Amedeo Ricucci: “in Medioriente per ora la pace non è possibile”

Amedeo Ricucci: “in Medioriente per ora la pace non è possibile”

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

«Le “Primavere arabe” iniziarono a dicembre in Tunisia quando un giovane venditore ambulante si diede fuoco contro alla corruzione e il pizzo che gli chiedevano i poliziotti. Da lì partì la rivolta tunisina, poi fu la volta dell’Egitto, poi della Libia, dello Yemen, del Bahrain e della Siria, citando i casi più clamorosi. A quella “Primavera” è seguito un inverno durissimo perché, a parte la Tunisia, che ha avuto un esperimento democratico molto interessante che dura tuttora, negli altri Paesi sono tornate le dittature oppure c’è il caos». Amedeo Ricucci passa la sua vita al fronte. Giornalista Rai dal 1993, ha lavorato come inviato per Il Manifesto, Avvenimenti, L’Espresso e Nigrizia. In più di 20 anni racconta, oltre che i territori dell’ex Unione Sovietica, il Nord Africa e il Medioriente. Per delimitare la situazione di guerra in queste due aree del pianeta, Amedeo Ricucci parte: «Dal 2011, cioè da quelle che sono state le “Primavere arabe”, che hanno interessato, sia il nord Africa che il Mediorente.

Queste “Primavere” hanno riempito le pagine dei giornali per mesi, abbiamo seguito i sussulti delle piazze in Tunisia, in Egitto, in Yemen, in Siria. A scendere in piazza era la stragrande maggioranza della popolazione che chiedeva dei mutamenti per noi banali. La gente chiedeva democrazia e riforme in senso liberale. È come se questi Paesi si fossero messi sulla strada sulla quale l’Occidente voleva che si mettessero. Come tutti ricordano il Presidente Bush, quello che fece la guerra in Iraq, voleva esportare la democrazia, lo fece con le armi e questo causò grandi sconquassi, invece che fare del bene. Lo stesso Obama quando venne eletto disse chiaramente che avrebbe aiutato i movimenti che avessero chiesto maggiore democrazia e libertà. In tutti questi Paesi c’erano delle dittature che regnavano ormai da 40 anni». Ci si chiede allora da che punto preciso la situazione è precipitata, dopo le “Primavere”: «Li chiamavano i “Venerdì di Rabbia”, perché la popolazione scendeva nelle grandi piazze di questi Paesi: Tunisi, Il Cairo, Damasco e chiedevano valori basilari per noi. Libertà, democrazie, riforme liberali. Quella stagione delle “Primavere arabe” è stata seguita da un inverno molto duro.

Si deve escludere la Tunisia che ha avuto un percorso democratico complesso, delicato, sofferto che dura però tuttora con una democrazia parlamentare che vede inclusi anche partiti di ispirazione islamica. Gli altri Paesi hanno vissuto una sorta di involuzione. In Egitto è caduta la dittatura di Mubarak però, dopo una breve parentesi dei partiti islamisti al potere con la Fratellanza Musulmana, è tornata la dittatura con il Generale Al-Sisi, e tuttora c’è un peggioramento delle condizioni di vita, ma soprattutto, sui diritti umani e delle libertà civili». In alcune zone la situazione è stata aggravata dalla presenza di Daesh: «Un capitolo a sé quello dell’Isis. In questi anni di grandi sconvolgimenti in Nord Africa e in Medioriente, a farla da padrone sul piano mediatico è stata l’organizzazione terroristica di matrice islamista. Il Califfato Islamico è stato proclamato dal 2014, da una moschea di Mosul in Iraq. L’Isis è stato lo spauracchio occidentale perché non solo è riuscito a conquistare, da piccola organizzazione terroristica quale era ai suoi esordi, ma anche a crescere, ad arruolare decine di migliaia di combattenti di fede islamica che sono accorsi in Iraq e in Siria per rispondere alla chiamata della guerra santa. L’Isis non è riuscita a conquistare solo quei territori, è riuscita anche a portare il terrore in casa nostra dal 2015, un lungo stillicidio di morti occidentali, perché il terrore è stato portato a casa nostra in nome di questa utopia regressiva, quale era quella del Califfato islamico.

