Tommy Vee: il dj che guarda negli occhi il pubblico

di Deborah Villarboito –

Coloro che non conoscono il mondo della musica dance, si ricorderanno di Tommy Vee, al secolo Tommaso Vianello, per le sue apparizioni televisive. Però dal 1998, lavora nell’ambito della musica da club italiana ed è un dj e produttore apprezzato anche fuori penisola. Nel 2004 aveva partecipato con successo alla quarta edizione del Grande Fratello, esperienza che lo ha anche cambiato artisticamente, ma da cui è uscito comunque seguendo la sua passione: la musica.

In 20 anni quanto è cambiato il tuo lavoro musicale?
La mia musica, la musica da club, la musica da ballo è sempre in continua mutazione e questo rende molto difficile anche produrla ad esempio. Il rock cambia ma non tanto quanto la dance, che è soggetta a mode anche semestrali in certi periodi. Ho sempre mantenuto il mio gusto e la mia riconoscibilità, nel senso che ho uno stile ben definito. Negli anni si è modificato a seconda dei periodi storici, anche se sono abbastanza riconoscibile, chi mi ascolta sa chi sono insomma. Noi italiani siamo tra i più forti al mondo a mettere i dischi. Siamo il Paese che ha più capillarità di locali al mondo. Abbiamo una personalità che ci contraddistingue, un gusto, che comunque viene riconosciuto agli Italiani e di solito ce la siamo sempre giocata con altri Paesi europei, come Francia, Olanda, Svezia. Questo accade da quando esiste la dance.

Il tuo pubblico di ascoltatori: come riesci ad interessare le nuove generazioni?
Io non faccio nulla per catturare i giovani. Non ho una strategia a riguardo, non uso dei metodi. Ciò che interessa a me è fare divertire il pubblico ed essere fedele a me stesso e ai miei gusti. Deve fondamentalmente piacermi quello che metto e in questo mio lavoro spero di incrociare il gusto del pubblico. A volte ci sono momenti in cui sei perfettamente allineato con i gusti di chi ti ascolta e momenti in cui magari lo sei meno. La mia scelta è quella di non rincorrere le mode, perchè ti leva la personalità, rischia di omologarti. Ci sono stati dei momenti in questi 15 anni di enorme popolarità, dopo il Grande Fratello, dove avrei potuto fare delle altre scelte, che nel momento specifico sarebbero state più appaganti e facili, ma ho tenuto la barra dritta e questo alla lunga mi ha pagato. La scelta è sempre quella di fare quello che mi piace e di essere fedele a me stesso.

Club o Festival?
Io non sono un dj da festival, ma da club. È un contesto più intimo dove ho sotto controllo la gente. A me piace vedere il pubblico, lo devo sentire nel senso energetico. Mi piace guardali in faccia. Voglio capire se quello che sto facendo piace. A seconda di come stanno reagendo alle mie proposte decido se mettere un pezzo piuttosto che un altro. Quelli che partecipano ai festival devono fare una scelta diversa. Devono arrivare lì e fare quello che si sono preparati.

Sono cambiate anche le tecnologie: sei un nostalgico oppure sempre alla ricerca di innovazione anche attraverso l’utilizzo di sperimentazioni?
Sono moderato da questo punto di vista. Non sono uno di quelli che dice che deve tornare il vinile, anche se farebbe una bella pulizia e sparirebbero un po’ di improvvisati. La tecnologia ha aiutato molto da questo punto di vista, il vinile richiede una pratica importante. L’aspetto tecnico è solo uno di quelli che contraddistingue un dj, perchè è fondamentale l’interpretazione della serata. La differenza la fa il dialogo con il pubblico.

La tua musica è stata influenzata dalle tue esperienze lavorative in tv?
Moltissimo. Quando io ho fatto il Grande Fratello, lavoravo già a Ibiza e avevo fatto qualche disco di successo. Quell’esperienza lì mi ha praticamente imposto di fare emergere una parte di me che in realtà non avevo mai troppo assecondato. Siccome dovevo parlare ad un pubblico molto più ampio, ho deciso di impostare la mia carriera in maniera diversa, almeno per i primi anni. Ho fatto prevalere un aspetto più pop del mio gusto. Era inevitabile, non aveva senso nel momento in cui avevo davanti un qualche milione di persone che voleva ascoltarmi, era giusto che io parlassi, in una lingua che loro potessero capire. Questo ha poi influenzato molto la mia carriera.

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