Il Girl Power al cinema – Da Private War a Colette, le storie (vere) di donne coraggiose

Pensieri in 16:9

di Elisa Torsiello –

Una donna dovrebbe essere due cose: chi e cosa vuole”. Parola di Coco Chanel, una che di psicologia e femminilità ne sapeva qualcosa. Già, perché noi donne siamo così. Imprevedibili, forti, sensuali, testarde, amichevoli, empatiche. Nascondiamo dietro un sorriso un mare in tempesta, e dietro gesti e sguardi bassi, fragilità e caparbietà. Nel nostro coraggio troviamo la forza per superare anche le situazioni più estreme, senza per questo dimenticarci di quell’empatia che ci spinge a guardare in faccia i più deboli, così da stabilire un contatto e poi avvolgerli sotto la nostra ala protettiva.

Le pagine di storia hanno spesso custodito il ricordo di donne forti, simboli di speranza e solidarietà, ostinazione e fedeltà ai propri valori e sogni, e il cinema, occhio sognante e curioso indagatore di vite degne di rivivere ancora una volta in corpi nuovi, non può che elevarle a protagoniste di opere degne di racconto. Ne è un esempio Marie Colvin, corrispondente di guerra del giornale britannico The Sunday Times dal 1985 fino al giorno della sua morte, avvenuta nel 2012 sul suolo siriano, la cui storia densa di forza e coraggio diventa ora lungometraggio cinematografico con Private War.

Il film di Matthew Heineman con protagonista una Rosamund Pike nel ruolo della vita, è più di un’opera destinata alla sala; è una lettera d’amore onesta e senza orpelli rivolta con commozione al mondo del giornalismo e alla stessa Colvin, una donna talmente dedita alla carriera e alla ricerca della verità, tanto da sacrificare la propria vita sotto le macerie di un edificio bombardato. Private War è un biopic duro, crudo, sincero, come sincero era lo stile che identificava i racconti della Colvin quando tentava di replicare su carta gli orrori della guerra. Marie Colvin, però, non era solo una giornalista, ma anche e soprattutto una donna, e per questo tutto l’inferno terrestre che le si spalancava davanti finiva per entrarle dentro, lasciandola in un tunnel ricolmo di incubi che mai è riuscita a sconfiggere. Per quanto tentasse di denunciare le ingiustizie belliche che la circondavano, le sue parole non si rivelavano mai quelle armi potenti che lei sperava di utilizzare contro il fuoco nemico. E così l’odio umano ha avuto alla fine la meglio sull’arte della parola.

Non solo reporter coraggiose di guerra. Il mondo del cinema si è arricchito negli anni anche di scrittrici, regnanti, gestori di zoo, domestiche che con la loro storia hanno segnato la memoria collttiva, definendo nuovi modelli da seguire per le generazioni di nuove donne. Non più bellezza, ma potenza, intelligenza, forza interiore con cui affrontare a testa alta un universo ancora troppo maschilista pronto a giudicarci, limitarci, ingabbiarci.

Coco Chanel, Margaret Thatcher, Frida Kahlo, Aung San Suu Kyi; cambiano i nomi ma non la sostanza. Un micro-universo costruito con lacrime e sudore, talento e perseveranza. Un fil-rouge narrativo che accomuna le vite di queste donne tanto sulla pagina di storia, quanto sullo schermo cinematografico. Le protagoniste di questi biopic non sono supereroine, o creazioni di menti geniali, ma proiezioni diegetiche di donne reali. Le loro imprese, così grandi e uniche, sembrano nate dalla fantasia di grandi scrittori, talmente sono, e invece sono il risultato di un duro cammino; un punto di arrivo che a volte si tramuta in nuovo punto di partenza, o finish-line di un’esistenza giocata sul filo del rasoio.

Appassionata, coraggiosa, talentuosa, eppure così colma di un dolore da esorcizzare con la propria arte, la vita della pittrice messicana Frida Kahlo è materiale perfetto per una trasposizione cinematografica. e così nel 2002 esce in sala Frida, biopic diretto dalla regista visionaria Julie Taymor e con una straordinaria Salma Hayek. Un cast tutto al femminile per raccontare la storia di una donna che ha affascinato intere generazioni di donne per la grande capacità di entrare in contatto con se stesse e di vivere senza paura le proprie contraddizioni.

Appassionata, anticonvenzionale e talentuosa è stata anche Sidonie-Gabrielle Colette, presto al cinema nelle sembianze di Keira Knightley nel film Colette. Attrice, scrittrice, Colette, fanciulla molto svelta di buona famiglia della provincia francese, decide di seguire il proprio spirito libero, preferendo la propria libertà a un matrimonio opprimente. Sebbene legata al primo marito da un amore puro e sincero, Colette amava ancor più la propria vita. Constati i limiti editoriali che precludevano una carriera letterale alle donne, l’autrice si sottomette alle decisioni arbitrali del proprio sposo, pubblicando i propri romanzi sotto falso nome. Ma i limiti a Colette andavano stretti e così si ribellò in tutta la sua forza, divenendo simbolo di potere e libertà femminile. E fu così che la donna posò sdraiata sulla pelle di un leone, recitò in teatro a seno nudo, simulò un atto sessuale al Moulin Rouge, fu la prima donna francese a ricevere i funerali di stato e insignita della legione d’onore. Colette visse non una, ma molteplici vite. Con il film diretto da allo spettatore si dà la possibilità di conoscere aspetti prima sconosciuti di questo personaggio innovatore e innovativo.

Da una personalità vulcanica, a una implacabile, seriosa, e controversa come Elisabetta II. Ancor prima di The Crown, la regina d’Inghilterra è stata portata sullo schermo nel 2006 da Stephen Frears. Grazie all’interpretazione magistrale di Helen Mirren, Elisabetta II si sveste del suo ruolo rappresentativo (ma non dei suoi abiti sgargianti) per mostrare quel lato umano, e decorosamente nascosto, dietro una maschera fatta di inflessibilità. Una maschera che a stento è riuscita a cadere anche in un momento delicato come la morte di Lady D. Ed è proprio in quell’annus horribilis in quel 1997 durante il quale la popolarità della regina era ai minimi storici, che il film è ambientato. Un motivo di nervosismo nel quale la forza di carattere e timori personali giocavano a ping-pong nell’animo della regnante. E per una volta quella che abbiamo davanti, seppur nella sua versione finzionale, non è più una semplice regina – come invece suggerisce il titolo – ma una donna.

Ed è proprio la femminilità in tutte le sue sfumature che questi e molti altri film (The Help, La signora dello zoo di Varsavia, The Hours) hanno voluto rendere omaggio alla figura della donna per quel che è: macchina complicata, a volte lunatica, altre passionale, ma dotata di una forza interiore capace di portarla in alto e innalzare la bandiera della vittoria. Fiera, sinuosa, elegante, caparbia, un po’ “Libertà che guida il popolo” di Dealcroix, un po’ “Venere” di Botticcelli, la donna ordianaria e di tutti i giorni è questa; peccato che a volte il cinema se lo dimentichi, relegandola a un semplice bel faccino.

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