Israele e la tregua impossibile

di Martina Cera –

Domenica scorsa nella Striscia di Gaza si è svolta un’operazione sotto copertura di Israele che ha provocato un’escalation di violenze tali da far pensare ad una ripresa del conflitto. Alcuni miliziani di Hamas, il movimento politico di ispirazione religiosa che controlla di fatto la Striscia, hanno scoperto dei soldati israeliani infiltrati nel loro territorio. C’è stata una sparatoria in cui sono morti sette combattenti palestinesi e un militare israeliano, e dopo qualche ora la situazione è degenerata con il lancio dalla Striscia di alcuni razzi e la risposta dell’aviazione israeliana.

Due giorni dopo l’inizio dei bombardamenti Hamas ha annunciato una tregua che ha raccolto il favore di Israele. Pochi giorni prima, in realtà, i miliziani e il Governo di Benjamin Netanyahu avevano raggiunto un accordo mediato dall’Egitto e finanziato dal Qatar con l’obiettivo di spegnere le tensioni che dopo il riconoscimento da parte statunitense dell’ambasciata israeliana a Gerusalemme avevano fatto parlare di una terza Intifada. L’accordo prevedeva l’invio nella Striscia di gasolio per azionare un secondo generatore nell’unica centrale elettrica di Gaza e finanziamenti per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici impiegati da Hamas. Questo accordo e il recente cessate il fuoco, hanno fatto entrare in crisi il Governo israeliano e provocato le dimissioni del Ministro della Difesa Avigdor Lieberman.

«Il governo più a destra della storia di Israele si sta dissolvendo perché non è abbastanza di destra», ha sintetizzato in un tweet la giornalista israeliana Mairav Zonszein. In effetti a sgretolare l’intesa tra Netanyahu e Lieberman è stata proprio la “mano leggera” di un Governo che negli anni si è contraddistinto proprio per la risposta sproporzionata alle rivolte nella Striscia. Risposta che nel 2014, con l’operazione “Margine protettivo”, ha provocato la morte di almeno 2300 palestinesi, di cui 1400 civili e 35000 sfollati.

La decisione di Lieberman ha avuto, come diretta conseguenza, il ritiro del partito “Israel Beytenu” dalla coalizione di destra. La scadenza naturale della legislatura è da fissare per novembre 2019, ma è probabile che con un solo seggio di maggioranza si vada ad elezioni anticipate.

Se il partito di Lieberman non sembra avere sufficienti consensi da permettergli un ampio margine di manovra è pur vero che il Likud, il partito di Netanyahu, ora deve difendersi da nuovi avversari ancora più a destra di lui. Uno di questi è Naftali Bennett, ministro dell’Economia e leader di Habayit Hayehudi, il partito della destra radicale legato a doppio filo con il movimento dei coloni.

“Gaza ha fatto cadere il governo, ma nessuno dei candidati ha nulla da offrire sulla questione di Gaza, tranne che parole vuote e ridicoli esercizi muscolari.” ha scritto Gideon Levy, una delle firme più autorevoli di Israele, su Hareetz  “Un sondaggio condotto da Israel Television News nel fine settimana tra i leader dei partiti ha rivelato la nuda verità: tranne Meretz e la Joint List, che propongono di rimuovere il blocco su Gaza – l’unica soluzione che esiste – nessun’altra parte ha qualcosa da dire”.

Anche Yoaz Handel su Yedioth Ahronoth sostiene cheIl governo israeliano si è ritrovato con due sole opzioni: un piano Marshall finanziato a livello internazionale nella Striscia di Gaza strettamente collegato alla smilitarizzazione della Striscia, oppure un’operazione militare ben pianificata volta a distruggere una volta per tutte le centrali di Hamas e Jihad islamicae incalza sull’accordo mediato da Qatar ed Egitto: “Non esistono soluzioni comprate per quindici milioni”.

Se per Hamas le dimissioni di Lieberman sono una vittoria di Gaza appare evidente come, con l’avvicinarsi della tornata elettorale, la crisi si esaspererà. Con la campagna elettorale alle porte è probabile che tutti i leader politici di Israele, Netanyahu compreso, decidano di andare a caccia di voti giocando sul terreno che di solito raccoglie maggiori consensi: la fine di Hamas.

In questo caso Netanyahu potrebbe decidere di dare il via alla guerra contro Gaza. Sopravvivere alle ostilità interne cercando lo scontro con il nemico esterno, dopotutto, è una carta che ritorna spesso nella storia della politica israeliana e in quella di Netanyahu come leader del Likud.

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