La Conferenza di Palermo sulla Libia: passerella internazionale o incontro decisivo?

La Conferenza di Palermo sulla Libia: passerella internazionale o incontro decisivo?

8 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Martina Cera

La Conferenza internazionale di Palermo del 12 e 13 novembre sulla stabilizzazione della Libia è alle porte.

È dalle cosiddette Primavere Arabe, con la caduta di Mu’ammar Gheddafi, che si cerca di portare stabilità nel Paese nordafricano. I molteplici interessi in gioco, il proliferare delle milizie e la scia di sangue lasciata dagli scontri armati e dagli attentati degli ultimi sette anni, nonché la mancanza di una visione comune tra le potenze in gioco, hanno reso il sentiero che porta alla Conferenza di Palermo estremamente tortuoso.

La partita che si giocherà nel capoluogo siciliano è piuttosto complessa, ma se non altro vede per la prima volta coinvolte quasi tutte le forze presenti sul campo libico. Assicurata fin dall’inizio la presenza del Presidente del Consiglio del Governo di Accordo nazionale della Libia, Fayez al-Sarraj, confermata solo pochi giorni fa quella del rivale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica.

Entrambi portano, al tavolo dei negoziati, il sostegno degli alleati: Nazioni Unite e Italia, che si propone come Paese-guida nella complicata situazione libica, per il premier al-Serraj. Francia, Emirati Arabi, Egitto e Russia per il generale Haftar.

Hanno inoltre garantito la loro partecipazione alla conferenza la cancelliera tedesca Angela Merkel, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, delegazioni diplomatiche da parte di Gran Bretagna, Francia e Spagna, i vertici dell’Unione Africana e il presidente egiziano al-Sisi nonché il rappresentante speciale ONU per il Paese del Nord Africa Ghassan Salamé, chiamato a presentare alle Nazioni Unite un nuovo “Piano per la Libia” pochi giorni prima della conferenza. Tra i punti principali del piano le elezioni da tenersi nel 2019, e non ai primi di dicembre come auspicato dalla Francia, la messa in sicurezza e il rilancio economico del Paese.

Si tratta di un’agenda piuttosto ambiziosa considerata l’entità degli scontri che lo scorso settembre hanno fatto temere che il generale Haftar fosse sul punto di marciare su Tripoli. A patirne le conseguenze sono stati, come sempre, i civili: 66 i morti, 187 feriti e 12 dispersi, mentre almeno 1.825 famiglie sfollate solo nei primi nove giorni di combattimenti.

Per capire il caos libico è necessario immaginare il Paese come una matrioska di cui il Governo di Accordo nazionale è solo la parte più esterna. A comporne il cuore sono una galassia di milizie, la maggior parte pagata dallo stesso Governo per garantirsi sicurezza e consenso. Non bisogna dimenticare, inoltre, che a stringere accordi con i miliziani sono stati gli stessi Paesi Occidentali nel momento in cui hanno scelto al-Sarraj per guidare il Paese nella transizione post-Gheddafi, come evidenziato nell’indagine “Capitals of militas” di Wolfram Lacher e Alaa al-Idrissi.

All’attuale Governo di Accordo nazionale l’Italia non ha mai smesso di rinnovare il suo appoggio, con dichiarazioni che andavano a cozzare con l’opinione degli osservatori internazionali e in particolare con quella di chi, nel corso degli anni, non ha mai smesso di documentare le continue violazioni dei diritti umani nel Paese. Oltre a proteggere i suoi interessi economici, che riguardano soprattutto la presenza di ENI a Tripoli, l’Italia utilizza la Libia come argine nei confronti di quanti provano ad attraversare la rotta del Mediterraneo Centrale per migrare in Europa. L’esternalizzazione della frontiera italiana affonda le sue radici nei trattati post-coloniali tra Italia e Libia e nel rapporto tra Silvio Berlusconi e Mu’ammar Gheddafi. Questi i presupposti che hanno portato alla stesura del “Memorandum d’intesa per il contrasto all’immigrazione illegale” nel 2017. In pratica l’accordo, contestato dai giuristi di entrambe le sponde del Mediterraneo, che estende la validità del primo “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” del 2008 e che prevede che Roma finanzi infrastrutture per il contrasto dell’immigrazione irregolare, formi il personale e fornisca assistenza tecnica alla guardia costiera e alla guardia di frontiera libica. Guardia costiera e di frontiera che sono parte, come accertato da numerose inchieste delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, di quel complesso sistema di milizie che tengono in scacco Tripoli.

Ad intrappolare il futuro della Libia e quindi le speranze di chi spera nella pacificazione della sponda sud del Mediterraneo sono, oltre alla complessa situazione sul territorio, gli interessi opposti di Francia e Italia.

Solo superandoli si potrà evitare il pericolo più grande della Conferenza di Pace di Palermo: la sua trasformazione in una passerella internazionale e, di conseguenza, la certezza che i prossimi anni in Libia saranno caotici come e più di quelli passati.