La Conferenza di Palermo sulla Libia: perché è necessario considerarla un successo

La Conferenza di Palermo sulla Libia: perché è necessario considerarla un successo

22 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

“Un successo per la nostra lotta comune di pace, sicurezza e prosperità al popolo libico. Vedere che la comunità internazionale si può riunire e discutere per una pacificazione è un grande passo in avanti”, ha dichiarato l’inviato speciale delle Nazioni Unite al termine della Conferenza di pace sulla Libia che si è tenuta a Palermo il 12 e il 13 novembre. Le parole di Ghassan Salamè, ex Ministro della Cultura in Libano, professore alla prestigiosa Sciences Po di Parigi e oggi chiamato a mediare in nome dell’ONU nel difficile contesto libico, descrivono bene il più grande successo della Conferenza di Palermo: essere riuscita, nonostante i grandi assenti, a riunire attorno allo stesso tavolo le principali parti coinvolte nella crisi libica.

Il presidente del Consiglio, Guseppe Conte (S), e il il vice premier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, durante una conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri a palazzo Chigi, Roma, 24 settembre 2018. ANSA/ETTORE FERRARI

Il tavolo negoziale allargato è quanto è mancato nei precedenti accordi, quelli di Shirak e Parigi, che hanno fatto sì che le soluzioni discusse non venissero applicate per l’assenza di molti protagonisti del conflitto.

La mancata partecipazione di alcuni leader internazionali come il Presidente francese Emmanuel Macron e quello russo Vladimir Putin sembra essere stata ridimensionata dalla presenza del generale Khalifa Haftar. L’uomo forte della Cirenaica, che nei giorni passati aveva dichiarato alle televisioni libiche di “non aver niente a che fare con la Conferenza di Palermo”, pur non avendo partecipato di persona ai negoziati ha comunque inviato i suoi uomini a trattare, ha incontrato il premier Conte a margine della conferenza e alla fine dei lavori ha stretto la mano al premier incaricato dall’ONU Fayez al-Serraj. Il sottinteso, in questa sequenza di gesti, è che probabilmente il debole Governo di accordo nazionale riuscirà ad arrivare indenne alle elezioni.

È proprio la data delle elezioni un altro successo dell’incontro a Palermo. Se la Francia di Macron premeva per andare ad elezioni il prima possibile, addirittura il 10 dicembre, Ghassan Salamè ha invece confermato quanto contenuto nella roadmap presentata alle Nazioni Unite, che prevede la tornata elettorale non prima di aprile.

Il rilancio delle proposte dell’ONU è estremamente importante. Se si mettono da parte gli interessi economici, quelli di Italia e Francia in primis, e quelli territoriali che descrivono Cirenaica e Tripolitania come impegnate in una sorta di Guerra fredda che non fa altro che allontanare i libici dall’unità, appare chiaro come Palermo abbia rappresentato una svolta nel rilancio della Libia intesa come Stato sovrano.

Uno dei grandi limiti della visione di chi considerava l’incontro come il punto di risoluzione del caos libico è quello di non aver considerato la natura dello Stato coinvolto. Se negli ultimi sette anni siamo arrivati a definirlo un failed State, al pari della Somalia, è perché si tratta di un Paese che è entrato nel caos dopo quarantadue anni di dittatura e che anche prima del colpo di Stato di Mu’ammar Gheddafi non ha mai conosciuto la democrazia. Imporla dall’esterno, o peggio pensare che sia realizzabile senza un serio processo di State-building, significa non conoscere le forze in campo. Credere che basti una conferenza a riportare il Paese ad una normalità che non ha mai conosciuto, invece, è un’utopia dannosa perché ci rende ciechi di fronte ai bisogni dei libici.

Gli aspetti negativi della conferenza hanno riguardato, soprattutto, l’impressione che l’Italia abbia camminato per tutto il tempo sul filo del rasoio, trasmettendo un’immagine di inaffidabilità da cui poi si è salvata riuscendo comunque a mediare tra le parti.

Palermo ha patito molto i tempi ristretti, politici e non diplomatici, in cui è stata organizzata la conferenza, in quanto l’idea di riunire nel capoluogo siciliano i principali attori della crisi libica è stata annunciata da Giuseppe Conte, in visita negli Stati Uniti, soltanto a luglio.

Ha fatto notizia l’abbandono del vertice da parte della Turchia, con il vicepremier Fuat Oktay che ha lasciato Palermo prima della fine dei lavori manifestando il suo disappunto per non essere stato invitato a rappresentare il suo Paese agli incontri della mattina. Il motivo è, senza dubbio, il sostegno della Turchia ai movimenti islamisti, che non piace ai tre principali sponsor del generale Haftar: Egitto, Russia ed Emirati Arabi.

Nei prossimi mesi l’attenzione sarà tutta per le milizie, attori informali che nella roadmap dell’ONU dovrebbero essere disarmati e poi reintegrati nell’esercito regolare, nonché per l’applicazione delle altre misure riguardanti la stabilizzazione dell’economia e il processo di democratizzazione che porteranno alle elezioni in primavera. Per tutti questi motivi considerare quanto avvenuto a Palermo un segnale incoraggiante di un cambio di rotta è fondamentale per quanti credono ancora che non sia impossibile immaginare l’altra sponda del Mediterraneo finalmente pacificata.