Quando la donna se la va a cercare

di Sabrina Falanga –

«Una donna vittima di violenza si sente colpevole di quello che le capita, dell’aggressività che subisce, sia essa psicologica o fisica. Pensa di esserselo meritato, crede di non aver fatto ciò che sarebbe stato utile per evitare lo scontro. È da qui, dal senso di colpa, che nasce la tendenza a perdonare e rimanere legata al proprio carnefice. Non solo per questo, certo, ma anche per questo».

Sono parole difficili da comprendere. Sono concetti con cui è complicato entrare in empatia. Perché, da fuori, non è semplice capire come sia possibile che una donna vittima di violenza non solo sia la parte debole ma si senta anche colpevole per quanto le viene inflitto. È da questa difficile comprensione che, spesso, nasce infatti il pregiudizio: «Sentiamo tante volte l’espressione “se l’è cercata”. È quanto di più aberrante si possa dire – dice Mario R., psicologo e psicoterapeuta di Roma, anche volontario in un centro di accoglienza per donne vittime di violenze -. Un soggetto che subisce continue aggressioni, in particolar modo all’interno delle mura domestiche, mette in atto meccanismi mentali volti ad auto proteggersi. Colpevolizzare se stesse significa poter non colpevolizzare l’altro e, quindi, non sentirsi in dovere di lasciarlo nonostante nel proprio inconscio qualcosa gridi che sarebbe giusto farlo, che sarebbe giusto scappare. Ma, non dimentichiamo, il più delle volte sono donne minacciate, che vivono con uomini al limite della figura dello stalker, sono donne che non sono libere di uscire, di spendere i loro soldi senza giustificarli, non hanno più amicizie e spesso si allontanano anche dai familiari pur di non dover spiegare loro perché vivono così. Non solo: il più delle volte la difficoltà maggiore, per noi psicologi, è far capire a queste donne che quella vita non la vogliono, perché si convincono di aver scelto quell’uomo, quella quotidianità… Quelle violenze. Preferiscono convincersi di averlo scelto, per illudersi di essere libere, piuttosto che ammettere a se stesse di essere in una gabbia da cui non sanno come uscire».

L’esperto sottolinea che si tratta di donne che non sono libere di uscire, di vedere i propri amici, di scegliere come spendere i soldi guadagnati «e questo riporta a un altro grande tema, in merito alla violenza. Cioè quello della violenza che io chiamo “collaterale”. Si tende infatti a credere che la violenza sia solo quella fisica o sessuale, in realtà assistiamo a molte tipologie di violenza che non sono meno gravi di quelle fisiche. La violenza verbale è una di queste: una donna insultata e oralmente umiliata, in maniera continua, sentirà la sua autostima azzerarsi fino al punto di rischiare una depressione grave; la violenza psicologica è un insieme di atti, minacce e sevizi morali atti a far stare la donna sotto il comando dell’uomo e il rischio è quello di rendere la donna completamente priva di capacità di scelta; esiste, poi, la violenza economica attraverso la quale un uomo controlla i soldi della famiglia, fossero anche guadagnati dalla donna stessa, per evitare che questa sia indipendente e, quindi, continui a essere a lui soggetta per ogni cosa. Un uomo può anche non sfiorare una donna: ci sono molti modi per farle comunque del male».

Fenomeni, questi, che accadono tra le mura domestiche «dove si rischia di dar vita anche a un altro fenomeno: quello della violenza assistita. Sono tanti, troppi i bambini che, fin da piccolo, osservano scene violente, ascoltano parole aggressive. Crescono con un senso di colpa inspiegabile e, spesso, diventano a loro volta o vittime o carnefici una volta adulti. Quello della violenza familiare non è solo un rischio per l’individuo: è un rischio sociale, perché dà vita a una catena di violenze infinita».

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