Francesco Caremani: come si racconta lo sport

Francesco Caremani: come si racconta lo sport

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Francesco Caremani racconta lo sport da quando ha imparato a scrivere. Una passione innata quella per il calcio, che negli anni si è consolidata in una professione. Giornalista sportivo, ma non solo, scrive tra le altre testate per “Il Foglio” e “Tutto Sport”. Da 16 anni ha intrapreso la via del “freelance”, approfondendo con inchieste e libri il mondo dello sport e i suoi meccanismi, tanto che nel 2015 si è classificato terzo agli “Sport Media Pearl Awards”, gli Oscar del giornalismo sportivo mondiale con l’articolo “Che cosa resta dell’Heysel, trent’anni dopo”. Una vita per lo sport, vissuta in maniera differente, dal lato della gradinata che ha l’arduo compito di raccontare, senza cadere nel personale o nei pregiudizi, cosa accade nello sport dalle gioie dell’essere sugli scudi, alle pagine meno felici, agli argomenti che nessuno vuole trattare.

Da dove nasce la tua passione per il giornalismo sportivo?
La passione nasce dallo sport. Io sono uno di quei bambini che sognava di fare il calciatore. Mio padre aveva fatto ginnastica artistica, non era grande amante del calcio e mi ha spinto a fare quello sport là. L’ho fatto presto e poco, dai 5 agli 11 anni, perchè a questa età giocando in spiaggia con un ragazzo più grande, in un classico contrasto mi sono rotto il menisco e non sono andato avanti con la ginnastica. Negli anni ho sempre giocato con gli amici. Quindi il calcio come vita. Nel senso che dall’infanzia fino all’adolescenza completa ne sono stato immerso: calcio con gli amici, giornali sportivi, figurine. Poi è nato l’amore di mettere nero su bianco. Addirittura io non me lo ricordavo, ma mia madre ha trovato un quaderno delle elementari dove, nel classico tema “Cosa hai fatto la domenica?”, raccontavo le partite di calcio della squadra del mio paese. Facevo addirittura i disegni della tribuna, del campo. Quando si dice il sacro fuoco per il giornalismo sportivo, poi per il giornalismo in generale. Mi occupo principalmente di sport, ma non solo. Poi l’amore per lo sport è grande anche perchè sia metafora sia stile di vita.

Quanto è cambiato il giornalismo sportivo negli anni?
Siamo nel 2018 e raccontare lo sport oggi è molto cambiato. Non solo perchè ci sono più medium (internet, televisione, radio, carta stampata), che pretendono dal giornalista, che spesso fa più cose insieme, di utilizzare un linguaggio differente. Poi c’è l’aspetto storico. Parliamo ad esempio di calcio: negli anni il modo di raccontarlo è cambiato. Poi naturalmente ci sono stati dei giornalisti, vedi Gianni Brera, che si possono definire il “Sacchi del giornalismo”. Lui ad esempio ha portato una grande rivoluzione. Mi sono sorpreso molte volte a rileggere cronache degli anni ’40, ’50, ’60, scritte veramente bene. All’epoca non si poteva sbagliare l’italiano, nemmeno una virgola, altrimenti non ti facevano scrivere. È vero che era più facile l’accesso alla professione, ma i parametri erano diversi. Oggi purtroppo l’italiano a volte è un optional e già questa è una cosa abbastanza grave. Dovrebbe rimanere un discrimine importante, perchè si lavora con le parole e la lingua italiana. Le cronache di una volta erano anche più asciutte, è il giornalismo che più mi piace. Meno retorica, che purtroppo nello sport sembra una malattia che ci portiamo dietro. Siamo in una professione molto competitiva, dove sembra che per fare cose in generale si debba essere concentrati su se stessi, non mi piace questo atteggiamento, non sono così, cerco sempre di riconoscere le qualità dei colleghi. Con la crisi economica dei media e il fatto che gli editori negli ultimi 20 anni, non abbiano investito seriamente sul digitale, hanno così perso soldi facendo calare la qualità. Anche questo incide sul linguaggio: il problema nasce tra chi fa la professione e chi non la fa.

