetta, o, addirittura, NCIS e Grey’s Anatomy. I cartoni li guardano ancora, certo, eppure quelli che ho davanti sono ragazzi figli della tecnologia e dell’avanzare del tempo, e per questo orfani di una stella da seguire quando, chiusi gli occhi, desiderano ritornare bambini. “Io sono già grande, non ho bisogno dei cartoni animati. Non mi sono mai piaciuti” afferma stoicamente uno dei ragazzi intervistati di 14 anni. Questa ansia di crescita, di emulare un’età che è ancora lontana, non si ritrova soltanto nel loro modo di vestirsi, ma anche nelle scelte di visione, sia al cinema che sul piccolo schermo.

La maggior parte dei ragazzi ama l’horror. Io per guardare dall’inizio alla fine un film di questo genere, cercando di non nasconde il viso tra le mani, ci ho messo vent’anni. A 13 anni, invece, molti di loro hanno già visto “L’Esorcista”, “A Quiet Place” (che ok, è più thriller che horror, ma a quell’età un po’ di paura dovrebbe comunque incutere) e non vedono l’ora di andare a vedere “The Nun”. Dietro tanto coraggio vi è sicuramente la voglia di dimostrarsi ancora una volta più grandi di quello che si è in realtà, o magari vi è solo la speranza di far colpo sulla ragazzina dei propri sogni; eppure, in un mondo costantemente dominato dalle immagini di una realtà sempre più cruenta, non mi sorprende che già a questa età i ragazzi abbiano mutato il loro atteggiamento nei confronti di questo genere. Sono ragazzi e ragazze, bambini e bambine che nascono con la TV già accesa in casa. Sono ragazzi ormai assuefatti dalla crudeltà umana raccontata sotto forma di notizie pubblicate sui quotidiani online, oppure condivise sui maggiori social network. Conoscono già così bene che forma assume l’istinto animalesco del genere umano nella realtà, che le storie narrate quello sul grande schermo non causano in loro alcun malessere o perturbamento interiore. Sono ragazzi che conoscono David Lynch e il suo “Twin Peaks”, Quentin Tarantino, o Stanley Kubrick, ma sono totalmente ignari dell’esistenza di un cartone come “Le Follie dell’imperatore”.

Ovviamente c’è chi come Marco, o Greta, all’ultimo Halloween preferisce Gli Incredibili 2; eppure è interessante constatare quanto una tale scelta li renda delle mosche bianche all’interno di un universo poco attratto dall’aspetto più infantile di noi stessi. L’adolescenza è un periodo difficile, si sa; è normale provare una sorta di disconoscimento del proprio fanciullo interiore. Ciononostante l’idea di andare al cinema per guardare un lungometraggio di animazione – che sia Dreamworks, Disney o Illumination Entertainment non ha importanza – viene percepito oggi come un’azione da compiere in famiglia, e poco consono alla scelta autonoma del singolo come parte di un gruppo di ragazzi tra i 14 e 23 anni. Un cambio di prospettiva e di gusti, questo, che il palinsesto televisivo aveva già previsto, quando ai cartoni animati si è preferito trasmettere (complice anche l’arrivo di canali tematici come Boomerang, o Cartoon Network) sit-com e reality show.

Negli occhi dei giovani, insomma, è più facile vedere riflesso la homepage di Instagram, o le serie di Netflix che lo schermo cinematografico. E se è un film il mondo in cui decidono di immergersi per un paio d’ore, quello scelto si rivelerà come il surrogato perfetto della realtà in cui si trovano a vivere. Drammi sentimentali capaci di farsi portavoce della prima cotta andata a male; action-movie come materiali ipertrofici e facilmente sostituibili all’universo immersivo dei videogiochi; coming-of-age in cui potersi facilmente immedesimare.  La realtà, nelle scelte cinematografiche dei giovani d’oggi, sembra pertanto avere la meglio sulla fantasia. Utilizzando come metro di paragone le opere di Damien Chazelle, si potrebbe dire che i sognatori danzanti di “La La Land” hanno lasciato spazio al sangue dell’ambizione e della realtà di “Whiplash”.

Nel 2018 il ruggito di Simba alla fine del “Re Leone” è ormai soppiantato dall’urlo di Marion Crane in “Psyco”. In tutto questo, ci tengo a dire, non c’è nulla di giusto o sbagliato. C’è solo un’inevitabile concetto di evoluzione. Sta a noi, come figli, sorelle, fratelli, genitori, decidere se lasciare camminare i giovani su questa via, o prenderli per mano e portarli alla scoperta di un tempo che è stato nostro, fatto di immaginazione e disegni animati fatti a mano. Tanto su Netflix i classici Disney sono disponibili, ed è un attimo che il fanciullino torni a risplendere in Michele, Marco, Luca, Elisabetta, Marta o Asia.

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