La vita ricomincia dall’atletica: Francesca e i suoi sogni

di Deborah Villarboito –

Franesca Cipelli è campionessa nello sport e nella vita. A causa di un incidente scolastico in seguito cui ha riportato un trauma cranico encefalico che, nonostante l’operazione a Padova, gli ha provocato un’emiplegia spastica alla parte destra del corpo. Dopo tre anni di recupero al centro Nostra famiglia di Conegliano, è seguita nella riabilitazione da Natalia Marcenco, che l’ha avvicina al mondo dell’atletica leggera. Ha debuttato in Nazionale giovanile con la Federazione Sport Paralimpici e Sperimentali nel 2015, partecipando ai Mondiali junior (due quarti posti), con poi due quinti posti agli Europei assoluti di Grosseto, e conquista diversi titoli italiani categoria T37 nel salto in lungo e nelle discipline veloci (100 e 200 metri) e agli ultimi Europei si è classificata quarta. Ora sogna Tokyo 2020, di diventare educatrice e di cantare, non curandosi più di chi la reputa diversa e l’ha presa in giro.

Perché con tanti sport proprio l’atletica?
Non sono stata io a scegliere l’atletica, è un po’ come se fosse stata lei a scegliere me. Mi ero rivolta ad una fisioterapista russa per iniziare delle fisioterapie e riabilitazione perché lei aveva un metodo particolare e ho fatto un anno con lei con queste terapie. Poi lei decise che era il momento di andare a fare dello sport vero e proprio e così mi iscrissi alla sua scuola di atletica, per fare un po’ di movimento con i miei coetanei. La passione vera e propria è nata con i Campionati Italiani perché era venuto un allenatore, che attualmente è il mio, a farmi un filmato che sarebbe stato mandato a Roma e visto da tutto lo staff generale. Così iniziai a confrontarmi con atleti di livello. Non immaginavo me stessa come competitrice in quelle gare, cioè non mi era nemmeno passato per la testa, se così si può dire, però poi mi son ricreduta. Lì ho trovato davvero il mio ambiente, anche perché ero abbastanza esclusa, non avevo amici, a scuola non c’era un buon rapporto con i miei compagni, quindi l’atletica mi ha salvato davvero. Io le devo tutto.

Qual è la disciplina che ti piace di più in assoluto?
Io sono più forte nel salto in lungo però mi piacciono anche molto i 100 metri, anche se sono in una categoria, quelle delle emiparesi, in cui tutte le altre mie rivali hanno una tipologia diversa dalla mia che è spastica, io non sono alla loro pari. Loro hanno queste emiparesi come esito di paralisi cerebrali infantili mentre io che ho avuto un trauma cranico ho una sintomatologia diversa e quindi il dinamismo è molto diverso, il gesto atletico è molto più compresso per la mia spasticità. Ciò comporta che nei 100 metri le altre siano molto più avvantaggiate di me e sinceramente io non riuscirò mai a raggiungere il loro livello perché fa brutto dirlo, ma io non sono come loro, loro sono molto migliori di me in quanto disabilità, hanno disabilità più fini rispetto alla mia, e quindi non se avrò un futuro nei 100 metri ma continuo a farli perché mi piacciono.

Quando sei in gara cosa ti passa per la testa?
Se nei 100 metri posso avere qualsiasi paura o insicurezza, appena inizio a pensare alla partenza, alla progressione, non sento più niente. È come se fossi in un mondo in cui non percepisco niente e cerco di tagliare il traguardo dei 100 metri il più velocemente possibile. È una sensazione molto strana, ma molto bella perché ti permette di concentrarti solamente su quella cosa e nella vita non è semplice concentrarsi solamente su una cosa, mentre, al contrario sul salto in lungo è esattamente l’opposto, perché si tratta di un concorso in cui ti trovi molto più costretta a lottare con emozioni e sensazioni anche perché è un intervallo molto stretto in cui corri e salti ed è molto più difficile rispetto ai cento metri, perché questi 30 metri di rincorsa e di salto poi sono molto più particolari, hanno molti più tecnicismi.

