Luca Campeotto e la seconda vita con l’atletica

di Deborah Villarboito –

La vita è imprevedibile. Un attimo prima sei un bambino di tre anni che sta aiutando il padre nei campi e quello dopo sei trasportato d’urgenza via ed entrambe le gambe ti vengono amputate sotto il ginocchio. È successo a Luca Campeotto, oggi trentenne che abita vicino a Udine. Impiegato in una fabbrica, la vita lo ha di nuovo sorpreso, ma in positivo, facendogli conoscere la passione per la corsa nell’atletica. Durante un ciclo di riabilitazione, qualche anno fa, chi lo seguiva ha notato del potenziale e da lì è incominciato tutto. Lo sport come sfogo, motivazione e stimolo per ragazzo pieno di vita, che con il padre perfeziona le protesi che usa nel quotidiano, in palestra e piscina, per allenare completamente il suo fisico e tenere la mente attiva con tutti gli obiettivi.

Quando hai scoperto la passione per la corsa?
Io ho avuto l’incidente nel 1992 e ho fatto tutta la profilassi che andava fatta tra Bologna e Brescia. Poi ho fatto riabilitazione con fisioterapia e nuoto. Già da lì avevano visto che ero bravo come atleta. Ho fatto un bel po’ di anni di nuoto, ma le gare erano tutte fuori regione e spostarsi aveva un costo e gli spostamenti erano difficili. Poi ho mollato alle Superiori l’attività agonistica. Grazie ad un collega di lavoro, che mi ha fatto conoscere l’ortopedico Sergio Tirelli di Udine, ho ricominciato a rimettermi in forma, perchè ero una palla di lardo in quegli anni. Ho ricominciato a fare fisioterapia e ad andare in palestra. Hanno visto che potevo fare qualcosa e mi hanno convocato al raduno pre Londra 2012.

Quali sono le gare a cui sei più affezionato?
Nonostante l’anno travagliato, il risultato migliore è stato il quarto posto all’Europeo di Berlino di quest’anno. La prima gara che mi ha emozionato tantissimo, invece, è stata quella di due anni fa a Parigi, durante una trasferta della Nazionale italiana.

Che cosa ti sta dando il tuo sport?
L’ho preso come una piccola valvola di sfogo. Certo è impegnativo, però è anche un momento per stare all’aria aperta. Io lavoro sei ore in ufficio, quindi è così che rilasso il corpo e la mente, anche se molte volte vai oltre alle possibilità del tuo fisico. Però è bello stare fuori, correre ed allenarsi. Mi dà soddisfazione, perchè ogni volta cerco di superare dei limiti che mi si impongono, come fare balzi sui gradoni, che lo scorso anno mi erano impossibili e che invece questo riesco. L’atletica mi sta dando la possibilità di superare i miei limiti. Invece quello che voglio tramettere agli altri è regalare un sorriso, una speranza alla gente, che è meglio di vincere 10.000 medaglie.

Che cosa ti ricordi del tuo incidente?
Io mi ricordo tutto dell’incidente. Era aprile 1992, faceva caldo. Mi ricordo che con mio papà dovevamo preparare il letto di semina nel campo . Ogni volta, visto che lavorava via come camionista, coglievo l’occasione di stare con lui, mentre faceva qualche lavoro, o subito dietro il suo trattore. Sfortuna vuole che io quel giorno sia caduto tra la fresa e il trattore e abbia perso le gambe. Mi hanno portato a Trieste, poi all’aeroporto per andare a Brescia…

Quali sono state le difficoltà crescendo?
Alle elementari, soprattutto nei piccoli paesi, ci conoscevamo tutti. Non mi hanno fatto pesare molto la mia disabilità, infatti mi invitavano a giocare a pallone, o a pallavolo o a fare un giro in bicicletta. Quello che mi ha dato più fastidio sono stare le medie. La cattiveria delle persone la vedi in quegli anni lì. Le superiori sono state belle ed impegnative. I ragazzi, sapendo chi ero e cosa facevo, mi davano sempre una mano. Sono stati gli anni migliori.

Hai altri interessi oltre l’atletica?
Qui in Friuli abbiamo tutto dal mare alla montagna. D’estate è il mare, dove nuoto, ho provato la canoa, mentre in questo periodo la montagna dove i miei hanno una casa.

Quali sono i tuoi progetti sportivi ma non solo?
Dal punto di vista sportivo bella domanda, sarebbe Tokyo 2020, ma ci sono ancora moltissimi giorni. Quindi iniziamo bene la stagione 2019. Quest’anno punto a fare bene la gara di giugno di Parigi: è bellissima, ci ho fatto il viaggio di nozze durante le competizioni ed è una città veramente stupenda, sia per i disabili, sia come arte e tutto il resto. Quello è uno dei miei obiettivi. Dal punto di vista personale, mi sono sposato da più di un anno, ho comprato casa, e per ora sono a posto così.

Che cosa ti ha dato lo sport finora?
Mi ha aiutato a superare i limiti e i concetti che certa gente si impone con la testa. Una volta dicevo, ‘basta, non ce la faccio’. I primi anni che andavo al lavoro mi facevano male le gambe e quando arrivavo a casa toglievo le protesi e stavo tranquillo. Così facendo sono aumentato di brutto di peso. L’atletica, lo sport, mi ha aiutato e cambiato la mia vita in meglio.

La Nazionale…
La Nazionale ti aiuta e tu sei un investimento per loro. Due protesi da corsa costano sui 20.000 euro e non possono spenderli per tutti. Quindi devono valutare e se tu porti il risultato sono disposti a investire su di te anche per le tresferte.

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