Un caffè con Luigi Mastrangelo

Un caffè con Luigi Mastrangelo

1 Novembre 2018 0 Di il cosmo

di Deborah Villarboito –

Prendere un caffè con uno dei propri miti è già di per sé un’emozione. Scoprire poi che è anche una bella persona, oltre che uno sportivo da mitologia, è un valore aggiunto. Lo salutano tutti a Cuneo con un semplice ‘Ciao Gigi’ e lui dall’alto dei suoi due metri abbondanti, risponde sempre sorridendo. Ho scoperto che Luigi Mastrangelo non è solo una leggenda vivente della pallavolo italiana con un palmarès da capogiro con 335 presenze in Nazionale, tre medaglie olimpiche (argento ad Atene 2004, bronzo a Sidney 2000 e Londra 2012), tre ori europei (Austria 1999, Germania 2003, Italia-Serbia-Montenegro 2005) e un argento (Austria-Repubblica Ceca 2011), due ori, due argenti e un bronzo in World League e un argento in Coppa del Mondo, tralasciando i titoli nazionali e altri minori. Ma è anche una persona disponibile per i suoi fans, un papà che adora i suoi due figli e un sognatore con dei progetti. Questi elementi mi hanno colpito e reso un semplice caffè, l’occasione di conoscere da vicino il mondo dolce-amaro del grande Volley, dove lui ha dominato. ‘Kalos kaì agathos’, bello e buono, dicevano i Greci. Il primo attributo lo direi evidente, visto che a 43 anni mantiene un fisico scultoreo da far invidia anche ai più giovani. Buono perchè non delude mai chiunque gli si rivolga. Può fuorviare il viso spesso da ‘cattivo’ del Mastro. Sotto rete e sul set (ha recitato in ‘Una vita spericolata’, uscito lo scorso giugno) gli viene bene la ‘faccia da duro’. Fuori dal campo, che sia quello pallavolistico piuttosto che quello di una telecamera, è il tipico gigante buono. Grato al suo sport, di cui non nasconde la nostalgia dello stare sotto rete, si è ritirato nel 2013 dopo aver esordito nel 1991. Tra i suoi progetti futuri l’apertura di un’ Academy dedicata a quello che è stato il suo ruolo, il centrale, e magari l’ingaggio, uno dei suoi sogni, in qualche film.

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Quando hai deciso di diventare un pallavolista?
Ho deciso di diventare un pallavolista all’età di 17 anni, perchè fino a quell’età ho giocato a calcio. Mi accorsi, però, che quello non era più lo sport adatto a me, vista l’altezza. Mi affacciai subito dopo a questo mondo grazie a un gruppo di ragazzi al mio paese, che praticavano pallavolo a bassissimi livelli, che mi chiesero di provare vista l’altezza. Iniziai e mi appassionai sempre di più. Furono molto bravi anche loro a rendermelo semplice, oltre al fatto che appassiona tantissimo e che divenne la mia vita per più di vent’anni. A 17 anni decisi che questo doveva essere il mio mondo.

L’altezza: dono e problemi…
La mia infanzia è stata un po’ difficile perchè sono nato e cresciuto in un paesino molto umile della provincia di Taranto, dove l’altezza agli inizi mi ha creato problemi, soprattutto a scuola e all’asilo, dove ero sempre il più alto in tutte le classi. Chi si avvicinava era sempre un pochino in difficoltà, in imbarazzo con questo ragazzone alto e diverso da tutti gli altri, insomma mi ha creato un pochino di problemi. Io crescevo in fretta e mia madre non riusciva a starmi dietro nel modificarmi pantaloni e grembiulini per la scuola, queste sono state alcune difficoltà, insieme a quella del letto, per cui mio padre ideò una modifica. Già a 16 anni ero alto quasi due metri.

