La parola al professore: Giorgio Simonelli spiega i reality

di Deborah Villarboito –

Quanto ne sappiamo sui reality? Meccanismi ignoti si celano dietro a questo mondo. Il Professor Giorgio Simonelli è docente di Giornalismo radiofonico e televisivo e di Storia della radio e della televisione all’Università cattolica di Milano. Numerosi i suoi studi e pubblicazioni sui generi e i contenuti della comunicazione radiofonica e televisiva. Ha collaborato intensamente a programmi televisivi delle reti Rai come Tv Talk per citare solo alcuni punti. Quello che inizialmente sottolinea è come «Il reality ha cambiato molto il mondo dello spettacolo, perché è diventata la forma principale, se non esclusiva di intrattenimento sostituendo una serie di altre esperienze, che erano poi legate alla messa in scena del varietà. Dal nuovo millennio, si è pensato che a fare intrattenimento non dovevano essere persone che sapevano fare qualcosa come cantare, ballare, raccontare, ma delle persone che semplicemente presentavano delle dinamiche della vita. Persone comuni, oppure, nell’ultima tendenza, famose messe però in condizione di vita quotidiana, come cantanti, attori, calciatori, che non stanno lì a fare la loro professione, ma a condurre una vita quotidiana, senza specificità. Tutto questo è legato principalmente a due cose.

Questi spettacoli costano molto meno degli spettacoli professionali, che sono diventati marginali, rispecchiano un’idea nelle persone di “questi non sanno fare nulla, anch’io non so fare nulla e quindi posso pensare di essere al posto di quello”, di un cantante, di un comico è più difficile. Secondo, non hanno bisogno di molte prove, più una cosa è buttata lì, più dà il senso della realtà. Quindi non costa né denaro, né tempo, rispecchia esattamente le esigenze della TV di oggi che deve produrre molto in poco tempo». Il pubblico dei reality ha però determinate caratteristiche, anche se non è così vasto come si può pensare: «C’è un pubblico residuale, con uno standard socio, economico, culturale di basso livello, che vive un po’ ai margini della società. Non è certo attivo, metropolitano, sulla cresta dell’onda. Tendenzialmente vive un po’ marginalmente rispetto alle dinamiche centrali della società.

È un pubblico di sfaccendati, i reality non raccolgono un pubblico attento. Poi c’è la curiosità che è andata diminuendo, i reality sono diffusi solo in alcuni Paesi ormai. Nelle televisioni più avanzate, ci sono più talent che reality. La nuova generazione nelle forme di spettacolo è il talent, quindi persone che sono messe lì ad imparare a fare qualcosa da cui emerge quello più bravo, che ha una componente di reality poiché ognuno racconta la sua vita. C’è ancora, comunque, un pubblico che si sorbisce i reality, perché lo vive come una forma di verità, una televisione che non è costruita, ma che in realtà lo è molto, c’è un grande equivoco, finzione. L’illusione è quella di essere messi di fronte ad una vita reale, quando è invece in gran parte costruita e chi ama i reality li ama anche per questo, lo trova un modo di approccio diretto, non mediato dalla realtà. Ho molte perplessità sul successo, ci sono dei numeri, ma poi bisogna saperli leggere: rispecchiano un pubblico che fa un uso della televisione molto passivo, non sceglie, non ha particolare interesse, tiene questo come particolare sottofondo». Infatti, spesso e volentieri ci troviamo davanti a cancellazioni di questo tipo di programmi: «La sospensione di un reality danneggia poco. Proviamo ad immaginare se si sospende una fiction. Sulla fiction devo pagare gli attori, il regista, il soggetto, le location. Poi lo mando in onda dopo sei mesi perché la devo girare. Ho sei puntate, ne mando due non vanno bene, mi restano sul groppone quattro puntate di fiction e le tengo nel cassetto. Il reality costa poco: se su dieci puntate se ne fanno cinque, li rimandano a casa pagandogli quelle e finisce tutto lì. Il danno economico della sospensione di un reality è un danno limitato. In più ha una ricaduta positiva, nel senso che tutti ne parlano: si sospende il reality e per una settimana si parla del perché. C’è comunque una visibilità di quel programma, di quelle persone che hanno fatto qualcosa».

Se i reality sono al capolinea, i talent sono i degni eredi e persistono nei palinsesti: «Funzionano, anche all’estero, sono diventati un classico. Resisteranno ancora per un po’. Il problema per i talent è quello di trovare dei settori su cui misurare il talento: la musica, la danza, la cucina sono state ampiamente sfruttate. Altri settori si sono rivelati più difficili. Quando Rai3 si è inventata un talent sugli scrittori, si è rivelata un flop, perché è difficile insegnare a scrivere. Il problema è il settore del talent, dove si può andare a pescare qualche abilità da mettere alla prova, che non siano in quelle aree che sono state già abbastanza saccheggiate. Credo che ormai i talent siano affermati e quelli che ci sono resisteranno ancora a lungo, anche perché sono ormai format internazionali e hanno una forza che è destinata a resistere parecchio».

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