L’aldilà nell’universo Marvel ha le porte girevoli: in ricordo di Stan Lee

di Elisa Torsiello –

Pensieri in 16:9. Il papà dei supereroi Marvel ci ha lasciato a 95 anni

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E di poteri Stan Lee (pseudonimo di Stanley Martin Lieber) ne aveva tanti. Macchina rodatissima dell’immaginazione e catena di montaggio mentale abile nel marketing e nella promozione, Stan Lee a 95 anni lascia un vuoto incolmabile. Le responsabilità dei suoi poteri, però, le ha sempre volute lasciare a noi “comuni mortali”. Ci ha lasciato la responsabilità di credere, sognare, immaginare, sopravvivere. Quando la sua mano, e quella di Jack Kirby e Steve Ditko, volava sulla carta dando vita a Spider-man, Hulk, i Fantastici Quattro, non solo stava modellando personaggi destinati a lasciare la propria impronta nella memoria collettiva, ma stava creando un sistema di idee, valori e qualità nel quale il lettore poteva identificarsi. Per Peter Parker è stato il morso di un ragno, per Bruce Banner un incidente nel corso di un esperimento atomico, per Reed Richards, Ben Grimm, Johnny e Susan Storm l’esposizione a raggi cosmici, ma per i lettori l’acquisizione di un nuovo potere è avvenuto sfogliando le pagine di quei fumetti targati Marvel. Vignetta dopo vignetta, pagina dopo pagina, l’occhio dapprima incuriosito corre spedito a leggere queste avventure fantastiche, mentre la mente elabora un processo identificativo capace di porre sullo stesso piano i dolori e le gioie dei supereroi con quelli dell’uomo comune. Non serve essere belli, potenti, forti per essere dei supereroi; tutti lo siamo già; eroi della vita quotidiana, pronti a scrivere il fumetto della nostra vita con tanti, piccoli gesti.

Se Stan Lee ha saputo crearsi un impero non solo finanziario, ma anche e soprattutto affettivo, è perché ha reso i propri protagonisti umani. I loro sguardi, impressi per sempre su un pezzo di carta, diventano per magia riflessi di sentimenti non sempre riscontrabili e facilmente comunicabili. Paura, rabbia, gelosia, ambizione, tutti mattoncini formanti un castello interiore che si erge in noi, ma perpetuamente tenuto nascosto agli occhi degli altri. È un castello ombroso, nero come Venom e pesante da sopportare come il Mjolnir, ma che Spider-man, Hulk, Iron-Man, Captain America (ancor più di quanto fatto dalle loro nemesi) hanno reso visibile e raffrontabile. Loro, i supereroi che volano, scompaiono, si arrampicano sui muri, si tele-trasportano e leggono nelle menti, così imbattibili sulla carta, diventano ora così imperfetti – e per questo così umani. Nella nostra mente la proiezione ammantata di impeccabilità che li avvolgeva, ora si sgualcia, riducendo al minimo la distanza tra loro e noi. Non è un caso se molti di questi eroi portano con orgoglio quel sostantivo “man” nel soprannome con il quale vengono identificati e idolatrati dalla folla. Non sono divinità (e se lo sono perdono ben presto – un po’ come Thor –  la loro unicità divina) ma uomini ordinari, con i propri difetti e paure, che entrano nel sistema di creazione dei propri lettori e se ne impossessano, ergendosi a modelli da seguire, o apprezzare.

Un mondo, quello dei fumetti Marvel, che ancor prima del cinema, ha saputo sfruttare la mobilità intrinseca dei suoi personaggi sulla carta. Un ossimoro che solo lo schermo filmico ha saputo poi correggere ed edulcorare, esaltando ai massimi livelli quella forza empatica e immaginifica che univa come un collante magico ogni singola avventura concepita dal mondo Marvel. Un mondo, quello del cinema, che Stan Lee ha fortemente voluto unire a quello fumettistico, tanto da comparire in ogni singola trasposizione dei suoi fumetti. Un abbraccio caloroso, di successo, capace di riempire i cinema del mondo e gli eventi in costume, ora affollato da tanti piccoli Spider-man, Hulk, X-Men pronti a sentirsi, anche solo per un giorno, supereroi. Il tutto mentre noi, spettatori famelici e bulimici di immagini in movimento, seduti sulla nostra poltrona nel buio della sala, cerchiamo divertiti tra le folle in campo, o negli equipaggi di qualche navicella galattica, il caro e vecchio Stan Lee. Già, perché ritrovare Stan sullo schermo, in uno dei suoi memorabili camei, è come sinonimo di qualità. La sua presenza ci rifranca e rassicura circa il prodotto che vediamo. I suoi occhi nascosti da grandi occhiali, e il labbro superiore coperto dai baffi bianchi, rivelano implicitamente un controllo preventivo circa il film che andiamo a vedere. C’è Stan Lee? Allora il cinecomic è ben fatto.

Poco importa se non sempre la promessa e le alte aspettative non sono state mantenute, e la promessa di qualità è venuta meno. “Io penso che una persona può fare la differenza“ affermava l’uomo in Spider-man. E Stan Lee la differenza l’ha fatta veramente. Lo dimostrano i link, gli articoli come questo, le foto, i video che inondano e tempestano le bacheche e le home di ogni singolo social network. Facebook, Twitter, Instagram, Pinterest, Tumblr, non vi è finestra social da cui fa capolino il volto di Stan Lee, in uno dei suoi ultimi, grandi camei: quello del ricordo personale lasciato da ognuno di noi sotto forma di codice informatico. Perché alla fine la morte di Stan Lee ci ha colpito tutti. Era lo zio lontano, quello che ti racconta le fiabe prima di andare a dormire, o ti sprona a uscire con gli amici e passare una serata al cinema, o alla TV in compagnia di supereroi e città distrutte da temibili nemici. Era lo zio che ti faceva sognare, immaginare e fantasticare su come e quando avresti ottenuto i tuoi superpoteri. Era lo zio che, poco dopo – e senza tanta retorica – ti insegnava come in realtà i veri poteri si nascondono dentro di te.

Ci mancheranno le sue irruzioni e le sue battute. Ci mancheranno i suoi camei. Ci mancherà Stan Lee.  Ora e per sempre, Excelsior!

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