Lidia Vivoli: il coraggio di riprendersi la vita

di Deborah Villarboito –

Lidia Vivoli è una sopravvissuta. Ha 46 anni, vive con il compagno Salvo e i loro gemellini. Questa è la nota positiva di una vita che dal 25 giugno 2012 non è più la stessa. Lidia, una bella palermitata, era una hostess del WindJet e quella notte la sua vita è cambiata. L’uomo con cui stava da 10 mesi ha tentato di ucciderla, sequestrandola per tre ore. Mentre Lidia dormiva l’uomo l’ha colpita alla testa con una padella di ghisa, l’ha pugnalata con delle forbici alla schiena e alla coscia, ha cercato di soffocarla con il filo elettrico della lampada sul comodino e del ventilatore. Le ha rotto tre costole e le ha martoriato il viso di pugni. Pochi mesi di carcere e già di nuovo all’attacco per altri due anni di stalking e per questo è di nuovo rinchiuso. Ora Lidia affronta in questi mesi un nuovo processo.

Racconta che «Se avessi avuto gli strumenti per accorgermene prima, mi sarei allontanata subito. Certo, mi accompagnava ovunque, ma pensavo lo facesse per gentilezza». Non si sarebbe aspettata una simile reazione e il trauma è reso ancora più costante per questo: «Nei giorni successivi ho continuato a tremare, parlavo velocemente, e non era da me – continua a raccontare – inizio a stare meglio ultimamente, ma vivo in un costante stato di allerta. Ogni rumore lo riconduco a passi, per strada se si muove una foglia ho paura di essere seguita e non riesco a fidarmi più di nessuno del tutto. Mi chiedo ancora il perché di questa violenza». La storia di Lidia richiama la cronaca quotidiana, un bollettino di guerra dai dati terrificanti e da testimonianze di paura e mancata tutela delle istituzioni: «Mi sono salvata fisicamente, anche se ogni volta che mi alzo da una sedia sento dolore, lui è andato in carcere e poi ne è uscito e ha iniziato a stalkerizzarmi, mi ha picchiata…non ho avuto una tutela né prima, né durante, né dopo.

Come possiamo chiedere alle donne di denunciare se alla fine non vengono protette? Chi le protegge? Gli uomini violenti stanno facendo addirittura più vittime della mafia». La testardaggine e la Fede di Lidia l’hanno spinta a riprendersi la vita. Come quella notte si è salvata da sola, ma continua ad essere disoccupata, anche se con otto pagine di curriculum da mostrare. «Noi donne vittima di violenza abbiamo bisogno, non di essere richiuse in una struttura protetta ma di vivere nella nostra casa con libertà e dignità. Per quello ho fatto una petizione per inserire le donne vittima di violenza nelle categorie protette in modo da poter fornire loro un punto di partenza con il lavoro, che è uno strumento di indipendenza e libertà – continua Lidia – Dalla violenza si può rinascere, gli uomini sono meravigliosi e quelli violenti sono pochissimi. Quindi basta riconoscere i segnali di un rapporto malato, che già evidenzia violenza, poiché non c’è mai amore, l’amore non fa male, così da non subire quello che ho subito io». Cosa si può fare quindi per bloccare questo fenomeno in tragica espansione? «Sensibilizzare i più giovani non con le parole degli esperti, ma con le testimonianze delle donne vittima di violenza. Continuare a parlarne finché qualcuno nelle istituzioni non faccia qualcosa di davvero concreto».

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