Giobbe Covatta: “il volontariato come incontro tra culture”

Giobbe Covatta: “il volontariato come incontro tra culture”

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Dal 1994 Giobbe Covatta è più che un testimonial per Amref, la più grande organizzazione sanitaria che opera in Africa dal 1957. Negli anni ha dato il suo contributo in ogni situazione nei luoghi in cui è stato e ce lo spiega: «Le popolazioni sono destabilizzate da quasi tutto, non è che serve qualcosa di particolare. Da una parte c’è la fame, da una parte la sete, da un’altra la guerra…non serve una motivazione precisa. Basta qualsiasi cosa che metta in discussione un equilibrio che è già precario di suo, certamente così la situazione crolla. Non c’è un argomento preciso. Certo qualcuno è più grave, qualcuno un po’ meno, ma questo vale per tutto, per le carestie, alcune devastanti e altre più sopportabili; per le guerre, alcune fanno più o meno casino». Un impegno che da anni porta avanti con trasparenza: «La mia esperienza è quella di uno che ha provato tante volte ad andare nei posti a cercare di dare una mano. Ovviamente ognuno può farlo nei limiti della propria capacità e possibilità. Non vado in giro a portare gli omogenizzati ai bambini, vado in giro a fare documentazione su quello che accade. Poi ognuno si amministra in base a quello gli riesce. Ci sono un miliardo di sfumature diverse con altrettante intenzioni. Il fatto di essere un volontario non significa necessariamente essere una cattiva o brava persona.

Significa andare in un posto, scoprirlo, e in casi rarissimi, (grazie a Dio non succede spesso), che puoi trarne vantaggi personali. O ancora che lì hai trovato l’illuminazione e la Grazia divina. Io che non faccio né l’una né l’altra cosa per fortuna, mi limito a quelli che sono i percorsi politici, non mistici, non affondo le mie radici in nessuno logica di carattere religiosa. Non lo faccio per Fede, non lo faccio per salvarmi l’anima, lo faccio perché ritengo che sia una cosa giusta da fare – continua – se uno va in questi posti, lo fa perché c’è un problema specifico, alcuni più profondi e altri meno, si va a risolvere un problema. Ci sono certi posti in cui le cose sembrano meno gravi ma non lo sono, solo perché non vedi i morti per terra. Questo non significa che non ci siano mai delle difficoltà più o meno ovunque si vada a cercare di fare del volontariato, se no uno sta a casa». Nonostante gli ultimi fatti di cronaca che hanno visto protagonista la volontaria Silvia Romano, vittima anche della bolgia dei social, il volontariato deve essere un’esperienza da vivere: «Io non commento i social perché purtroppo il fatto che ognuno possa dire quello che vuole, come esaltazione della democrazia, non toglie che se uno dice una cazzata, è tale anche se la dice sui social, non è che altrimenti diventa nobile – continua Covatta – Io credo che il Servizio Civile fatto in maniera seria, dove si stabilisce veramente che in un certo periodo della propria vita si dà una mano agli altri sia da fare. Non che uno che va a fare il Servizio Civile si ritrova a fare il cameriere al bar del Senato. Se fosse fatto bene, secondo me, farebbe benissimo ad un sacco di gente».

Ma chi può partire come volontario? Non c’è una selezione però «la manodopera in quei posti, non solo non manca, ma se cerchi le braccia ce ne stanno a milioni disposte a lavorare per un cucchiaio di riso al giorno. Quindi non si va lì a fare il muratore, mancano gli ingegneri. Servono figure che lì non ci sono. Anche mia figlia è andata ad insegnare l’inglese, sono esperienze che servono più a noi che a loro sostanzialmente, o per lo meno è uno scambio alla pari, che fa bene a tutti. Non risolve niente ma fa bene a tutti…nulla risolve niente in realtà. Continuo a pensare che fare il volontario da qualche parte significa aprire delle finestre sul mondo. Far sì che la tua società da cui vieni, in qualche maniera possa avvicinarsi alla società in cui stai andando, alla cultura che stai frequentando in quel momento. Questo è l’aiuto: mettere in contatto le società tra di loro, dopo di che il fatto che mia figlia insegnasse l’inglese a dieci bambini, piuttosto che a quattordici lo trovo irrilevante».