Il caso Khashoggi e le violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita che gli alleati non possono più ignorare

di Martina Cera –

Jamal Khashoggi, editorialista per il Washington Post, è scomparso il 2 ottobre scorso dopo essere entrato nel consolato saudita di Istanbul per ritirare alcuni documenti. Mohammad bin Salman, il principe ereditario e monarca de facto del regno saudita, è considerato da fonti indipendenti il mandante dell’omicidio.

Dopo aver negato i fatti per settimane l’Arabia Saudita ha deciso, probabilmente perché non si aspettava l’eco mediatica alimentata anche dalla Turchia, di proporre una propria versione dei fatti. Secondo l’inchiesta condotta da Riad le persone coinvolte nell’omicidio avrebbero prima tentato di convincere il giornalista a ritornare in patria ma, non riuscendoci, lo avrebbero ucciso. Nell’indagine saudita non solo non viene fatto il nome di Mohammad bin Salman, ma viene individuato come principale colpevole Saud al-Qahtani, suo consigliere. Sarebbe lui, secondo Riad, ad aver torturato, ucciso e poi fatto a pezzi Jamal Khashoggi.

Il 16 novembre, accettando implicitamente questa versione dell’accaduto, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro 17 cittadini sauditi accusati di essere coinvolti.

Se oggi non fosse intervenuta la Cia probabilmente il caso si sarebbe chiuso con le pesanti allusioni dei turchi e con le proteste dei giornali e della società civile. Fin dall’inizio, difatti, nessuno ha mai messo in dubbio la totale mancanza di interesse da parte di Donald Trump nel condurre un’indagine contro i reali responsabili dell’omicidio. Washington ha costruito il suo sistema di alleanze in Medio Oriente sull’asse con i sauditi in chiave anti-Iran e la perdita della relazione con Riad renderebbe molto difficile continuare la guerra diplomatica contro Teheran.

Quest’oggi il Washington Post e il New York Times, dopo aver esaminato le informazioni di intelligence fornite dalla Cia, hanno diffuso la notizia di una telefonata tra il fratello di Mohammad bin Salman, Khalid, e lo stesso Khashoggi. Il fratello del principe ereditario, ambasciatore a Washington, avrebbe telefonato al giornalista per dirgli di recarsi presso il consolato saudita in modo da ritirare i documenti necessari al divorzio. Quel che non è ancora certo è se Khalid sapesse o meno che Khashoggi sarebbe stato ucciso, anche se è certo che la telefonata sia stata fatta per ordine del fratello.

Dopo l’uscita della notizia sulle principali testate americane appare chiaro che, per ripulire la facciata della monarchia saudita, non sarà più sufficiente insabbiare le prove con un’inchiesta-farsa: già si parla della fine della monarchia de facto di Mohammad bin Salman, con un cambio al vertice.

Ma perché Jamal Khashoggi era considerato un personaggio così scomodo per la monarchia saudita, pericoloso al punto da rischiare un’azione in Turchia?

Cugino dell’imprenditore nel settore degli armamenti Adnan Khashoggi, Jamal Khashoggi è stato per due volte caporedattore del quotidiano moderato Al Watan. Negli anni giovanili passati come collaboratore del panarabo al-Hayat ha firmato alcuni reportage dai principali scenari di crisi del Medio Oriente, tra cui Afghanistan, Algeria e Kuwait, mentre negli anni più recenti è stato al centro del dibattito politico in patria come consigliere e capo dell’ufficio stampa della famiglia reale.

Dopo essere entrato in contrasto con Mohammed bin Salman, criticandolo apertamente, gli è stato intimato di smettere di scrivere e di usare i social network. Così, nel 2017, Khashoggi ha lasciato definitivamente il suo Paese per trasferirsi negli Stati Uniti, dove ha iniziato a scrivere sull’Arabia Saudita il Washington Post. Considerato una delle voci più indipendenti e autorevoli del giornalismo saudita, Khashoggi era tanto benvoluto dai sauditi quanto detestato dalla monarchia. Trattandosi di un compatriota e avendo lavorato per anni per la casa reale, difatti, era praticamente impossibile screditarlo accusandolo di essere il solito giornalista occidentale avverso all’Islam.

Un uomo pericoloso, quindi, che minacciava seriamente la falsa politica di rinnovamento proposta da Mohammad bin Salman e il suo tentativo di rilanciare l’immagine del Paese di fronte agli alleati e agli investitori stranieri presentandosi come un riformatore. Chi sa guardare oltre la banale concessione della patente di guida alle donne sa che in Arabia Saudita, dalla sua ascesa nel 2015, è cambiato poco e niente: gli oppositori politici continuano ad essere decapitati, i giornalisti torturati, i difensori dei diritti umani frustati pubblicamente. Per non parlare dell’enorme campagna militare condotta in Yemen per soffocare la resistenza degli Huthi, che dal 2017 ha ucciso migliaia di civili.

Se fino ad oggi nessuno di questi fatti sono riusciti a turbare gli alleati, tra cui spicca anche l’Italia che qualche anno fa si è trovata al centro di polemiche per la vendita di ordigni poi usati in Yemen dalla monarchia saudita, il caso Khashoggi potrebbe cambiare le carte in tavola. O, se non altro, mettere fine all’avventura politica di Mohammad bin Salman.

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