Giovanni Boccia Artieri: “Siamo nell’epoca della politica post-verità”

di Alessandro Pignatelli –

“Siamo nell’epoca della politica post-verità”. Esordisce così Giovanni Boccia Artieri, coordinatore del dottorato in Studi Umanistici e del corso di laurea in Informazione Media Pubblicità all’Università di Urbino, oltre che presidente della Scuola di Scienze della Comunicazione. Studioso, dunque, e conoscitore dei cambiamenti di linguaggio a cui assistiamo molto velocemente. Cambiamenti nel modo di esprimersi che hanno contaminato un po’ tutti i settori, primo tra tutti quello politico.

“Oggi non conta se qualcosa è vero o falso perché ci si appella alla propria verità. L’amministrazione Trump ha inventato proprio un modo di comunicare partendo da questo presupposto, si chiama ‘verità alternativa’. Ovviamente, in un contesto simile in cui ci si basa sulle proprie idee, i toni non possono essere quelli utilizzati nei contesti scientifici o pubblici, ma diventano emotivi. Si ha la certezza di ciò che si dice, indipendentemente se poi sia realmente così o meno”. Il cambiamento di linguaggio ha trovato il suo “acceleratore” ideale proprio nei “social”: “E’ più accessibile a più persone questo spazio. Non solo: quando un giornalista scrive qualcosa su un social network, come facciamo a capire se lo ha fatto come professionista o come persona. Online i ruoli sfumano. Il politico anche trova uno spazio dove può essere esaltato perché non è solo un politico, ma anche un individuo in mezzo ad altri individui”.

Una volta, il cittadino poteva esprimere le sue idee in contesti molto più limitati, i famosi discorsi da bar: “In televisione il suo messaggio veniva filtrato, oggi non più. Lui parla, ha la sua opinione esattamente come il rappresenta di un ente, di un’istituzione, di un partito politico”. Una sorta di democrazia dal basso, diciamo così, in cui tutti si sentono capaci di esprimere verità pure su argomenti di cui non capiscono nulla (di no-vax parla chi di medicina e di scienza non si è mai interessato). “Il linguaggio di oggi è più emotivo. Anche una volta si parlava di pancia, ma ora in più c’è la visibilità”. Potenzialmente mondiale. “Prima, molti non avrebbero espresso opinioni su argomenti tanto distanti dalla propria forma mentis”.

In realtà, però, il linguaggio – anche scurrile – di oggi arriva da lontano. Addirittura dagli anni ’80: “Prendiamo un Vittorio Sgarbi, che andava al Maurizio Costanzo Show e usava espressioni sopra le righe. Noi abbiamo imparato da loro. La tv ci ha educato a questo modo di esprimerci, di voler prevalere non sull’idea dell’altro, ma sull’altro direttamente”.

I tempi di Andreotti sembrano un’era preistorica: “All’epoca, da un politico ci si attendeva un tipo di comportamento diverso da quello di un comune cittadino. A lui venivano delegate le cose che noi volevamo dire. Oggi possiamo esprimerci direttamente su tutto, farci un’idea, farci un’opinione”. Facile che chi è più seguito possa portare dalla sua parte più seguaci: “Attenzione, non sempre si dicono cose che non si sanno. Ci sono politici che sanno di farlo, ma è una tattica. La verità alternativa di Trump, di cui parlavamo prima. Chi ha il seguito più alto, non si contiene, esalta alcuni concetti”.

Gli slogan non sono comunque una novità: “In politica sono sempre esistiti. Già negli anni ’50 e ’60 Pci e Dc usavano i manifesti elettorali e non se le mandavano certo a dire. Faceva tutto parte della campagna elettorale; finita quella, anche il sopra le righe tornava nella normalità. Oggi è tutto scollato, conta portare avanti discorsi che muovano le persone ad avere un’opinione”.

Fa un esempio Giovanni Boccia Artieri: “L’immigrazione. Non serve a niente portare le statistiche. Se io scendo sotto casa e, ogni mattina, vedo il lavavetri che al semaforo chiede i soldi, per me è questa la verità. Anche se tu mi dici che c’è stata una diminuzione del 6% negli arrivi in Italia. E se un vicino di casa quella foto la posta sul social, diventa ancora più vera la mia percezione”. Sulle fake news, svela: “C’è chi sa che sta condividendo una notizia falsa, ma non conta nulla perché comunque lui la pensa così. E quella notizia avvalora il suo pensiero. Ed è assolutamente inutile provare a spiegare che si tratta di qualcosa di inventato; è provato, anzi, che questo rinforza la notizia stessa. Chi mai ha letto i programmi elettorali di un partito? Nessuno, probabilmente. Ma se tu critichi una cosa, io ti vado dietro e la critico anche io”.

Il fenomeno social, negli Stati Uniti, pare se non al capolinea a una delle ultime fermate: “Molti adulti se ne vanno, stanchi di un’arena in cui c’è troppo caos. Potrebbe capitare anche qui un giorno. Già oggi, il fenomeno dell’aggressione verbale e degli insulti riguarda i 35 – 40 enni, non i giovani. A un 15enne non interessa nulla della politica. E i più giovani già oggi utilizzano di più Instagram dove raccontano se stessi. I meme con il politico ghigliottinato o impiccato sono quasi sempre opera di 60 – 65enni”.

Difficile dire come arginare il fenomeno: “Si deve partire dall’educazione per creare empatia. Le scuole devono essere il luogo in cui insegnare la critica civile, cosa si nasconde dietro a un testo. Altrimenti, prima o poi, anche noi usciremo dal luogo che già oggi sopportiamo poco perché troppo ostile”.

Giovanni Boccia Artieri, insieme a tante altre persone, ha creato il progetto ‘Parole O_Stili’: “Una sorta di manifesto. Giriamo per le scuole a fare formazione. Abbiamo creato un decalogo per una comunicazione non ostile. Un po’ a tutti, infatti, fa paura quello che sta accadendo nel mondo della comunicazione”. Così leggiamo sulla pagina creata su Facebook: “Parole O_Stili è un progetto di sensibilizzazione ed educazione contro l’ostilità delle parole, online e offline. Nasce con l’obiettivo di ridurre, arginare e combattere le pratiche e i linguaggi negativi. Le parole sono importanti, hanno un potere enorme. Troppo spesso sono utilizzate in modo improprio, offensivo, sleale, impreciso, maleducato, diseducativo. In una parola, duro (senza cuore). E spesso inconsapevole delle conseguenze”.

Volete sapere il decalogo? Eccolo.
1) Virtuale è reale (Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona);
2) Si è ciò che si comunica (Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano);
3) Le parole danno forma al pensiero (Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quello che penso);
4) Prima di parlare bisogna ascoltare (Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura);
5) Le parole sono un ponte (Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri);
6) Le parole hanno conseguenze (So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi);
7) Condividere è una responsabilità (Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi);
8) Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare (Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare);
9) Gli insulti non sono argomenti (Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi);
10) Anche il silenzio comunica (Quando la scelta migliore è tacere, taccio).

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