Che cosa è stata per te la pallavolo in questi anni?
La pallavolo ha cambiato la mia vita. Come ho detto più volte, mi ha tolto un pochino dalla strada, dove giocavo a calcio, mi ha fatto frequentare luoghi diversi e mi ha anche portato via di casa presto, a 18 anni ero già a Milano. Mi sono trovato davanti ad una scelta di vita, e oggi posso dire che non avrei potuto farne una migliore. Contro la volontà, però, di mio padre che non voleva che io mi avventurassi in questa esperienza prima e professione poi. Per questo ho avuto un po’ di difficoltà anche con lui e per più di un anno non mi ha parlato. Voleva che diventassi un poliziotto nei suoi desideri, per me voleva il classico posto fisso. Arrivando i primi successi e stipendi, recuperai il rapporto con lui. Oggi è rimasto il mio primo tifoso, anche fuori dal campo.

Quanto è cambiata la pallavolo rispetto a quando hai iniziato?
La pallavolo è uno sport in cui emergi se sei il più forte. Stai in campo se meriti. Rispetto a qualche tempo fa è cambiato, perchè si è modificato il sistema negli anni. Ho avuto la fortuna di vivere e giocare tre generazioni: la prima, giovanissimo, con la fine della generazione di Zorzi, Lucchetta, la seconda la mia, con Cisolla, Papi, Vermiglio, e la terza, con l’inizio di quella attuale con Zaytsev. In questi anni ho visto che questo sport è rimasto sempre su livelli di attenzione altissima, perchè le manifestazioni belle passano in TV e le fanno vedere, quindi la gente è rimasta molto appassionata. Oggi, con i social, è più semplice vedere cose che magari non si è viste in TV. Una fortuna in più che ha chi pratica ora questo sport ad alto livello. È uno sport in cui emergi se hai delle qualità importanti e giochi se meriti. È stato bello ad esempio quest’anno vedere quanta attenzione ha avuto, con i due Mondiali. Ho avuto la fortuna di commentare sulla Rai le partite della maschile e i numeri in TV sono stati positivi. Passo importante per uno sport che ha tanti praticanti in Italia ma non ha la visibilità giornaliera che ha il calcio, non è bello sentire parlare di volley ogni tanto. Questi momenti fanno bene a questo sport.

Quale è la medaglia a cui sei più affezionato?
La più bella che ho è l’argento di Atene 2004. Resterà sempre la più importante, anche se arriva dopo una sconfitta, perchè hai perso una finale. Ti rode perchè hai perso, ma ti resta comunque una medaglia che è molto molto importante, se pensi che ci sono atleti nel mondo che lavorano solo per partecipare all’Olimpiade. Una medaglia olimpica ha un’importanza che le altre competizioni non hanno, neanche un Mondiale. Nella pallavolo l’Olimpiade è la più importante. Per me la Nazionale di quell’anno è stata la più forte in cui abbia mai giocato negli anni. Io sono legato quindi a quella medaglia. Nella finale contro il Brasile più forte di sempre ci inchinammo di fronte a questa squadra che sul campo ha dimostrato di essere la più forte. In quell’anno avevamo vinto tutte le partite e perdemmo solo la finale perchè il Brasile aveva qualcosa in più, più voglia di vincere. Quando dai il massimo, e da parte di tutti noi ci fu questo, nessuno a fine partita poteva dire avrei potuto fare di più. Quell’argento per noi divenne un oro bianco.

All’interno di uno sport di squadra, come si vive la situazione del singolo talento che emerge?
Negli anni in cui giocavo io, ero come Zaytsev adesso. La visibilità nelle mie squadre l’ho sempre avuta. Quando mi sono trovato ai miei tempi in un gruppo che non dava tanta importanza a chi emergeva di più e di meno, ma che aveva come obiettivo finale la vittoria, non venivano mai fuori problemi o invidie. Oggi emergono talenti come Paola Egonu, capace di attaccare più di 80 palloni in una sola partita, che possono fare comunque poco, perchè è un gioco di squadra e si vince e si perde insieme. Se nello spogliatoio vengono fuori delle invidie legate a chi è più visibile o più popolare, non si va da nessuna parte. Io quando ho vinto, emergevo sempre di più, anche rispetto ad un opposto che respingeva più di me. Io avevo un mio modo di stare in campo e di festeggiare che coinvolgeva i ragazzi che stavano con me e anche chi mi guardava nel palazzetto e da casa, come succede a Ivan Zaytsev anche adesso. È ovvio che le fai quando vinci, quando metti la palla a terra.