Come sono stati i tuoi anni di scuola?
Non mi sono goduta per niente il mio percorso scolastico. Con l’Università che sto frequentando ora mi è davvero cambiata la vita. Da piccola, anche da prima dell’incidente venivo presa in giro per una stupidaggine, per il mio cognome, e l’ho sempre vissuta molto male anche se avevo questa carattere abbastanza determinato. In quinta elementare è successo l’incidente e quindi poi oltre a prendermi in giro per il cognome mi prendevano anche n giro per le mie anomalie fisiche e questo anche alle medie. Poi alle superiore sono andata a Venezia convinta di trovare un’aria nuova, ma ho beccato una classe davvero divisa, perché vi erano molti gruppetti, proprio una brutta cosa. È stato il periodo più brutto per me soprattutto in prima, seconda ed in terza in parte perché in quegli anni non avevo amici, la classe si era coalizzata contro di me perché io avevo l’insegnate di sostegno per colmare certe mie lacune a scuola. I miei compagni, ignoranti, collegavano l’insegnate di sostegno ad una disabilità intellettiva mentre però vedevano che io gli rispondevo ed ero reattiva e lucida e quindi non hanno mai capito bene la cosa. L’università mi ha salvato perché mi ha ridato la vita sociale, mi ha fatto capire che non ero io la diversa ma che in primis tutti siamo diversi e dobbiamo mettere in risalto le nostre particolarità. Nello specifico, la cosa più bella che ho scoperto dell’atletica e del mondo paralimpico in generale è stata l’autoironia che ti permette di scherzare delle tue diversità e di farne un’unicità, che hai solo tu e devi vantarti di questo. Quindi è molto divertente, anche nel gruppo di amici, siamo sempre noi anche dopo cinque anni, è sempre bello, e ne vado fiera, perché non è facile ridere delle proprie diversità. Questo significa davvero aver superato la fase iniziale del voglio nascondermi oppure del “ sto bene con me stessa ma non voglio farmi vedere agli altri e mostrarmi come diversa”.

Progetti futuri. Obiettivi sportivi e cosa vuoi fare da grande?
Io sono sempre stata molto ambiziosa. È da vari anni che alimento le mie passioni, tra cui le più grandi sono l’atletica, il mondo del sociale che era anche la mia scuola delle superiori e dell’Università ed una terza passione che è il canto, anche perché è grazie a questo se io parlo così bene. Innanzitutto nel lato atletico l’obiettivo sono le paralimpiadi di Tokyo, che avevo in mente fin da Rio, perché sapevo che non mi avrebbero chiamato. Questo mi motiva moltissimo a lottare e ad allenarmi bene in vista di Tokyo. Attualmente ho fatto, tre mesi fa, gli Europei che non sono andati benissimo, un quarto posto per due centimetri. L’obiettivo primario in vista di Tokyo sono i Mondiali di Dubai dell’anno prossimo. Dal punto di vista umano e personale sono al terzo anni di Scienze dell’Educazione per diventare educatore, non maestro come molti pensano, che è una cosa che mi piace molto. Sono sempre stata abbastanza chiara sin da quando ero nel centro per recuperare le abilità fisiche che mi erano rimaste. Ricordo che avevo sviluppato questa attenzione e questa passione, ai miei compagni ed ai ragazzini che erano attorno a me passavo questa mia sensibilità e quindi è stato molto chiaro quando ho dovuto scegliere superiori e università. Però io da grande mi vedrei, post atletica, ad esprimere tramite la musica e le mie canzoni perché attualmente scrivo ed ho scritto dei brani in lingua inglese, a trasmettere la mia esperienza le mie sensazioni, tutto quanto. Tutti hanno dei sogni nel cassetto, questo è il mio. Poi se si realizzerà o meno non lo so, di certo ho tutte le possibilità aperte per ora e non voglio precludermi niente.

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