Il caso Crespi-Masciadri: dove sta la ragione?

Il caso Crespi-Masciadri: dove sta la ragione?

29 Novembre 2018 0 Di il Cosmo

di Deborah Villarboito –

Dramma in tre atti più epilogo. Scenario: il Corriere della Sera.

Raffaella Masciadri contro Marco Crepi. Atto I

Mercoledì scorso, 21 novembre, L’Italia del basket femminile si è qualificata per i prossimi Europei di Serbia e Lettonia, in programma nell’estate 2019. Decisiva la vittoria 62-56 di La Spezia con la Svezia. Fin qui tutto bene. Non fosse per una questione che sta facendo passare l’accesso europeo in secondo piano. La partita in questione era anche l’ultima presenza in Nazionale per la capitana Raffaella Masciadri: 38 anni, 192 in Nazionale, 17 anni di basket, 1.701 punti segnati. Un palazzetto pieno e in attesa di salutarla per l’ultima volta. Desiderio non esaurito. Coach Crespi respinge la richiesta unanime di tutti, pubblico e Masciadri compresi, anche quando il numero 11 poteva sistemare la partita o nella peggiore delle ipotesi non fare danni (molto improbabile). Raffaella Masciadri ha giocato anche per le Los Angeles Sparks, ha vinto 14 scudetti e 1’Eurocup. Tutti siamo d’accordo: almeno gli ultimi minuti doveva entrare in campo. Non avrebbe turbato gli equilibri della squadra, anzi l’esperienza e il carisma della cestista avrebbero magari aperto ad ulteriori punti. Ma contava il risultato: l’Italia doveva battere la Svezia. «Se dicessi che non ci sono rimasta male direi una bugia- come ha raccontato la cestista al Corriere della Sera – Non è tanto non aver giocato nemmeno gli ultimi 5 secondi, che per me sarebbero comunque stati oro. È stato peggio non essere considerata in grado di stare in campo, come giocatrice, quando per esempio eravamo avanti di 20. Io mi sono allenata come e più delle altre per essere pronta, quindi ero pronta. Io sono quella che per 17 anni ogni estate si è messa al servizio della Nazionale, rinunciando alle vacanze, rinunciando persino a giocare negli Usa. Non volevo privilegi, volevo rispetto». Sempre al Corriere ha dichiarato che Crespi: «Mi ha chiamata e si è scusato per non avermi chiesto se volevo entrare a 5 secondi dalla fine. Capisco che l’obiettivo era qualificarsi, e questo è stato ottenuto. Ma era anche salutare una giocatrice-simbolo, anche per tutte quelle persone che in tribuna tifavano perché io entrassi».

Le motivazioni di Crespi. Atto II

Sul Corriere della Sera dei giorni scorsi, la spiegazione del coach Marco Crespi: «Ammetto l’errore, ma purtroppo non si può tornare indietro. Sento dispiacere. Ho sbagliato perché ho agito pensando di fare il meglio, senza chiedere alla diretta interessata cosa preferiva lei. La mia era una scelta di rispetto per la sua carriera, darle sedici o cinque secondi a fine partita mi sembrava irriguardoso. Non mi aspettavo di passare per quello che non sono». Allenatore da più di 30 anni, è già stato ospite delle nostre pagine, anche se la vicenda sembra essere combattuta solo tra le pagine del Corriere: «Penso di essere stato trasparente e leale con Raffaella Masciadri da subito, da quando mi ha chiamato a giugno per dirmi che era senza squadra e io le diedi massima disponibilità al fatto che per rispetto a un impegno preso verso le partite di qualificazione all’Europeo avrebbe sicuramente indossato una delle dodici maglie. Sempre allora, con la massima franchezza, aggiunsi che nel caso di qualificazione non sarebbe più rientrata nel programma. L’obiettivo chiaro era qualificarsi e qualificarsi come primi, questa era la cosa più importante al di là di Masciadri. Nella mia testa avevo immaginato di farla entrare all’inizio del quarto tempo, sperando che facesse canestro, per poi toglierla. Ma tutto il vantaggio conquistato all’inizio, dove avevamo dominato tatticamente e intellettualmente, lo abbiamo perso dopo e bisognava rimontare. A sedici secondi dalla fine, non a cinque, ho guardato i miei assistenti, Giovanni Lucchesi e Cinzia Zanotti. Lui mi ha detto: “Possiamo mettere Masciadri”. Lei ha fatto una faccia come a dire: “Ma no, cosa la fai entrare adesso?”. Ho pensato che fosse irrispettoso e ho sbagliato, perché invece ci teneva».

