Ian McEwan e la trasposizione cinematografica

di Elisa Torsiello –

“The Children Act – Il Verdetto” e il perché è così difficile adattare i romanzi dell’autore inglese

Ardua è l’impresa di coloro che con coraggio decidono di trasporre sul grande schermo i romanzi di Ian McEwan. Non un semplice narratore, ma uno dei grandi esponenti della letteratura post-moderna inglese, McEwan ha creato sin dal 1975 (data del suo esordio letterario con la raccolta “Primo amore, ultimi riti”) un micro-universo fatto di piani temporali che si intrecciano in una matassa non sempre facile da districare; ricordi, flashback che danzano insieme a un presente ora felice, ora bagnato di lacrime.

Non un valzer, ma un fandango indiavolato che i registi finiscono spesso per ridare in una traduzione filmica fallace e poco d’impatto. Joe Wright con Espiazione al momento è forse l’unico insieme a Dominic Cooke (regista di Chesil Beach) ad aver saputo ricreare le atmosfere e gli umori che riempiono le pagine dell’autore inglese. I personaggi ingabbiati nelle loro convinzioni e incapaci di allontanarsi da quel ruolo a loro affidato da chissà qual destino sul grande schermo sono solo copie sbiadite di quelle immaginate su carta. E poi ci sono loro, i ragazzi. Lo specchio delle speranze future, riflettente i giovani cittadini del domani, tra le mani di McEwan si rompe. Briony, Florence Ponting, i fratelli Jack e Julie sono dei predestinati; dei burattinai pronti a manipolare i destini altrui con la potenza della loro fantasia (Espiazione), dei loro talenti o pseudo tali (Miele), delle loro speranze (Chesil Beach), dei loro sogni o incubi (Giardino di Cemento). Ma dove sono questi ragazzi dall’aura distruttrice e accecante? Essi risultano quasi impercettibili nella loro duplicazione cinematografica. I loro caratteri vengono edulcorati  ridotti spesso nella loro portata drammatica – se non tragica – in nome di un ordinario coming of age.

Adam Henry, protagonista dell’omonimo romanzo del 2014 (“La ballata di Adam Henry”, edizione Einaudi) non è solo un bravo studente e un talento della musica. Ad adornargli il capo non vi è alcuna corona di alloro, ma un cuscino pronto a sorreggergli la testa. Adam Henry non è solo un giovane sognatore perché è un bravo fedele, e in nome del suo credo è pronto a sacrificarsi rifiutando la trasfusione che gli salverebbe la vita. Già perché Adam Henry, pallido, sudato, sdraiato su un letto d’ospedale è malato di leucemia, ma è anche un Testimone di Geova, nonché nuovo caso della solida e fredda giudice Fiona Maye.

Pagina dopo pagina, l’idea che La ballata di Adam Henry costituisca un perfetto punto di partenza per un ulteriore adattamento cinematografico si concretizza sempre più. Eppure basta poco che eccola lì, la paura che un qualche ingrippo finisca per ostacolare il processo di passaggio dal codice narrativo a quello visivo, ripresentarsi in tutta la sua potenza. E non perché “il libro è meglio del film”, ma perché quelli creati da McEwan sono labirinti della mente, in cui l’immaginazione prova piacere a perdersi e che, come affermato anche all’inizio, non sempre sono facili da adattare per il cinema. Richard Eyre con il suo Il Verdetto di ingrippi ne ha trovati tanti. Il risultato che ne deriva è un film dal sapore quasi televisivo; un prodotto destinato alla BBC piuttosto che al grande schermo. Un’opera che, pur avvalendosi di una performance ineccepibile come quella offerta da Emma Thompson, non riesce ancora una volta a ridare la potenza e il pathos nascosti dietro una battaglia etica come quella intrapresa da Fiona Maye. Donna di giustizia, costantemente in bilico sul filo di cosa è giusto e cosa no, Fiona come una Parca del XXI secolo ha dinnanzi a sé l’onere di scegliere se recidere o meno con le proprie sentenze il filo della vita dei giovani oggetti delle proprie cause. Così brava a rimettere in piedi le vite degli altri, ma così incapace di tenere in vita il proprio matrimonio, Fiona vede le proprie sicurezze cadere una volta che i propri occhi incontrano quelli di Adam. L’etica, la giustizia, si mescolano alla sensibilità di una maternità mancata. Può la fede superare il potere della legge? Può un valore religioso avere la meglio sul destino di un ragazzo facilmente curabile con la medicina? Sono questi i quesiti che McEwan pone nel proprio romanzo e che il film, sebbene a fatica e in maniera fin troppo celere e a volte superficiale, tenta di riproporre. Eyre poteva scegliere di discostarsi dal testo d’origine e seguire Adam nel corso della sua nuova vita da adolescente un po’ ribelle e con il sangue di un altro scorrergli nelle vene, ma così non è stato. Anche grazie alla sceneggiatura curata dallo stesso McEwan, il regista ha seguito i passaggi fondamentali lasciati nel romanzo, concentrandosi su Fiona, e limitando Adam al mero ruolo di voce della coscienza della donna; una proiezione delle debolezze dell’integerrimo giudice e dei costanti dubbi circa la legittimità o meno delle proprie scelte.

Ciononostante la regia, complice anche una fotografia perennemente illuminata e accecante, manca di pathos. Dov’è il colpo al cuore che ogni pagina di McEwan sferra al proprio lettore? Certo, gli occhi profondi e riflettenti un animo emotivamente complesso come quello del personaggio di Emma Thompson, scacciano via con la potenza di un sospiro le nubi di anonimato e ordinarietà che avrebbero altrimenti ammantato l’intera opera. Eppure basta analizzare proprio la fotografia limpida e in assoluta opposizione al tema trattato per constatare quanto difficile sia adattare un romanzo di Ian McEwan. È una fotografia in disaccordo con le pagine dell’autore inglese, così piene di luci e ombre. L’inchiostro lì lasciato non ispira lucentezza; le tonalità che escono dalla pagina e inondano la nostra fantasia sono desaturate, quasi cineree. La polvere da sparo di “Espiazione” e il cemento di “Giardino di cemento” lasciano le proprie tracce sulla carta, proprio come fanno le lacrime finali di Fiona o di Adam. Sullo schermo vediamo invece solo luce, quasi come se si volesse accecare lo spettatore, distraendolo dalle lacune realizzative di un film che è riuscito solo a metà a colpire e fare riflettere su un caso come quello di Adam. Nessuna lacrima davanti allo schermo verrà versata. Nessun pensiero pesante come un macigno ci schiaccerà lo stomaco. E ancora una volta, per riprovare queste sensazioni, non dovremo fare altro che aprire le pagine di Ian McEwan.

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