Annamaria Spina: “Il possesso in una coppia non è amore, bisogna educare alle relazioni”

di Deborah Villarboito –

Annamaria Spina è un’attrice catanese. Una bella donna di cui colpiscono soprattutto gli occhi, decisi e caparbi, ma velati da ferite assopite, mai del tutto guarite. Partendo dalla sua arte, si impegna a sensibilizzare chiunque, soprattutto le nuove generazioni, su un tema sempre attuale: la violenza di genere. Quando aveva 20 anni è sopravvissuta alla furia del ragazzo che frequentava, che una notte ha cercato di ucciderla a suon di botte, perché lei voleva chiudere la loro relazione.

«La mia è una storia come tante altre, ma successa tempo fa. Può venire da chiedere perché dopo tanti anni, solo negli ultimi ho deciso di parlarne di più. Perché una donna che ha subito una forma di violenza, qualunque essa sia, viene colpita nell’interiorità più profonda. Quindi anche se le ferite con il tempo si risanano, quelle profonde non guariranno mai. – Racconta Annamaria – Quello che ha aiutato me su tutto è stata la Fede. Un’altra cosa che mi ha risollevato è stato l’esempio che avevo a casa: nello stesso periodo della mia aggressione mio padre, con cui avevo un rapporto meraviglioso, cominciò ad ammalarsi di Sla. Vedere come affrontava giorno dopo giorno negli anni la sua malattia che lo paralizzava pian piano, rispetto alla persona dinamica che era, il suo coraggio  furono per me un esempio. Questo mi ha dato la forza di uscire dal mio trauma, parlandone con tutti. Ci si tende a chiudere quando si vive una sofferenza così profonda: vivere la paura, è questo che accomuna ogni forma di violenza».

Annamaria è diventata testimonial per sensibilizzare su questo argomento:«Il fatto di parlarne solo il 25 novembre o nell’imminenza, non va, è una delle cose che dovrebbero cambiare per parlare veramente di prevenzione, perché altrimenti non succede mai nulla e saranno sempre infinite le vittime – continua – Dopo questa mia esperienza sono diventata una testimonial, quando vado nelle scuole e nelle associazioni ad esortare a denunciare, alla fine mi chiedo: denunciare per che cosa? Lo facciamo perché si deve fare, altrimenti lo stalker ci perseguiterebbe sempre, è una forma di reazione nostra per non chiuderci, però è un pericolo, perché solitamente questi carnefici conoscono la legge, sanno cosa possono fare e fino a dove possono arrivare. Allora si limitano allo stalking e a perseguitarti, pena solo un ammonimento». Da qui sono molte le cose da cambiare: «Innanzitutto dovrebbe intervenire lo Stato, non per niente si chiamano “delitti di Stato”, perché è vero che quando tu denunci non succede niente, ma quando vai in caserma, ti dicono che hanno le mani legate.

Loro non hanno torto, devono seguire e applicare le leggi. È lo Stato che non va, sono le leggi che devono essere cambiate e riviste, non ci deve essere una burocrazia lenta in questi casi, deve esistere il tempismo. Gli omicidi sono giornalieri ed è una piaga che si sta espandendo sempre di più, perché le leggi devono essere più severe e sicure, provenendo dallo Stato ovviamente». Assume un ruolo fondamentale l’educazione famigliare: «Bisogna fare veramente prevenzione nelle scuole, perché ormai gli uomini di oggi sono uomini fatti, non esiste la riabilitazione o il recupero del carnefice, questo non esiste. È un problema culturale legato alla famiglia. Le prime responsabili sono le madri, per come hanno cresciuto questi figli che poi diventano dei carnefici con il principio della possessione: una madre insegna al figlio di sposarsi, di avere una famiglia e quello è per sempre. Questo è sbagliato, perché siamo esseri umani e dobbiamo insegnare ai nostri figli ad essere autentici, a vivere i rapporti in verità, ma avendo la consapevolezza che essendo appunto umani, siamo soggetti a mutamenti, a cambiamenti. Quindi un rapporto di coppia in questo caso, nel tempo può anche finire e bisogna accettarlo come un evento naturale».

Dopo la famiglia, la scuola e le società sportive devono essere il luogo dell’educazione: «Si comunica attraverso l’arte perché ti dà la possibilità della visibilità, di parlare, di fare rete, ma non una volta l’anno, bisogna parlarne sempre. Deve essere una materia obbligatoria nelle scuole, a cui devono assistere anche i genitori. Bisogna sensibilizzare anche le associazioni sportive, perché prima della tecnica di gioco, insegnino il comportamento corretto. Bisogna instaurare un rapporto diretto con i ragazzi». Annamaria Spina è sempre disponibile a condividere la sua esperienza e ad ascoltare, contattandola su annamariaspina90@yahoo.it.

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