C’è un motivo se le donne vengono stuprate

di Sabrina Falanga –

Quando i media riportano la notizia di una donna stuprata, non è difficile immaginare il motivo per cui è successo.
Un’affermazione forte, certo, anche travisabile, sicuramente: d’altronde le parole hanno un peso, ma di questo non tutti ne sono consapevoli.

Quando i media riportano la notizia di una donna stuprata, dicevamo dunque, non è difficile immaginare il motivo per cui è successo: si dovrebbe dire che non esiste motivo valido, ma neanche di questo tutti ne sono consapevoli. Perché continua a persistere nella coscienza (sporca) collettiva l’idea che una donna, certe cose, vada a cercarsele. Se le va a cercare frequentando cattive compagnie, indossando abiti succinti, passeggiando nelle ore serali tra strade poco raccomandate.

Un concetto, questo, che emerge da uno dei ritrovi più affollati degli ultimi tempi, dove sembra si annullino morale, regole e civiltà, un luogo in cui l’istinto umano si avvicina più a quello animalesco (non animale, ma animalesco) e la fortuna di possedere l’intelletto viene dimenticata a favore dell’uomo primitivo che vive, a quanto pare, in ognuno di noi.
Si chiama Facebook, quella piazza.
Un cosmo virtuale dalle mille belle possibilità ma trasformato in un posto in cui le parole sembrano cibo non digerito e vomitato senza alcun pudore, dove si spaventerebbe anche Mister Hyde per l’oscura dualità di certi individui che nella vita reale sono padri di famiglia, figli modello, vicini di casa che ti tengono aperto il portone quando ti vedono arrivare e poi sui Social si trasformano in pervertiti patologici dalle sfumature più pericolose, capaci di insultare donne e ragazze al pari delle loro figlie, sorelle, madri e amiche.

Ma c’è di più (come se non fosse sufficiente questo): sono un’infinità i profili falsi, inventati appositamente per poter liberamente insultare sui Social. Niente di diverso dai serial killer più conosciuti, quelli innanzitutto che “salutavano sempre” e che agivano proprio con una maschera sul volto: niente di diverso perché la crudeltà è la stessa, nonché la consapevolezza di star facendo qualcosa di sbagliato altrimenti non si giustifica la necessità di nascondersi dietro a pseudonimi.

Cosa c’entra tutto questo, quindi, con lo stupro di una donna?
C’entra, perché i commenti di cui sopra sono tutti inerenti alla sessualità. Se una donna si permette di manifestare contro un partito politico, le si affibbiano termini inerenti alle sue ipotetiche prestazioni sessuali; se una donna si permette di postare una fotografia che esalta la sua femminilità, le viene sottolineato che non si deve poi lamentare se riceverà messaggi pornografici; se una donna passeggia, di sera, con la minigonna la si avverte di non poter pretendere di non essere stuprata. Insomma, in ogni caso se l’è andata a cercare. Per tanto se l’è meritata. Per tanto, chi è in torto? Lei.

Inutile, quindi, indignarsi se una sentenza recita che se a violentarti sono in 6 ma si mettono in fila uno per volta non è stupro di gruppo; inutile disgustarsi se un giudice (donna) assolve un uomo accusato di violenza sessuale perché la vittima indossava un tanga in pizzo.

Inutile, sì, perché gli stessi uomini che in coda al supermercato vi dicono di essere esterrefatti per le ultime notizie di cronaca, è probabile che siano gli stessi che su Facebook sostengono che vi “meritate” di essere stuprate “da un negro” se siete contro Salvini, o di fare la fine di Desirèe, la ragazza violentata e uccisa a Roma, “così capite”.
Inutile, in fine, perché tra le persone che puntano il dito al coro di “te la sei cercata” ci sono anche loro: le donne.

Dicevamo, quindi, che quando una donna viene stuprata non è difficile immaginare il motivo per cui è successo: perché è donna.

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