Figli della guerra, futuro senza pace

Figli della guerra, futuro senza pace

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Il Dalai Lama ha detto che “La pace può durare solo dove i diritti umani sono rispettati, dove il popolo non ha fame e dove individui e nazioni sono liberi”. Potrebbe anche avere ragione. Andando ad analizzare il tema guerra e pace nel mondo, emergono caratteristiche comuni tra i conflitti: lotta per il potere, la “revanche” degli oppressi che esplode in colpi di stato, destabilizzazioni (con buone influenze occidentali) a scopo di accaparrarsi materie prime e fonti energetiche. A quale prezzo? Tra il 2017 e il 2018 circa 193.000 persone sono morte in Africa, Asia e Medio Oriente, a causa di conflitti a fuoco di diversa natura, dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), un progetto di raccolta, analisi e mappatura delle crisi armate. Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen e alcune regioni dell’Africa registrano un alto numero di vittime negli ultimi due anni. In particolare, le prime due sono praticamente appaiate con numeri decisamente superiori alle altre nazioni prese in esame. Entrambe contano oltre 71.000 decessi dovuti a conflitti armati, superando di diverse unità Iraq (36.891) e Yemen (33.353).

Quasi 47.000 persone hanno perso la vita in Africa tra il 2017 e la prima metà del 2018. Il continente è teatro di un numero crescente di scontri. Da anni la guerra civile infiamma in Somalia, dove si muovono gruppi legati ad al-Queda e la milizia islamica radicale al-Shabaab. Dal 2008, gli eventi che coinvolgono al-Shabaab sono stati più di 8.400, ricollegabili a oltre 22.000 morti. Per tutto il periodo 2016-2017, l’esercito somalo, in collaborazione con le forze dell’Unione africana, ha spinto le forze di al-Shabaab zone prevalentemente rurali nella Valle del fiume Shabelle. Negli ultimi anni al-Shabaab continua a colpire sia obbiettivi militari che civili. Prevalentemente per mezzo di ordigni esplosivi improvvisati (IED). Tra il 2017 e il 2018 questo tipo di attacchi ha causato 2.614 delle 8.911 vittime totali, 587 delle quali nel quartiere Hodan, a Mogadiscio. In Nigeria continua una guerra decennale violentissima. Sono 8.614 le vittime accertate gennaio 2017 e luglio 2018. Boko Haram è l’attore più attivo dell’Africa occidentale. Dal 2009, gli eventi che hanno coinvolto il gruppo guidato da Abubakar Shekau sono stati più di 2.350, con oltre 27.000 morti. A seguito della distruzione della base della Sambisa Forest, nel dicembre 2016, Boko Haram si trova in uno stato di relativo disordine e gli eventi legati ad attacchi del gruppo sono oggi in calo. 3.868 decessi (il 44.9% del totale nazionale) rimangono imputabili a scontri armati in cui i miliziani di Boko Haram sono stati protagonisti. Siria e Afghanistan insieme raccolgono una cifra equivalente a 4 volte le vittime dell’intera Africa. Entrambe le nazioni, superando i 71.000 decessi dovuti a conflitti armati, possono oggi considerarsi i luoghi più pericolosi al mondo. Gli oltre 70.000 morti registrati in Afghanistan (il doppio dell’Africa) si concentrano prevalentemente nel distretto di Gomal e nell’area attorno a Kabul. La maggior parte dei casi è risultato di conflitti armati tra milizie della sicurezza afghana e i talebani. La crisi siriana inizia nel 2011 e va inserita nel più ampio contesto di quella che è stata giornalisticamente definita “Primavera araba”. Le prime dimostrazioni pubbliche contro il regime del presidente Bashar al-Assad si sviluppano ad Aleppo e Damasco, prima di espandersi su scala nazionale. Dal 2012 la crisi si trasforma in una vera e propria guerra civile. A giugno 2013, secondo dati in possesso dell’ONU, intorno alle 90.000 persone erano state uccise nel conflitto. Arrivati ad agosto 2014 questa cifra era già più che raddoppiata, fino ad arrivare a 191.000. Le cifre hanno continuato a salire, tanto che nel marzo 2015 si contavano 220.000 vittime.

Il conflitto in Siria è peculiare e i dati di ACLED rivelano inoltre alcune tendenze chiave. La tecnologia sembra avere un ruolo preponderante, definendo il conflitto in Siria al di fuori di ogni altro caso. Bombardamenti e attacchi aerei sono due volte più comuni in Siria rispetto alle altre nazioni. Oltre 30.000 vittime sono state causate da attacchi a distanza. Il numero più alto tra le nazioni analizzate e quasi il doppio rispetto all’Afghanistan. Non solo Africa, con 29 Stati coinvolti in conflitti, e Medioriente, con 7, ma anche Asia con 16 Stati interessati, 176 tra milizie-guerriglieri, gruppi terroristi, separatisti, anarchici attivi e i punti caldi come Birmania-Myanmar, Filippine, Pakistan, Thailandia, oltre al già citato Afghanistan. Con discorso a parte quando si parla delle Coree, che ispirano ultimamente unificazione dopo 70 anni di lotta. Senza dimenticare le Americhe con 7 Stati, 30 tra cartelli della droga, milizie, guerriglie, e i punti caldi in Colombia e Messico. Anche la nostra Europa non è un’isola di pace: con nove Stati, e 82 milizie nei punti caldi in Cecenia, Daghestan, Ucraina, Artsakh ex Nagorno-Karabakh. Un bollettino di guerra quotidiano che smuove organizzazioni umanitarie, volontari da tutto il mondo, ma mai le coscienze dei capi di stato che continuano partite a scacchi dove i pedoni mangiati via via sono sempre di più civili e sempre meno militari. Soldati bambini e futuri adulti senza pace, perchè figli della violenza, come potrebbe mai prospettarsi un futuro di pace se hanno conosciuto nel passato e nel presente solamente la guerra? Forse ce ne renderemo conto quando sarà troppo tardi e anche i nostri figli ci chiederanno cosa significhi quella parola: Pace.

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Foto di Giovanni Porzio