La settimana cruciale per la Brexit si è aperta con una tempesta nel Governo May

La settimana cruciale per la Brexit si è aperta con una tempesta nel Governo May

22 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Martina Cera –

Le 585 pagine di accordo sulla Brexit che diventeranno la base legale per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sono state approvate dal Governo inglese, seppur con enormi difficoltà, il 14 novembre.

Solo due giorni dopo il governo di Theresa May è stato scosso da quattro dimissioni in serie, due delle quali estremamente importanti per il futuro del negoziato.

“Theresa May ha sempre promesso di volere riprendere il controllo dei nostri soldi, dei nostri confini, delle nostre leggi e di volere avere una politica commerciale indipendente” ha spiegato Ministro per il Lavoro e le Pensioni Esther McVey nella sua lettera di dimissioni ”Questo accordo non raggiunge gli obiettivi fissati”.

Lo stesso Ministro per la Brexit, Dominic Raab, si è dimesso a causa del contenuto dell’accordo, che prevede un regime regolatorio diverso per l’Irlanda del Nord. Il cosiddetto “Backstop” resterà in vigore finché non verrà trovato un punto in comune definitivo tra Londra e Bruxelles e, secondo la May, è fondamentale per evitare un confine tra le due Irlande. Il favorito a succedere a Raab è Michael Gove, attuale ministro dell’Ambiente e tra i volti più importanti della campagna per il Leave. Secondo il Daily Telegraph, Gove sarebbe disposto ad accettare la nomina solo in cambio dell’opportunità di rinegoziare l’accordo.

Foto ANSA

La minaccia che incombe sulla May, oltre alle strettissime scadenze imposte dal piano di Bruxelles, è quella delle cosiddette “48 lettere”. Il regolamento dei Tories prevede che 48 parlamentari debbano inviare una lettera al Comitato Speciale del Partito perché sia avviata una mozione di sfiducia interna, un procedimento che se portato a termine quasi certamente indurrebbe May a rassegnare le dimissioni. Da tempo i membri più oltranzisti del gruppo conservatore sostengono di avere l’appoggio di un’ottantina di parlamentari su cui contare nel caso in cui l’accordo raggiunto con Bruxelles non dovesse essere sufficiente a tagliare tutti i legami politici e soprattutto quelli commerciali del Regno Unito con l’UE.

Ad oggi il presidente del partito non ha fatto nessuna comunicazione rispetto alla ricezione delle lettere e la stessa May ha dichiarato di avere intenzione di portare a termine la firma dell’accordo. L’ha fatto nel corso di un’intervista su Sky, lanciando un avvertimento: “Se salto io, ci potrebbero essere nuovi scenari che potrebbero mettere a repentaglio la Brexit”.

Per il momento l’accordo resiste. Si tratta di una “Brexit morbida” che prevede un periodo di transizione di due anni prorogabili durante i quali Gran Bretagna e Unione Europea non smetteranno di negoziare e i trattati attuali resteranno in vigore. L’accordo ha messo fine alla libera circolazione delle persone, ai versamenti di denaro all’Europa nonché alla giurisdizione della Corte di giustizia dell’Unione Europea e alle politiche agricoli comuni. Per contro il Regno Unito subirà un regime piuttosto severo nei confronti del settore finanziario e resterà bloccata in un’unione doganale con l’Unione Europea, senza dimenticare il controverso punto sul “Backstop” irlandese.

Foto ANSA

Se anche la May dovesse superare la tempesta interna al suo partito dovrebbe comunque scontrarsi con l’approvazione dell’accordo da parte del Parlamento, che attualmente sembra contrario a ratificare il documento. Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista, continua ad avere una posizione ambigua sul tema: il Labour sembra pronto ad accettare una Brexit morbida e in cui venga posto particolare accento sulle questioni sociali, ma non si tratta di questo tipo di accordo. Il partito potrebbe chiedere nuove elezioni e un secondo referendum che conterrebbe l’opzione di rimanere all’interno dell’Unione Europea.

Nel 2016 a votare per restare nell’Unione Europea sono state la Scozia, l’Irlanda del Nord e Londra. La capitale pagherebbe molto caro un accordo in cui è previsto un regime finanziario restrittivo. Ad esprimersi per il Leave, invece, è stato il resto della popolazione, quindi chi è rimasto ai margini della globalizzazione e non vede nessun vantaggio a restare nell’Unione Europea. Si tratta di una frattura che non si è ancora sanata e che di fatto non percorre soltanto il Regno Unito, ma quasi tutti gli Stati membri dell’Unione.

L’accordo sulla Brexit, però, mette in evidenza come tutte le pretese di maggiore indipendenza siano in realtà senza fondamento: senza l’Unione Europea la Gran Bretagna è sola e indebolita.

Nei prossimi giorni May tornerà a Bruxelles per incontrare il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker e per firmare una dichiarazione politica comune con i 27 dell’UE. Questa dichiarazione aprirebbe il vertice di domenica 25 in cui l’accordo dovrebbe essere ratificato dagli Stati membri dell’Unione.

La strada verso la Brexit, tuttavia, è ancora lunga e passa dall’approvazione del Parlamento britannico che dovrebbe tenersi già a dicembre. Sempre che il Governo May non cada e che tutte le parti in causa accettino l’accordo per quello che è: l’ovvio risultato di una scelta che non farà altro che marginalizzare il Regno Unito.