Sul filo di lama con Arianna Fontana

di Deborah Villarboito –

Ci sono poche campionesse come Arianna Fontana. Viso pulito, occhi come il ghiaccio che ama, ma mai fredda, anzi simpatica e piena di vita. La conoscono tutti come la velocissima pattinatrice di short track vincitrice di un oro, due argenti e di cinque bronzi olimpici a Sochi 2014 e Pyeongchang 2018, della Coppa del Mondo di short track 2012, senza dimenticare i sette titoli europei, i bronzi ai Mondiali di Sheffield 2011e Shanghai 2012 nella classifica generale e il mondiale di Mosca 2015, dove ha vinto l’oro sui 1500, il bronzo sui 500 e i 1000 e in staffetta. E tutto questo entro i 28 anni, una vita sul fil di lama insomma. In un momento di vacanza, ci ha raccontato un po’ di sé e dei suoi progetti per il futuro.

Quando hai scoperto la tua passione per lo short track?
Tutto è iniziato più per gioco, seguendo le orme di mio fratello Alessandro. Col tempo poi è nata la passione per questo sport. Ho sempre adorato la velocità fin da piccola e questo sembrava fatto apposta per me!

Quale è l’aspetto del tuo sport che ti appassiona di più?
All’inizio mi ha attirata la velocità, col tempo, poi, ho apprezzato tutti i particolari, la tattica, i sorpassi, i contatti, le parti più tecniche che riguardano le lame. Con gli anni ho iniziato ad analizzare tutti gli aspetti di questa disciplina per correggere il minimo errore e cercare di migliorare sotto tutti gli aspetti.

Che cosa sono per te le medaglie olimpiche che hai vinto?
Tutto le medaglie rappresentano il lavoro fatto, i sacrifici e tutte le gocce di sudore versate. Come nella vita, nulla ti viene regalato e devi lavorare sodo per ottenere quello che desideri. Io desideravo quelle medaglie, sono tutte speciali, ma l’oro e il bronzo di Pyeongchang hanno un valore ancora più speciale per me perché rappresentano tutto il lavoro fatto con Anthony (Lobello), ed è grazie a lui e a chi ha creduto in noi che sono riuscita a vincerle.

Pyeongchang 2018: l’oro e la portabandiera. Raccontami di questa Olimpiade.
Sono partita molto serena per questa Olimpiade, sapevo che il lavoro fatto nei mesi precedenti mi aveva fatta arrivare nelle migliori condizioni possibili. La parte dura era stata fatta, ora arrivava il divertimento, le gare! Ho tantissimi ricordi belli, il fatto che fossi la portabandiera ha reso tutto ancora più unico perché era un sogno che avevo fin da piccola. Poi le medaglie, a volte faccio fatica a crederci, non perché non confidavo nelle mie capacità ma perché lo short track è uno sport davvero imprevedibile e chi ha seguito le gare sa di che parlo. Fare uguale o meglio di Sochi 2014 era difficile ma ci sono riuscita. È stato tutto perfetto!

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ci sono tante cose che vorrei fare, vorrei avere un clone così da fare tutto quello che desidero! C’è una parte di me che non ha ancora finito con il pattinaggio. Ho scoperto di avere un altra “marcia” a 28 anni, e sembrerebbe proprio che ci sia ancora qualcos’altro in me. L’altra per ora si sta godendo questo periodo off dal ghiaccio nella calda Florida con famiglia e amici. Guardando qualche anno in là, se dovessimo riportare le Olimpiadi in Italia mi piacerebbe viverle in prima persona non come atleta ma con un altro ruolo!

La situazione dello short track in Italia: difficoltà, cose da cambiare e quelle positive.
In Italia i numeri di pattinatori sono sempre stati pochi, ma ci sono giovani che hanno talento. Bisogna avere le persone giuste sia in squadra che fuori, che abbiano passione e che vogliano il meglio per gli atleti. Senza questi ultimi non esisterebbe questa disciplina, siamo pochi ma buoni, e si può far sempre qualcosa per migliorare!

Si va veloce, si cade e si trae vantaggio dagli errori delle altre: come si diventa campioni?
Col tempo si imparano i trucchi del mestiere. Una volta in squadra, non ho vinto fin da subito. Ero una ragazzina che voleva solo andare veloce, solo col passare delle stagioni ho imparato dai miei errori, dalle mie avversarie, e ad essere pronta ad ogni situazione che mi si proponga davanti. Un campione si conosce, è consapevole delle proprie capacità e non sottovaluta nessuno. Tutto questo richiede tempo, non si nasce campioni, lo si diventa.

Come vedi la candidatura italiana di Milano-Cortina per le Olimpiadi Invernali 2026?
Spero davvero che si riportino le Olimpiadi in Italia. Avendole vissute in prima persona so cosa vuol dire gareggiare di fronte ad un pubblico che al 90% è lì a fare il tifo per te, ti dà una carica di energia e adrenalina pazzesca, un fattore che può fare davvero la differenza tra vincere una medaglia o no! E poi credo che gli Italiani abbiano bisogno di questo evento, lo sport avvicina tutti e credo che aiuterebbe a far crescere in loro l’orgoglio di essere italiani.

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