Giovanni Porzio e il caos africano

Giovanni Porzio e il caos africano

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

«Sono nel nord del Mozambico, provincia di Cabo Delgado, e sto lavorando a una storia per il Venerdì di Repubblica, il settimanale con cui collaboro». Inizia così questa intervista al reporter Giovanni Porzio. Oltre che per Repubblica è stato inviato di Panorama e ha seguito i maggiori conflitti in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani, nel Caucaso, in Asia e in America Latina, arrivando a scrivere di oltre 120 Paesi, specializzandosi nelle aree di conflitto e nel giornalismo di guerra. Impegnato direttamente sul campo, ci racconta l’Africa da vicino Giovanni Porzio, partendo dai “fondamentali”: «Bisogna intendersi sul significato del termine “conflitto”.

Ci sono conflitti apertamente armati (Libia, Congo, Somalia, Nigeria, Mali, Repubblica centraficana, Sud Sudan, ecc), conflitti “a bassa intensità”, guerriglie separatiste a sfondo etnico o religioso (Camerun, Burundi, Casamance), attività di gruppi terroristici, scontri di confine, conflitti per la terra, per l’acqua, per le risorse del sottosuolo. Anche i traffici illeciti (droga, avorio, minerali strategici, legname, diamanti, esseri umani) provocano violenze e conflitti. Come pure la miseria, l’esclusione, la corruzione endemica, le crescenti disuguaglianze sociali. In questo senso si può affermare che non esistono Paesi africani esenti da conflittualità». Giornali, radio, TV e web raccontano in maniera differente i conflitti, invitandoci a chiederci se esistono conflitti di serie A e altri di serie B: «Anche riguardo alla presenza dei conflitti africani sui media bisogna distinguere. I media africani, nei limiti imposti dalla censura di fatto in vigore quasi ovunque, ne parlano abbastanza diffusamente. I media occidentali sono condizionati da diversi fattori: interessi economici, politici, strategici, retaggio storico, vicinanza linguistica, geografica, culturale. I media francesi seguono con più attenzione e continuità i Paesi francofoni, quelli inglesi i Paesi anglofoni, ecc. I media più seri (New York Times, Washington Post, Economist, BBC, CNN, Al Jazeera, RFI, per citarne alcuni tra i più autorevoli) pubblicano costantemente notizie, commenti e reportage dall’Africa. Su quelli italiani, giornali e TV, non si può che stendere un velo pietoso: le notizie dall’estero, e dall’Africa in particolare, sono quasi del tutto scomparse.

Se ne parla solo se viene ucciso un missionario, se viene rapita una volontaria o se l’Eni scopre un giacimento di gas». Il reporter di Repubblica vede da vicino la popolazione civile che «nelle zone di conflitto subisce violenze inaudite, soprattutto donne e bambini: stupri, abusi, assenza di scuole e di cure sanitarie, spostamenti di massa, perdita della casa, dei beni materiali, della dignità. Milioni di sfollati vivono in condizioni miserevoli nei campi profughi e dipendono per la loro sopravvivenza dagli aiuti umanitari, spesso insufficienti. Milioni di giovani sono costretti a emigrare in cerca di lavoro in Europa dove trovano un ambiente sempre più ostile e dove spesso sono vittime di sfruttamento (prostituzione, lavori agricoli sottopagati). Lo sradicamento, la perdita dell’identità, l’implosione delle strutture sociali, cliniche e famigliari provocano traumi psicologici profondi, difficili da superare».

Numerosi sono gli elementi che creano la destabilizzazione di questi Paesi «di ordine politico, economico, sociale. La corruzione, l’incompetenza e l’avidità delle élite al potere. La lotta per l’accaparramento delle risorse del continente africano: petrolio, gas, oro, diamanti, minerali strategici, avorio, legname – continua Porzio – Gli interessi delle multinazionali, dei trafficanti di droga e di armi. Il land grabbing. Il cambio climatico che inaridisce ampie regioni del Sahel. L’incontrollata crescita demografica. Le rivalità etniche e religiose. La penetrazione in Africa dell’islamismo radicale e del terrorismo. La debolezza delle istituzioni statali. L’accumulo di enormi ricchezze in poche mani mentre vasti settori della popolazione si impoveriscono».

Merito anche, come si sa, degli Stati esteri, a cui fa comodo una destabilizzazione del continente: «Le responsabilità storiche delle potenze coloniali sono note: dai confini tra gli Stati tracciati sulla carte senza tener conto delle componenti etniche e linguistiche, allo sfruttamento della manodopera e delle risorse. Salvo rari casi, la decolonizzazione è avvenuta in modo traumatico (Algeria, Mozambico, Angola, ecc) e senza avere formato una classe dirigente locale. Durante la guerra fredda l’Africa è poi diventata un terreno di scontro tra le due superpotenze. Oggi, come sempre, sono gli interessi economici, geostrategici e militari delle maggiori potenze a influenzare i destini dell’Africa. Gli attori principali sono il Fondo monetario, la Banca mondiale, le multinazionali del petrolio e dei diamanti. In Africa si moltiplicano le basi militari (americane, francesi, russe, arabe, cinesi). Ma il fenomeno più evidente è la penetrazione cinese. Ovunque Pechino costruisce porti, strade, acquedotti, ponti, ospedali, impianti sportivi, centrali elettriche, aeroporti, ferrovie. In tutto il continente i cinesi aprono banche, ristoranti, società d’import-export. I prodotti cinesi sono in vendita ovunque, sulle bancarelle dei mercati e nei centri commerciali. Affamata di materie prime, la Cina sta conquistando l’Africa».

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Foto di Giovanni Porzio