Passaro, Petrucci e discriminazione. Atto III

«Un comportamento che mi umilia come se ci fossi io, in campo. Allora, all’improvviso, mi tornano alla mente certi allenatori che ho avuto, la violenza verbale fitta di insulti a sfondo sessuale di cui io e le altre eravamo succubi, gesti mai sanzionati dai presidenti, a cui non potevamo ribellarci pena l’esclusione dalla squadra, ritenuti normali da tutti, perché “con le donne ci vuole polso”». Questa è parte della lettera, sempre mandata al Corriere, dell’ex capitana Stefania Passaro, pluriscudettata con Vicenza e Como, che ha scritto al presidente di Federbasket Gianni Petrucci chiedendogli cosa avrebbe pensato se lo stesso trattamento fosse stato riservato a un calciatore del calibro di Buffon. E ha denunciato, nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, «l’indifferenza deliberata di chi, ricoprendo un ruolo di potere, disattende diritti che a volte non sono normati, ma che non per questo possono essere ignorati». Un’accusa durissima, alla quale Petrucci ha replicato sul Corriere: «Stefania ha ragione. Come Mascia ha ragione. Non ho condiviso l’atteggiamento del nostro allenatore e gliel’ho detto pubblicamente. E credo che abbia capito di aver sbagliato, con una ragazza che per di più è la prima atleta entrata nel Consiglio nazionale del Coni».

Epilogo e fine

Come detto ho avuto modo di fare due parole con il coach dell’Italbasket: Un allenatore nel canestro: Marco Crespi. Non lo si può accusare di discriminazione, anche da quanto emerso nella nostra conversazione di aprile scorso. Ecco la risposta alla domanda “Quanta differenza c’è tra allenare ragazze e ragazzi?”: «La mia scelta per semplificare, ma non per fare una scelta semplicistica, è quello che non esiste nessuna differenza, perché anche a livello, non esiste una differenza di genere, ma differenza che se alleno dodici persone maschi alleno dodici persone differenti, se alleno dodici persone femmine alleno dodici persone differenti, non si può fare differenza di genere perché ogni persona è diversa e la capacità dell’allenatore è quella di trovare la comunicazione umana e tecnica con giocatrici diverse. Se utilizzo lo stesso metodo, lo stesso approccio per persone diverse non sto facendo bene il mio mestiere di allenatore». Risposta brillante anche alla domanda: “Quale è il compito più difficile di un allenatore?”: «Una mia preoccupazione, nel senso positivo di miglioramento professionale, è non dire mai una cosa retorica. Facendo un esempio, quando ho allenato Siena per una stagione, nel quarto di finale playoff, eravamo arrivati secondi che era un risultato storico per quella Siena con Milano, che ci aveva comprato tutti i giocatori di punta che avevamo noi lì. Era una società dichiarata fallita a gennaio con il presidente agli arresti domiciliari e arrivò seconda in stagione regolare, di cui ho un ricordo meraviglioso. Quarto di finale contro Reggio Emilia, vantaggio del fattore campo: giochiamo in casa, mentre camminavo dalla panchina verso lo spogliatoio pensando a come (dopo 48 h si giocava di nuovo) dare un segnale, trovare le parole giuste, pensavo che dire qualcosa di scontato, fare vedere gli errori: abbiamo difeso male, non siamo stati noi stessi, questa è la partita dove dobbiamo mettere tutto sul campo, tutte queste cose qua, pensavo che non sarebbero arrivate, perché sono cose scontate, e allora non utilizzai parole ma una immagine di Michael Jackson. Michael giovane senza nessuno trattamento di chirurgia plastica e lo scrissi in inglese perché ovviamente la squadra aveva molti elementi in inglese con “ Come vuoi essere ricordato?” e penso che aver trovato quella frase mi ha tolto innanzitutto l’ansia e la paura di dire qualche cosa di scontato e di retorico in un momento in cui forse trovare un’immagine ed un messaggio poteva essere importante e vivi anche le facce dei giocatori. Se un allenatore in certi momenti riesce a sorprendere i giocatori con i messaggi e le parole, penso che li raggiunga, li faccia sentire appartenenti ad un gruppo. Il momento più difficile è pensare di non dire la frase retorica. Pensare di non pensare di vivere in un ambiente dove si vive di luoghi comuni». Il coach non ha chiesto questa volta a Mascia come volesse essere ricordata e lui (e gli assistenti) non si saranno fatti questa domanda?