L’Isis a differenza di Al Qaida, che era stata la sua rivale e la prima organizzazione terroristica di matrice islamica a portare il terrore in casa nostra. L’Isis ha agito meglio al punto di diventare Stato che si è chiuso solo nel 2017, quando la sua capitale irachena Raqqua è caduta, qualche mese dopo Mosul (Siria) e Sirte (Libia). Lo Stato non c’è più, ma ci sono decine di migliaia di combattenti disposti a morire per la guerra santa, perché è ancora viva come organizzazione. Sono “in sonno”, come si dice in gergo, ma rischiano di dare ancora del filo da torcere». Da questo quadro più o meno complessivo dei conflitti, ci si chiede allora quali siano i possibili scenari futuri: «La mia impressione è che non avremo pace nei prossimi decenni perché la situazione è fortemente instabile, sono venuti al pettine tutta una serie di nodi che erano stati congelati, nascosti grazie ai regimi autoritari che avevano governato in questi Paesi. Adesso la cappa della paura è stata travolta, squarciata, viviamo in un mondo che è quello della rete, delle informazioni che attraversano i confini e quindi non si possono più nascondere.

Questo crea comunque instabilità perché regimi che si legittimano non su processi decisionali liberi, non possono reggere alla prova della libertà di parola. Quindi le contestazioni ci saranno e potranno essere anche armate. Io non vedo un futuro di pace nel breve e nel medio periodo. Questo è un problema che ci si porta dietro praticamente da quando dopo la Prima Guerra Mondiale gli europei decisero di costruire con il righello le frontiere degli stati in medio oriente e in nord Africa dividendoseli tra potenze occidentali, sulla base dei territori di influenza». In tutto questo la popolazione civile soffre e paga il prezzo più alto. Generazioni che non sanno e non conosceranno mai la pace: «È un punto che riguarda l’Iraq e che riguarderà per forza di cose la Siria. L’Iraq è un paese che ormai da 30 anni ha conosciuto solo la guerra. Nelle guerre in tutto il Medioriente la componente confessionale o settale ha una grossa importanza. Attualmente in Iraq la comunità sunnita che è una delle tre che compone il Paese, con sciiti e curdi, in nome della quale l’Isis faceva la sua guerra santa è una comunità che è stata emarginata, non ha una rappresentanza politica adeguata ed è quindi repressa. Questa repressione cova risentimento, rabbia, voglia di vendetta. Analogo è il discorso che si può fare in Siria. La rivoluzione siriana è stata sconfitta militarmente dal regime di Assad, il che vuol dire che la comunità sunnita che in Siria è la stragrande maggioranza, verrà penalizzata da questa vittoria militare del regime. Questo porterà ad un ovvio risentimento di un Paese che ha avuto non si sa quanti milioni di morti – conclude Ricucci – Un Paese in cui la riconciliazione nazionale è assai difficile e difficilmente si farà. I bambini siriani che avranno oggi 6-7 anni avranno conosciuto solo la guerra, solo i bombardamenti a tappeto del regime e hanno visto solo magari i loro genitori uccisi in maniera barbara e quindi sono potenzialmente dei nuovi guerrieri dei prossimi anni.

Quindi è ovvio che violenza chiama violenza, soprattutto in luoghi dove la legge del sangue ha una sua consuetudine secolare. Le vie della pace sono vie molto difficili. Un paese come il Sud Africa ad esempio che ha visto un conflitto tra la maggioranza nera e la minoranza bianca, che è stata al potere e che ha costruito un sistema fondato sull’apartheid e l’oppressione, è un Paese che è riuscito a venir fuori dalla sua tragedia grazie ad un processo di riconciliazione nazionale molto difficile, ma anche voluto perchè i leader sudafricani, Mandela in testa, l’hanno voluta. Adesso il Sud Africa è una potenza economica che vive in pace, anche se ci sono delle tensioni. In Medioriente la possibilità che la pace prevalga è una possibilità che al momento non è supportata da adeguate politiche».