Ti sei ritirato dal campo come giocatore nel 2013. Non hai mai pensato di fare l’allenatore?
Sì, potevo scegliere se rimanere in questo mondo seguendo corsi per fare l’allenatore, etc. etc…oppure, visto che sono diventato anche un personaggio televisivo di fruttare quel momento lì, come sto facendo ancora adesso. Ad allenare secondo me c’è sempre tempo. Quello che io sto pensando di fare, e probabilmente inizierò da gennaio, è di lanciare una mia accademia, dove si terranno dei veri e propri corsi di specializzazione nel ruolo del centrale. Da me non verranno ragazzi che vogliono iniziare a giocare, ma centrali che lo fanno già nelle loro squadre e passeranno tempo con me a perfezionarsi. L’idea di allenare non l’ho accantonata.

Atleta sì, ma con una passione per il mondo dello spettacolo…
Il mio sogno è di fare proprio una parte da cattivo in Gomorra o in uno di quei film, ma perchè mi hanno detto che ho anche la faccia da cattivo! Ma non sono cattivo, sono molto buono. Dal campo è iniziata l’idea di fare l’attore, da questo mio modo di stare in campo, che ad altri ha fatto pensare che io potessi ricoprire quel ruolo lì. Mi affascina tanto il mondo dello spettacolo. I vari programmi ti danno visibilità, ti fanno mantenere il nome sempre vivo. Quello dell’attore è un sogno che nasce da quando si è piccoli. Il massimo sarebbe fare il super eroe e se già sei un esempio per quanto riguarda lo sport, figuriamoci a rivestire un ruolo del genere. Io non lo so ancor se ho delle qualità per fare l’attore, ho fatto piccole cose. Mi hanno dato una parte e ho cercato di farla nel migliore dei modi possibile. A detta dei registi mi sono comportato bene. Recitare è una cosa bella e mi sto accorgendo che mi piace.

Quanto è difficile vivere solo di pallavolo in Italia?
Rispetto ai miei tempi io mi reputo molto fortunato, c’erano anche più soldi in questo sport. Ho avuto la fortuna di giocare sempre in club in cui c’erano tanti soldi e ho potuto vivere di quello. Oggi se non sei Zaytsev o Juantorena non puoi farlo più, perchè sono in pochi a guadagnare tanto. Rispetto ad altri sport, molto, molto, molto, ricchi come il calcio, nella pallavolo dei essere fortunato e devi diventare il numero uno, tra i più forti in Italia e nel mondo. Negli anni è stato uno sport che si è impoverito sempre di più. Ha perso visibilità rispetto una volta, ha perso anche a livello economico tanto ed essere un pallavolista, se non sei uno di quelli citati prima, non ti farà vivere di rendita.

Dopo questa descrizione, quale è il tuo consiglio ai giovani pallavolisti di oggi?
Ad un ragazzo, un giovane che si vuole avvicinare a questo sport, il primo consiglio che do è quello di non praticare uno sport con il solo pensiero di guadagnare dei soldi, perchè non l’ho fatto io ai miei tempi e mi sento di dire la stessa cosa ad un ragazzo giovane adesso. Io ho iniziato perchè volevo provare perchè era uno sport adatto alla mia altezza. Non nascondo che se ci fosse stato basket al mio paese lo avrei provato, perchè ai tempi mi piaceva di più della pallavolo. Volevo divertirmi intanto, poi in tutto quello che facevo, essendo uno sport che ti appassiona, ci ho messo tutto il cuore. Non si deve pensare subito ai soldi, perchè è una cosa che arriverà dopo. Ci si deve metter subito tanta passione e tanto cuore e se c’è del talento e delle qualità quelle vengono fuori.