I temi difficili: come si parla di scandali, doping senza cadere nel gossip e senza magari danneggiare l’atleta?
Circa un anno fa mi sono occupato di un tema simile. Scrivendo un pezzo sulla discutibile decisione aziendale di chiudere “El Grafico”, la più importante rivista sportiva argentina, Xavier Jacobelli, interpellato da me, mi disse questo: Oggi al giornalista sportivo non compete solo scrivere di sport: deve essere bravo a fare di conto, cioè i bilanci delle società, deve essere bravo a fare la cronaca nera, per doping, incidenti nello sport in generale, piuttosto che crimini che possono essere commessi a quei livelli e farlo su piattaforme. Da tutti si pretende che siano bravi e specializzati in un argomento: quello è il tuo focus e lo spendi tutte le volte che ti proponi a qualcuno. Però poi devi essere anche eclettico. Non è affatto semplice. Tutto questo vuol dire che ci vuole una formazione che non corrisponde sempre alla nostra formazione professionale, tutto questo lo devi vivere e lavorare. È complicato. Poi quando c’è un tifo, una passione, il momento della critica è visto come un assalto, un golpe ai tuoi sogni. Quindi la reazione dei lettori è quasi sempre negativa. Come si fa? Intanto bisogna saper fare il giornalista, quindi avere delle competenze riconosciute e riconoscibili. Quando ci si occupa di temi che non sono propriamente di sport, anche se doping e Fairplay finanziario lo sono diventati, devi avere delle fonti autorevoli e documenti, con un intuito investigativo. Pensare però che questo ti dia l’accesso al Nirvana del giornalismo è completamente sbagliato. Oltre al fatto che quando si tratta questi temi, soprattutto le tragedie, lo di deve fare con rispetto per la persona, senza si perde anche lo stesso rispetto per il giornalista. In Italia è anche difficile parlare di temi sportivi non ludici.

Il divario calcio e altri sport. Perchè Ci sono sport più visibili di altri?
Per molti motivi diversi. Il primo per mancanza di cultura sportiva. Faccio un esempio. In Italia abbiamo quattro quotidiani sportivi che sono fatti di tantissime pagine, 60-80. in Francia c’è un quotidiano, l’”Equipe”, che è anche il primo quotidiano sportivo al mondo, per qualità di scrittura, per attenzione alle inchieste, etc, e se la cava con meno di 30 pagine. In queste c’è di tutto e hanno un modo di fare la prima pagina per cui quando c’è una storia o una squadra che non sia il calcio, con una storia interessante, gli lasciano la prima pagina. Se vincono i Mondiali di pallamano, lo mettono in prima pagina e il calcio a seguire nei piccoli richiami. In Italia questo non accade quasi mai. Io scopro attraverso la rete e i siti dedicati che ci sono i Mondiali di scherma, di nuoto… Non attraverso la lettura dei giornali “mainstream”. Il secondo è che da una parte, dicono che non è vero, che il calcio interessa la maggior parte delle persone, quindi sponsor. Quando faccio un giornale, che è un’azienda, devo considerare questo aspetto. Questo però arricchisce sempre di più il calcio e impoverisce gli altri sport. Perchè, non dare mai spazio, soprattutto quando la cronaca lo richiederebbe, significa non farlo mai crescere dal punto di vista mediatico da una parte ed economico dall’altra, perchè sono aspetti oggi molto legati e che rilegano gli altri sport nel ghetto giornalistico. Per non parlare poi della distinzione tra maschili e femminili, a volte vergognosa. Dire che in Italia si segue solo il calcio è una banalizzazione, non è vero. Diventa però anche una questione all’interno delle redazioni, in cui la componente calcistica è sempre la più preponderante. C’è una sorta di corto circuito che lega il potere economico e quello giornalistico all’interno delle redazioni, quindi bisognerebbe rimescolare completamente le carte.

Quale è il compito del giornalista sportivo di oggi?
Il compito del giornalista secondo me non è mai cambiato, è sempre lo stesso. Quello di raccontare nel modo più fedele possibile la realtà dei fatti senza esprimere opinioni. Questo è il giornalista. Già sarebbe un bel discrimine per quelli che pontificano sui social. Ci sono delle carte professionali, che per alcuni sono semplicemente carta straccia, ma che invece dovrebbe essere un punto di riferimento, per il giornalismo sportivo ancora di più, ci sono dei richiami all’etica professionale ben precisi. Basterebbe questo secondo me, perchè molti non lo fanno. Ad esempio essere tifosi e scrivere della propria squadra, non è sbagliato, però bisognerebbe avere la capacità intellettuale di essere tifosi quando si posa la penna e di essere giornalisti fino in fondo quando la si riprende in mano. Il giornalismo è nato per raccontare, non per fare piacere alle persone di cui scriviamo. Siamo giornalisti sempre, soprattutto quando lo siamo pubblicamente. Ricapitolando: ci vuole rispetto dell’etica professionale, della Carta dei Diritti e Doveri del Giornalista, ci vogliono competenze tecniche e culturali e la voglia, la passione di raccontare la realtà dei fatti, cioè non raccontare cose che non esistono o non inseguire l’emergenza. Questo secondo me deve fare un giornalista nel 2019.